POLITICA & AMBIENTE

Pfas, il Piemonte rivede l’incubo dell’amianto

Nasce l'Osservatorio regionale che dovrà monitorare quanto inquinano questi speciali componenti chimici. Ma Marnati assicura: "Non ci limiteremo a osservare" e immagina una nuova filiera della chimica green in grado di trasformare una criticità in opportunità - VIDEO

I Pfas sono come l’amianto. Siamo nella stessa situazione di quando il ministero attraverso le proprie circolari consigliava di adottare l’amianto a spruzzo. All’epoca non si sapeva che quella sostanza fosse dannosa per l’uomo, oggi invece conosciamo i danni che è stata in grado di fare. Allo stesso modo vale per i 4.700 composti organici denominati Pfas. Sostanze prodotte e commercializzate a partire dal primo dopoguerra del Novecento che inquinano e in alcuni casi sono tossici per l’uomo. A evocare quello che è stato un vero e proprio incubo per il Piemonte è stato Angelo Robotto, ex direttore generale di Arpa e oggi direttore Ambiente della Regione.  

“Questi nuovi inquinanti emergenti non devono finire nell’ambiente”, ha spiegato l’assessore della Regione Piemonte, Matteo Marnati, “quindi dobbiamo creare una filiera, quella della chimica verde, che sia in grado di trasformare una criticità in un’opportunità”. Nasce così in Piemonte, prima regione in Italia, l’Osservatorio sul Pfas. “Ma non ci limiteremo a osservare”.

Cosa sono i Pfas

I Pfas sono un gruppo di sostanze chimiche, ben 4.700, che negli anni sono state ampiamente utilizzate a livello industriale. Questi composti sono stati utilizzati per realizzare creme, vernici, cosmetici, prodotti farmaceutici, pesticidi, imballaggi per alimenti, ma anche per il settore dell’abbigliamento e dell’arredamento. Solo per citare alcune applicazioni. In sostanza sono un po’ ovunque e hanno una facile dispersione dell’ambiente.  

La loro diffusione avviene in molti modi. Attraverso l’uso quotidiano di prodotti che contengono questi componenti, ma soprattutto a causa degli impianti per la produzione industriale. Tanto che già nel 2021 la Regione Piemonte attraverso l’approvazione di una legge regionale ha stabilito i valori limite di emissione allo scarico in acque superficiali per tutti i Pfas.

Il monitoraggio di Arpa

Nel solo 2024 Arpa Piemonte ha analizzato 2.500 campioni effettuando ricerche su una ventina di composti per un totale 40.000 analisi. Analisi che dal 2010 a oggi hanno subito una enorme evoluzione sia dal punto di vista quantitativo, sia dal punto di vista della tipologia di campioni presi in esame.

I Pfas sono composti che si accumulano nel corso del tempo nell’ambiente e negli organismi, compresi gli esseri umani. E vanno cercati ovunque: nelle acque superficiali, sotterranee, di scarico, ma anche in quelle potabili; nel suolo, tra i rifiuti e anche nell’aria. Quattordici anni fa le analisi venivano realizzate solo nelle acque superficiali e così è stato fino al 2015.

Vi è un’emergenza?

Siamo di fronte a un’emergenza? La domanda è lecita anche di fronte alla crescente preoccupazione da parte di cittadini e comitati. “Sull’acqua potabile no, perché i sistemi sono molto efficaci e la purificano”, spiega Marnati, “Però è un tema delicato perché ci sono alcune sostanze che sono cancerogene per cui non devono finire nel circuito che poi rientra nella salute pubblica. Su questo la Regione Piemonte è in assoluto la più avanzata a livello nazionale e probabilmente anche a livello europeo. Vogliamo spenderci per rassicurare la popolazione”.

Questo sarà il compito del neo Osservatorio che sarà composto da Regione Piemonte, Arpa, rappresentanti tecnici delle province e della Città Metropolitana di Torino, rappresentanti di enti di formazione e ricerca universitaria come Università degli Studi di Torino, Politecnico di Torino e Università del Piemonte Orientale. Il compito sarà quello di supportare la strategia di riduzione della presenza di Pfas in ambiente, monitorare e controllare le emissioni, ma anche immaginare una nuova filiera industriale per riutilizzare quelle sostanze in modo da renderle non dannose.

“Dovremmo stabilire sia dal punto scientifico, ma soprattutto a livello industriale su come fare per creare una nuova filiera”, continua Marnati, “Allo stesso modo di come abbiamo fatto sul tema dei rifiuti, come faremo sull’aria e sull’acqua. Cioè, capire come questi Pfas possono essere sfruttati senza che siano un inquinante. Si dovranno fare degli interventi infrastrutturali, bisognerà capire come, quando e con che risorse”.

LE DICHIARAZIONI VIDEO

Da dove partire

Le risorse si sa non sono illimitate e dunque si dovrà prima di tutto comprendere da dove partire. Un primo indizio lo ha dato lo stesso assessore: “Il tema sarà soprattutto il torinese dove ci sono forti realtà industriali che usano i Pfas. Andrà fatto un monitoraggio per capire quale tipo di Pfas ci sono. Dovremo fare un grande lavoro scientifico che richiederà tempo”.

I primi dati relativi ad analisi di Pfas effettuate in Piemonte risalgono al 2010 e si riferiscono a tre punti della rete di monitoraggio regionale dei corpi idrici; oggi è prevista la determinazione in circa 900 punti di monitoraggio. A questo si aggiungono i controlli sugli scarichi in acque superficiali per diverse tipologie di impianti quali trattamenti di acque reflue urbane, discariche e aziende che usano i Pfas nel loro ciclo produttivo.

Il caso di Spinetta Marengo

Un caso studio in Piemonte c’è già ed è quello del polo chimico di Spinetta Marengo che dal 2016 viene monitorato da Arpa Piemonte attraverso indagini supplementari sulle acque superficiali e le falde acquifere. Qui sono stati avviati due impianti di trattamento e depurazione: il primo a osmosi inversa nel 2022 e il secondo a carboni attivi nel 2023. Investimento complessivo di 41 milioni di euro.

“Il problema dell’alessandrino è stato sistemato”, conclude Marnati, “con questo osservatorio dimostreremo che il risultato è stato raggiunto”. Un modello da portare come esempio per superare eventuali resistenze di chi dovrà adeguare i propri impianti per ridurre i fattori inquinanti.

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