Soft power al tartufo di Cirio: una "grattata" da 1,5 milioni
13:48 Sabato 09 Agosto 2025Un piano triennale per difendere il diamante bianco di Alba e rilanciare l'intera filiera. Dalle aste record ai nomi illustri che l'hanno ricevuto in dono, il prezioso tubero è per il governatore strumento di relazioni e per la giunta "barotta" conta più di Stellantis
Un tesoro nascosto sotto la terra delle Langhe, un profumo inebriante che fa girare la testa a chef stellati e magnati di Hong Kong, un simbolo che unisce il Piemonte al mondo: il tartufo bianco d’Alba, il leggendario Tuber magnatum Pico. Non è solo un tubero, ma un’icona culturale, un patrimonio Unesco, un motore economico che ogni anno genera oltre 100 milioni di euro e, nelle frenetiche nove settimane di alta stagione, spinge il turismo enogastronomico verso un fatturato che può superare il miliardo. In Piemonte il tartufo non è soltanto un’eccellenza gastronomica: è una vera e propria leva di potere, un bene da proteggere, promuovere e – quando serve – usare come strumento di relazioni internazionali. Alberto Cirio, che con il tartufo ha un rapporto di lunga data, l’ha trasformato negli anni in una forma di “soft power” tutta piemontese.
Un piano in quattro mosse
La Giunta regionale ha appena approvato il Programma triennale 2025-2027 per un valore complessivo di 1.525.860 euro. L’obiettivo è chiaro: difendere e valorizzare il “diamante” d’Alba, motore di un indotto economico milionario. Il piano si muove su quattro direttrici: protezione delle tartufaie naturali, promozione del marchio sui mercati nazionali e internazionali, finanziamento di ricerca e formazione per la filiera, e un gruppo di lavoro “interdirezionale” per garantire efficienza e coordinamento. Per il 2025 sono già pronti quasi 700 mila euro, pescati anche da fondi residui di progetti passati. «Il tartufo è più di una prelibatezza – afferma l’assessore Marco Gallo – è un simbolo identitario che unisce agricoltura, cultura e turismo, e che ogni anno genera oltre 100 milioni di euro di indotto».
L’assessorato di Gallo – ufficialmente “Biodiversità e tartuficoltura” ma per tutti “assessorato al tartufo” – gestisce un’economia che, nelle Langhe e nel Roero, significa 11 mila posti di lavoro, centinaia di migliaia di turisti, picchi di spesa tra i 220 e i 250 euro al giorno e un rapporto investimento/ritorno da manuale: per ogni euro investito, ne tornano 55. Non male per un settore che, però, deve fare i conti con la siccità, tanto da spostare l’inizio della stagione di raccolta (la “cerca”) dal 21 settembre al 1° ottobre.
I 4.000 trifulau autorizzati – tesserino dal costo di circa 100 euro – portano mezzo milione di euro nelle casse regionali, reinvestiti in nuovi alberi e aree di coltivazione. Una manutenzione necessaria per preservare una miniera d’oro che non è solo economica: è anche un simbolo.
La diplomazia del tartufo
Cirio lo sa bene. Da giovane ventiduenne vicesindaco di Alba a presidente per quasi dieci anni dell’Ente Fiera, fino alla delega regionale con Roberto Cota, ha usato il tartufo come ambasciatore del Piemonte: da Mosca alle capitali europee, da eventi mondani a cerimonie ufficiali. La lista dei destinatari del Tartufo dell’anno è impressionante: nel 1929 al Cavalier Benito Mussolini, poi Winston Churchill, Rita Hayworth, Alcide De Gasperi, Harry Truman, Luigi Einaudi, Marilyn Monroe, Gina Lollobrigida, Sofia Loren, Mina, Walter Chiari, Monica Vitti, Pippo Baudo, papi da Giovanni XXIII a Francesco, i protagonisti della fine della guerra fredda Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov assieme nello stesso anno, Gianni Agnelli, Luciano Pavarotti, Sergio Marchionne, Liliana Segre, il pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, l’imperatore di Intesa Sanpaolo Carlo Messina. Un parterre che racconta quanto il tubero piemontese sia, da quasi un secolo, una chiave di accesso alle stanze che contano.
Ogni autunno, la Fiera di Alba e la sua asta mondiale aggiungono spettacolo: due gemelle da 905 grammi sono state battute a 140 mila euro per un anonimo magnate di Hong Kong, e in 24 anni l’evento ha raccolto oltre 7,2 milioni di euro destinati a cause benefiche. Ma se il glamour è internazionale, l’effetto economico è locale: tra ottobre e novembre il turismo enogastronomico nelle Langhe vale 250 milioni di euro per il solo mercato del tartufo, e oltre un miliardo se si sommano pernottamenti e acquisti di vino.
Una corsa contro il clima
Ma anche i diamanti hanno i loro nemici. La siccità sta mettendo in pericolo le tartufaie, e il Piemonte risponde con una strategia coordinata che coinvolge enti e associazioni. “Proteggere il tartufo significa difendere un’arte che il mondo ci invidia”, dice Gallo. Con prezzi che oscillano tra 2.500 e 4.500 euro al chilo – e picchi da capogiro per esemplari unici – il tartufo bianco d’Alba è una delizia per il palato e per l’economia. Ma il suo vero sapore è quello di una storia: di trifulau che setacciano i boschi con i loro cani, di tavole imbandite che profumano di Langhe, di un Piemonte che, con questo piano, non solo celebra un’eccellenza, ma non scommette sul futuro. Un tartufo che non si limita a condire i piatti, ma condisce il destino di un territorio.
Certo, in tempi di crisi qualcuno potrebbe chiedersi se dedicare tanta attenzione politica a un fungo ipogeo sia la priorità. Ma in Piemonte il tartufo è più di un prodotto: è un lasciapassare, un biglietto da visita, un “ponte” verso relazioni e visibilità. Per Cirio, la sua diplomazia del tartufo resta una strategia vincente: mentre si discute di riconversioni industriali, ospedali in affanno o frane in montagna, al 40° piano del grattacielo per giunta barotta la partita più importante si gioca tra le tartufaie, con pedine profumate e quotazioni da gioielleria. E forse, a guardare certi sorrisi nelle foto di rito, viene il sospetto che in certi palazzi del potere si respiri meglio il profumo del sottobosco che quello delle aule consiliari.


