Parroci a tempo determinato. Repole riscrive i "contratti"
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 03 Agosto 2025Nella diocesi di Torino avranno un mandato di nove anni, rinnovabile. Una scelta annunciata a sorpresa dall'arcivescovo con una lettera in piena estate che punta, ufficialmente, a evitare derive autoreferenziali ma che solleva perplessità tra il clero
Il 22 luglio il cardinale Roberto Repole ha inviato – inaspettata – una lettera alla pattuglia dei parroci “trasferendi”, quelli che, volenti o nolenti, da settembre prenderanno possesso dei loro nuovi incarichi. Lo stile è di pretto stampo “curial-boariniano” con espressioni del tipo: «ti raggiungo nel cuore dell’estate per condividere il senso di una scelta che ho pensato di operare d’ora in avanti in merito alle nomine dei parroci, e che riguarda anche te». Fino ad ora le nomine dei parroci da lui effettuate erano a tempo indeterminato ma, d’ora in poi, dureranno nove anni rinnovabili.
Il tema della durata dell’ufficio di parroco è stato affrontato nel consiglio presbiterale dove vi sono stati pareri favorevoli e pareri contrari. Come excusatio non petita – esercizio nel quale l’arcivescovo di Torino si sta rivelando campione – si dice che il termine di nove anni «non è certo un invito ad affievolire la dedizione o a porla in una prospettiva di precarietà», ma viene disposta per evitare l’autoreferenzialità e perché «non siamo diventati preti per noi stessi o per qualcuno in particolare». Chissà se queste belle parole valgono anche per – un nome a caso – don Paolo Resegotti, appellato non a caso “papa re”, che tra non molti anni arriverà a celebrare la Messa d’oro con la Chiesa di Grugliasco e il cui parere, dicono i bene informati, in quanto boariniano del cerchio magico, pesa assai sulle nomine e i trasferimenti?
Infine, l’avviso finale: «Ti confermo tanto sostegno insieme alla disponibilità a cercare insieme, nei prossimi anni, le modalità per verificare il cammino che stai intraprendendo…». Per qualcuno la lettera del cardinale traduce nell’obbedienza dei parroci la sua speranza autoriflessa di un ministero a tempo e non per sempre. Basta con il sacerdos in æternum secundum ordinem Melchisedech!
Proprio in concomitanza con il provvedimento del cardinale Repole, ha avuto una certa risonanza in diocesi di Torino un articolo comparso sul sito progressista Settimana News in cui monsignor Domenico Marrone, della diocesi di Trani e parroco di San Ferdinando, riflette sulla continua e frequente mobilità dei parroci, mobilità ridotta a un problema organizzativo, ignorando completamente la rilevanza ecclesiologica del fenomeno. Si spostano i preti «per riempire caselle, non per servire le comunità secondo carismi e discernimento. Così, il corpo presbiterale si sfianca, e le comunità si abituano a non investire nei legami, nella corresponsabilità, nella continuità il sacerdote rischia di diventare un nomade affettivo, un pastore senza pascolo. Si crea così un paradosso: da una parte, gli si chiede di vivere l’amore oblativo verso il popolo di Dio; dall’altra, lo si priva della possibilità concreta di stabilire radici profonde, costringendolo ad una “pastorale a termine”, dove la progettualità è sempre provvisoria, l’appartenenza fragile, e la memoria è continuamente rimossa o sacrificata».
La questione della mobilità dei preti è un banco di prova cruciale per la sinodalità della Chiesa che – ricordiamolo – vuol dire «camminare insieme» (syn-odos) e che non può essere messa in atto se una figura importante come il presbitero è sottoposto a continui spostamenti. Come nota don Marrone: «Le continue trasferte, i cambi di parrocchia o di incarico ogni sei, nove o dodici anni (spesso per esigenze organizzative più che pastorali) minano la possibilità di costruire relazioni profonde, radicate, fedeli. I preti diventano funzionari itineranti, senza tempo per lasciarsi plasmare dal volto del gregge, senza dimora né tempo sufficiente per generare frutti maturi. Questa mobilità programmata non è più apostolica, ma burocratica e la frequente mobilità può portare a vivere una forma di «poligamia pastorale imposta».
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Ritornato da Castelgandolfo, Leone XIV è atteso dai problemi che Francesco ha lasciato aperti e insoluti e molti si pongono la domanda fondamentale: continuità con il precedente pontificato o cauto cambiamento di orientamento? Sembra che una prima risposta l’avremo dalla imminente enciclica dedicata alle questioni sociali ma quello che ci si chiede è che cosa ne sarà della riforma sinodale che sembra, documento dopo documento, non abbia mai a concludersi. La riforma sinodale della Chiesa era il grande progetto di Francesco che voleva cambiare in profondità il modo stesso di essere Chiesa, come diceva lui, cioè alterando la sua struttura gerarchica, la sua dottrina, la sua disciplina, per forgiare quella che lui stesso chiamava una «nuova Chiesa costitutivamente sinodale».
