FINANZA & POTERI

Patto chiaro e amicizia lunga: Gavio si sfila, Palenzona torna a sognare Mediobanca

Assieme a tutti i grandi nomi dell'imprenditoria italiana (dai Lucchini ai Ferrero, dai Doris ai Berlusconi), anche la famiglia di Tortona ha mollato Piazzetta Cuccia. E se per il dopo Nagel si parla di Micillo (Intesa) per la presidenza circola l'ipotesi di Furbizio

«Se è caduto l’Impero romano, può cadere anche Mediobanca». Il vecchio mantra di Enrico Cuccia, ricordato in un impeccabile articolo di Paolo Madron su Lettera 43, oggi suona come un epitaffio. Dopo la disfatta di Alberto Nagel sull’Ops per Banca Generali, il “salotto buono” non è più tale: è diventato un tavolo da risiko, con le pedine dei vecchi soci che scappano e Montepaschi che avanza coi carri armati del Tesoro. Fine della storia. E che storia.

Il patto di consultazione, un tempo cuore pulsante di Piazzetta Cuccia, si sta riducendo a un lumicino: appena il 7,41% del capitale, contro l’11,8% di giugno. Un bollettino di resa. Gavio, Lucchini e persino i Ferrero della Nutella hanno incassato e levato le tende, smontando un mosaico azionario che Cuccia aveva costruito con la pazienza di un orafo. Marcello Gavio è uscito del tutto, Aurelia e Beniamino si sono ridotti allo 0,14%; Sinpar ha limato allo 0,32% la sua quota; Sereco (Ferrero) scende allo 0,41% dopo aver mollato lo 0,31%. Significativo, inoltre, che ad aver venduto la sua quota del 2% (e dunque a non aver votato all’assemblea di giovedì) sia stato anche uno dei più solidi sostenitori di Nagel, il gruppo Unipol. Tutti fuori prima della chiusura dell’Ops Mps, l’8 settembre, e prima di dover decidere se consegnarsi o no a Siena.

Toto-successioni

Non è una fuga casuale: i prezzi in Borsa restano sopra quelli dell’offerta di Mps, e il mercato scommette su un rilancio. L’operazione di Luigi Lovaglio parte da una base già consistente, il 35%, ma mira più in alto: superare il 50% e ribaltare il cda di Mediobanca al closing del 15 settembre. In caso di successo, il board (Nagel e il presidente Renato Pagliato in testa) si dimetterà, aprendo la strada a un’assemblea straordinaria per il rinnovo dei vertici a ottobre. È già toto-nomine, con Mauro Micillo, attualmente a capo della divisione corporate di Intesa Sanpaolo, e numero tre (dopo Stefano Barrese) di Carlo Messina. Ma in corsa c’è anche Marco Morelli, già numero uno di Mps e attuale presidente di Axa Investment Managers.

Mentre per la presidenza oltre a Vittorio Grilli (ex ministro di Mario Monti, top banker di Jp Morgan e storico consulente di Leonardo Del Vecchio), dell’attuale presidente del Monte Nicola Maione e di Luigi De Vecchi, con un lungo passato in Citi, torna a far capolino la stazza di Fabrizio Palenzona, presidente di Prelios ed ex vicepresidente di Unicredit, che dal 2001 al settembre 2003 ha già fatto parte del board di Piazzetta Cuccia. E, voci piemontesi, ritengono che nel disimpegno dei Gavio qualche parolina deve averla spesa proprio “Furbizio”, storicamente legatissimo alla famiglia di Tortona, città di cui tra l’altro è stato sindaco agli albori della sua carriera.

L’addio più clamoroso è stato quello di Mediolanum e Fininvest: il 3,5% venduto con un collocamento lampo per «non essere tirati per la giacchetta», come ha spiegato Massimo Doris. Perché ormai Piazzetta Cuccia è terra di conquista: da una parte Mps col governo; dall’altra i falchi di Generali, con Caltagirone e Delfin decisi a liberarsi del vecchio controllore. Il fallimento dell’Ops su Banca Generali – unico vero progetto strategico di Nagel in vent’anni, l’ossigeno per tenere Mediobanca in partita – è stato il colpo di grazia: respinto quasi con disprezzo.

Fine di un'epoca

Il silenzio e le geometrie di Cuccia appartengono a un altro tempo. Palazzo Chigi e il Mef oggi dettano la linea, e i “salotti buoni” li buttano giù a spallate. Montepaschi, che fino a ieri era la vergogna del sistema, si trova a dettare le regole: punta a un polo bancario nazionale da esibire a Bruxelles. Mediobanca, da regista silenzioso, è diventata preda. Non un normale M&A andato male, ma la fine di un’epoca: quella delle decisioni prese con un cenno del capo dietro porte chiuse. Ora comanda chi ha i soldi e il potere politico dalla sua parte.

E qui sta il vero risiko: a muovere i carri armati sono i soliti noti. Il Tesoro vuole la sua banca di bandiera, Caltagirone sogna di dominare Trieste e liberarsi di ogni guinzaglio, Delfin gioca la sua partita da gigante silenzioso. Nagel, dopo vent’anni di regno, si ritrova a difendere una fortezza Bastiani già espugnata. Mediobanca non fa più paura a nessuno: è un trofeo da smontare, spartire e riciclare. Cuccia avrebbe sorriso amaro, col suo proverbiale cinismo. Solo che stavolta l’impero non cade: avanza da Roma, col Tesoro in prima fila e i clan della finanza pronti a spartirsi il bottino. Altro che salotto buono: è un banchetto. E c’è già chi prepara le posate.

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