SALA ROSSA

Lo Russo in cerca di campo (largo) sonda in gran segreto il fronte M5s

Il sindaco di Torino sa che per ottenere la ricandidatura dovrà sudare sette camicie, e il "metodo Giani" suona come un avvertimento sinistro. Cerca di giocare d'anticipo aprendo un varco con gli storici avversari. Il rendez-vous con Russi

A Palazzo Civico, nei corridoi dove spesso si intrecciano strategie e silenzi, il destino politico di Stefano Lo Russo è il tema che tiene banco, sottovoce, tra gli scranni della Sala Rossa. La sua ricandidatura al 2027 è appesa a un filo, minacciata dal “metodo Giani”: quel trattamento inflitto al governatore toscano uscente, un logorante esame che pretende continue prove di discontinuità e un allargamento del perimetro delle alleanze, con la spada di Damocle di un verdetto rinviato all’ultimo. Come Eugenio Giani, Lo Russo è figlio di una stagione politica ormai lontana, precedente all’occupazione del Nazareno da parte di Elly Schlein e dei suoi fedelissimi gruppettari, molti dei quali all’epoca neppure iscritti al Pd o fuoriusciti in precedenza. Entrambi, inoltre, governano senza il M5s in maggioranza, dopo anni di scontri frontali con i pentastellati.

Sul primo cittadino torinese pesano inoltre critiche specifiche: l’assenza di empatia personale, una scarsa connessione con la città, un coinvolgimento marginale dei partiti della coalizione, assessori che lamentano una gestione verticistica, con poca condivisione delle linee di governo e un’autonomia politica ridotta al lumicino, con il bavaglio mediatico ben stretto: guai a parlare senza il placet del capo. Una gestione che sa di ancien régime, più monarchica che collegiale, e che sta trasformando la squadra in un covo di malumori. Il tutto è condensato in quel 42esimo posto nella classifica annuale del Sole 24 Ore, con un trend negativo in costante calo dall’elezione e che suona come un campanello d’allarme.

Carotaggi del geologo

Lo Russo, però, non si dà per vinto. Consapevole che la riconferma è tutt’altro che scontata, ha messo in campo una strategia su due fronti. Sul piano interno, cerca di placare i malumori nel Pd con un’operazione di appeasement verso Schlein e i suoi scherani locali, come dimostra il suo “sì” riformista a tutti i cinque quesiti del referendum, un atto di fedeltà che lo ha spinto a condividere, consapevolmente, il rischio più che improbabile del clamoroso flop. Sul piano esterno, punta ad ampliare la coalizione con l’operazione dei garibaldini di “Alleanza per Torino”, affidata all’economista Pietro Garibaldi, che dovrebbe dar vita a una “sua” lista civica alle prossime elezioni.

Oscuro con Chiara

Ma la mossa più sorprendente sarebbe un’altra. Lo Russo, che da capogruppo di minoranza durante la stagione di Chiara Appendino fu un feroce fustigatore – al punto da trascinarla in tribunale in una causa amministrativa (da cui lei uscì completamente scagionata) – da provetto geologo qual è avrebbe iniziato una sotterranea perlustrazione nella metà campo pentastellata. Dopo aver cercato di far calare una coltre di oblio sulla sua predecessora, il sindaco ha preso a citarla sempre più spesso, riconoscendone i meriti: dall’aver ottenuto le Atp Finals alle battaglie per i diritti omosessuali, come l’iscrizione all’anagrafe dei figli di coppie lesbiche. Un’apertura che sembra voler mettere una pietra sopra a quasi un decennio di aspra conflittualità. E c’è persino chi arriva a sostenere che Lo Russo possa spingersi fino a proporre l’ingresso in giunta di un esponente pentastellato, o quantomeno di una figura da loro indicata. Un’ipotesi che, per quanto appaia a dir poco ardita, trova comunque qualche convinto sostenitore. Chissà.

Fronte Russi

Non è sfuggito, poi, il gesto nell’ultimo consiglio comunale prima della pausa estiva: Lo Russo ha preso sottobraccio il capogruppo M5s Andrea Russi, conducendolo fuori dalla Sala Rossa per un tête-à-tête riservato durato oltre mezz’ora. Un tentativo di seminare il “campo largo”? Forse. Intanto, Appendino sembra aver allentato la presa su Torino, preferendo giocare una partita nazionale come vice di Giuseppe Conte, per quanto non sempre allineata al leader. E Conte, dopo aver dato il via libera a Matteo Ricci nelle Marche, ha ribadito che un’alleanza organica con il Pd non è possibile ovunque: “La nostra base ha scelto di definirsi una forza politica progressista indipendente. Bisogna valutare se ci sono le condizioni, e lo decideranno i territori”. Musica per le orecchie del primo cittadino.

Sminare il campo (largo)

Una cosa è certa, con queste mosse calcolate Lo Russo mira a sottrarre argomenti ai suoi numerosi detrattori, neutralizzando anzitutto l’accusa di non aver provato a sminare il campo (largo). Ma al momento il vero scoglio non si nasconde solo tra i pentastellati, bensì nelle sabbie mobili del Pd, dove correnti e mugugni ribollono sotto traccia. Il veto sul suo nome, spettro destinato ad aleggiare nei prossimi mesi, si aggira nelle stanze del Nazareno pronto a calare sotto la Mole. Così, mentre il sindaco affina la sua diplomazia e accenna sorrisi tirati a chi fino a ieri fulminava, il Pd osserva e borbotta, in attesa che da Roma arrivino indicazioni. Perché a Torino quegli equilibri che nel 2021 avevano consentito di “blindare” la sua candidatura respingendo le ingerenze nazionali sono ormai frantumati, e ogni futura decisione sarà il risultato di una geometria variabile, in cui contano meno le mosse visibili e più i silenzi degli assenti. E, a ben vedere, se oggi nel gruppo dirigente del Pd locale e in Sala Rossa nessuno trama apertamente contro Lo Russo, forse è proprio questo il problema.

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