La Segreteria generale del Sinodo e cioè la burocrazia sinodale diretta dal cardinale Mario Grech, il 7 luglio, ha emesso un documento dal titolo «Tracce per la fase attuativa del Sinodo: un testo a servizio dello scambio dei doni tra le Chiese» che ha il chiaro scopo di mettere le mani avanti e condizionare il papa inventando un organismo che nella Chiesa non esiste e cioè l’Assemblea ecclesiale planetaria, che si riunirà nel 2028 avviando un ennesimo «percorso». Ci si chiede che senso abbia avuto, dopo due sessioni, il documento finale diffuso alla fine di ottobre 2024 che a questo punto non può più essere definito finale.
Si vuole far credere che con papa Bergoglio ci siano stati apertura, dialogo e sinodalità, ma tutti sanno bene che non è stato affatto così. Anzi, il suo fu uno dei pontificati più autoritari e autoreferenziali della lunga storia della Chiesa: nomine e dimissioni di vescovi prive di informazioni sui motivi delle decisioni, creazioni cardinalizie senza lo svolgimento di indagini previe che evitino inedite rinunce, sinodi per la prima volta svoltisi senza notizie su quanto detto durante i lavori in aula, accordi segreti come quello con la Cina e si potrebbe continuare. Saremmo adesso, dice la burocrazia sinodale affetta da grafomania, alla fase attuativa di un Sinodo di cui ancora oggi non si riesce ad afferrare pienamente il suo carattere verboso, fumoso, indefinito e logorante in cui ritornano sempre, come dei mantra, le stesse frasi come Partecipazione, Ascolto e Comunione. Adesso al posto della Comunione è subentrata la parola Missione. Dunque, dai Pac siamo passati ai Pam e alla parola sinodalità sono stati dati oltre venti significati differenti.
Di nuovo si richiederanno quindi al Popolo di Dio valutazioni e convocazioni a vari livelli che paralizzeranno, come ben sanno vescovi, parroci e fedeli sempre più confusi. In questi anni si è registrata una generale apatia e un totale disinteresse con gravi insufficienze sul reale loro coinvolgimento; persino Enzo Bianchi arrivò a dire che mancavano, perché nemmeno presi in considerazione, i fedeli legati alla Tradizione. Così l’ex vescovo ausiliare di Coira, monsignor Marian Eleganti, ha potuto scrivere quello che molti suoi confratelli pensano ma non esternano: «Per amore di Cristo smettetela con l’eccesso di documenti finali che non sono tali, di estensioni in altri cicli, di moltiplicazione di commissioni alla fine di un’assemblea in una terra canonica di nessuno. Smettete di tenere la Chiesa in una frenesia senza fine dove non si parla dei veri problemi della Chiesa: l’apostasia di massa dei battezzati, i contenuti essenziali della fede, gli abusi liturgici, una prassi pastorale che contraddice l’insegnamento cattolico e il diritto canonico. Non posso più ascoltare la vostra propaganda e sospetto di non esser l’unico».
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Uno dei bergogliani più ferventi è l'ex direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro S.J., sottosegretario del dicastero per l’Educazione, che si è intestato una intervista a Leone XIV risultata completamente traendo in inganno anche la Stampa che in prima pagina aveva parlato addirittura di «intervista al Papa» e poi, all’interno, di «manifesto di Prevost nell’intervista inedita di un anno fa rilasciata a padre Spadaro». Ma cosa è veramente successo? Il gesuita ha pubblicato presso le Edb di Bologna un libro dal titolo Da Francesco a Leone: segnalato in copertina con la dicitura «con una intervista inedita al cardinale Robert F. Prevost». Purtroppo, quella di padre Spadaro non era né un’intervista né tantomeno inedita, ma soltanto una trascrizione da YouTube di una conversazione pubblica che l’allora prefetto del Dicastero dei Vescovi, cardinale Robert Francis Prevost, ebbe con un religioso in una parrocchia negli Stati Uniti e dove non c’entra nulla padre Spadaro.
L’operazione è chiara e anche smaccata: dimostrare la continuità tra il pontificato di Francesco e quello di Leone XIV. Molte sono le similitudini con un altro pasticcio: quello della lettera di Benedetto XVI che nel 2018 costò la poltrona di prefetto del Dicastero per la Comunicazione, monsignor Dario Viganò, con la pubblicazione dei famosi libretti (così definiti da papa Ratzinger) curati dall’amico don Roberto Repole che ebbe così modo di farsi notare e prendere in considerazione da Bergoglio. Con la differenza che il primo è stato epurato e il secondo è diventato cardinale.


