Ilva, forno (di carta) per il Nord
14:11 Giovedì 21 Agosto 2025Il ministro Urso apre alla possibilità di un impianto elettrico per Genova e Piemonte. Ma al momento sono solo parole. Trattativa con tre colossi ancora aperta. Mentre Taranto e la rigassificazione restano determinanti per il destino industriale
“Dopo anni di divisioni siamo riusciti a ritrovare unità di intenti, dando vita a un documento che definisce un percorso condiviso e vincolante per tutti. È un risultato senza precedenti”. Con la sua consueta (e ormai stucchevole) enfasi, Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha celebrato su Affaritaliani l’intesa raggiunta sull’ex Ilva. Peccato che, dietro gli squilli di tromba e i toni trionfalistici, restino tutte le incognite di un risiko industriale che, più che di “unità di intenti”, sembra fatto di scelte rimandate e dossier irrisolti.
L’accordo che non scioglie i nodi
Secondo il ministro, l’intesa non si limiterebbe alla realizzazione dei forni elettrici, ma introdurrebbe elementi innovativi: la salvaguardia dell’occupazione come principio prioritario, la produzione di preridotto affidata a Dri Italia per alimentare i nuovi impianti e l’obbligo per i futuri acquirenti di presentare una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia). Sulla carta, parole che suonano bene. Ma la realtà racconta di una fabbrica strozzata dai debiti, con gli impianti fatiscenti e la transizione energetica ancora tutta da finanziare.
Le trattative infinite
Urso prova a rassicurare: “I tre grandi player internazionali che avevano partecipato alla gara precedente sono ancora in campo e auspichiamo possano presto aggiungersi anche altri soggetti”. Ma i tempi si allungano, i pretendenti prendono tempo e l’idea di aprire anche all’area del Nord appare più come un diversivo politico che una strategia industriale. Sul tavolo spunta persino “l’ipotesi di un quarto forno elettrico a servizio degli stabilimenti di Genova e del Piemonte”. Un annuncio buono per distribuire promesse nei territori, ma senza certezze su chi pagherà il conto.
Il fantasma dello “spezzatino”
Il ministro assicura che “non è previsto alcuno spezzatino”. Salvo poi aggiungere che “si potrà valutare la possibilità di due diversi investimenti, uno per l’area Nord e l’altro per Taranto, solo se garantissero risultati migliori in termini produttivi e occupazionali. La nostra preferenza resta comunque per un unico complesso”. Tradotto: il rischio di smembrare il polo siderurgico resta in piedi, subordinato a condizioni indefinite e rimesso a decisioni future. Non proprio il segnale di quella “unità di intenti” sbandierata.
La variabile Taranto
La decisione finale dipenderà, ammette Urso, “anche dalle scelte di Taranto riguardo alla collocazione del Polo Dri e quindi della nave rigassificatrice”. Vale a dire che il cuore del progetto è ancora sospeso tra carte geografiche e ipotesi non sciolte, con la città pugliese che continua a pagare il prezzo più alto in termini di salute, ambiente e lavoro.
Genova e Piemonte in attesa
L’ipotesi del quarto forno elettrico destinato agli stabilimenti liguri e piemontesi è la classica mossa a effetto: Urso la sventola come segnale di attenzione verso due territori storicamente sensibili sul fronte siderurgico, ma al momento non c’è né un piano industriale dettagliato né una copertura finanziaria credibile. A Genova, i lavoratori ricordano bene gli impegni mai mantenuti dopo l’accordo di programma del 2005, mentre in Piemonte le crisi dell’indotto hanno già falcidiato posti di lavoro senza che Roma abbia mosso un dito.
Il governatore Alberto Cirio, all’ultimo tavolo regionale, ha ribadito l’urgenza di chiarire il destino degli stabilimenti piemontesi (Novi Ligure, Racconigi e Gattinara), chiedendo garanzie precise sul futuro occupazionale e produttivo. Non a caso, insieme ad altri amministratori locali, ha scritto una lettera allo stesso Urso per sollecitare risposte puntuali: non slogan, ma impegni concreti. Più che prospettiva industriale, quella di Urso sembra una promessa, utile a tenere buoni i territori e a congelare le proteste. Ma senza certezze sugli investitori e senza risorse stanziate, il rischio è che resti l’ennesimo annuncio destinato a cadere nel vuoto.
Dal proclama alla realtà
Urso insiste: “Gli acquirenti saranno inoltre tenuti a presentare una nuova Aia che stabilisca tempi certi per la transizione ai forni elettrici, garantendo continuità produttiva e tutela dei lavoratori. Un ulteriore passo per fare dell’Italia il primo Paese in Europa con una siderurgia pienamente sostenibile”.
Parole solenni, che fanno il paio con la retorica del “risultato senza precedenti”. Ma di fronte alla storia tormentata dell’ex Ilva, tra commissari straordinari, governi succeduti e promesse mai mantenute, il rischio è che anche questa intesa resti intrappolata nella palude.
Dietro i titoli altisonanti e i proclami di Urso, il dossier ex Ilva resta un rebus: soldi che non ci sono, impianti che cadono a pezzi, trattative che non si chiudono mai. Altro che “unità di intenti”: il futuro della siderurgia italiana sembra ancora appeso a un eterno, logorante gioco dell’oca.


