Elkann ha il portafoglio pieno: ceduta Iveco sfoglia il trifoglio
17:30 Martedì 05 Agosto 2025Tech, healthcare, luxury: sono i tre assi dei nuovi investimenti del rampollo Agnelli. Niente più fabbriche, linee di montaggio o carrozzerie. E non ha nemmeno bisogno che i soldi arrivino sul conto, con 4 miliardi in cassa pronti all'uso
Nessuna attesa del “malloppo”. Mentre il mercato registra i colpi di coda delle cessioni Iveco, la famiglia Agnelli – oggi nella versione levigata e post-nobiliare di John Elkann – ha già messo la freccia a sinistra. Fonti vicine al dossier confermano alla Reuters che Exor, la cassaforte della dinastia, non ha alcuna intenzione di aspettare che arrivino i soldi delle dismissioni per muoversi su una nuova acquisizione strategica.
Parliamo di un bottino da 1,5 miliardi di euro – frutto della cessione della partecipazione in Iveco (valutata 3,8 miliardi da Tata Motors) e della divisione Idv (venduta a Leonardo per 1,7 miliardi). Un’operazione che di fatto chiude una pagina storica per l’automotive italiano e spalanca le porte a nuovi giochi finanziari nel salotto buono dell’Europa capitalista.
La liquidità non manca (anzi)
Con questa doppia uscita, Exor supererà i 4 miliardi di euro di liquidità, grazie ai 1,5 miliardi in arrivo e ai 2,6 miliardi già accantonati per nuovi investimenti. Ma la vera notizia è che non c’è bisogno di aspettare nemmeno un euro: secondo quanto trapelato alla Reuters da fonti con “conoscenza diretta” del dossier, l’operazione importante potrebbe essere imminente. Del resto, la mossa era già nell’aria: a febbraio, Exor aveva cominciato a fare cassa vendendo parte della sua quota in Ferrari. Un’uscita parziale mascherata da “ottimizzazione di portafoglio”, ma letta da molti come l’inizio di una manovra più ambiziosa.
E la patria industriale?
Nel dettaglio: Exor, con il suo 27,1% del capitale di Iveco, porterà a casa circa 1,5 miliardi tra la vendita del gruppo veicoli industriali a Tata Motors e la cessione della divisione militare a Leonardo. È una chiusura del cerchio: prima l’auto (con Fiat-Chrysler e poi Stellantis), ora anche i camion. Dell’impero industriale italiano resta poco più del brand e di una narrativa sempre più fragile.
Le due operazioni non si chiuderanno prima del 2026. Ma a Torino (e ad Amsterdam, dove ha sede legale Exor) si guarda già oltre: i soldi devono solo “arrivare”, ma la strategia è già partita. Il portavoce della holding si trincera dietro un “no comment”, come da tradizione sabauda.
Tecnologia, salute, lusso: il trifoglio
A marzo, Exor aveva indicato i tre settori target della nuova stagione: tech, healthcare, luxury. Tre parole che suonano bene nei board internazionali, ma che dicono poco a chi si chiede cosa resti dell’eredità produttiva italiana. In realtà, Exor lascia tutto sul tavolo: nulla è escluso, purché strategico e scalabile. Per ora, si guarda a operazioni estere e ad asset ad alta capitalizzazione. Niente più fabbriche, linee di montaggio o carrozzerie: il futuro è fatto di algoritmi, biotech e profumi griffati.
L’uomo invisibile con il portafoglio pieno
Nessuna uscita pubblica, nessuna dichiarazione roboante. John Elkann continua a muoversi come un Ceo d’altri tempi: riservato, sfuggente, gelido nei dossier ma iperattivo nei numeri. Da tempo ha smesso di recitare la parte dell’erede: è diventato un amministratore di ricchezza, con l’accento spostato su “ricchezza”. L’ex ragazzo timido cresciuto all’ombra di Gianni Agnelli ha trasformato Exor in una centrale di investimento, dove il made in Italy è ormai solo una linea nel bilancio.
La famiglia vende tutto, ma compra ricchezza
Con oltre 4 miliardi pronti all’uso, Exor è una delle armi da fuoco più cariche nel capitalismo europeo. Ma non cercherà né consenso popolare né plauso istituzionale: punta solo a crescere, possibilmente fuori dai radar. Il capitalismo dinastico del XXI secolo non ha più bisogno di fabbriche: bastano le holding, le Spac, e qualche Consiglio di amministrazione a Londra o Parigi. Gli Agnelli – anzi, gli Elkann – non sono più industriali. Sono arbitri del denaro. E il prossimo fischio, c’è da scommetterci, lo daranno prima ancora che i soldi di Iveco siano arrivati sul conto.


