ECONOMIA DOMESTICA

Under 30, il turbo che manca alle imprese. Più investimenti e produttività con i giovani

Italia seconda in Europa per Neet. Oltre un decimo dei titolari ha 70 anni. Redditività +7% dove si trattengono talenti. Intanto servono 617 mila lavoratori stranieri per tappare i buchi del mercato. Mismatch crescente tra domanda e offerta

Altro che “next generation”: il futuro delle imprese italiane rischia di restare inchiodato alla generazione dei nonni. Al Meeting di Rimini, Andrea Prete – presidente di Unioncamere – ha messo sul tavolo le carte di un risiko economico in cui gli under 30 sono la pedina più ambita, ma anche la più rara. I numeri di Unioncamere–Centro Studi Tagliacarne dicono tutto: le aziende con una forte presenza di giovani corrono più delle altre. Il 38% prevede un aumento di fatturato (contro il 35% delle concorrenti), stessa quota per l’export (contro il 30%) e il 21% pensa di crescere negli organici (contro il 18%). Inoltre, investono di più in tecnologie 4.0 (44% contro 35%) e vantano una produttività superiore del 2,5%, che schizza al +7,2% quando adottano politiche per trattenere e attrarre talenti.

«Serve uno sforzo comune per rafforzare il legame tra imprese e giovani: sono la carta vincente per la competitività», ha avvertito Prete. Ma la carta è nel mazzo, il problema è pescarla. Secondo il sistema Excelsior (Unioncamere e ministero del Lavoro), tra il 2025 e il 2029 mancheranno all’appello migliaia di laureati: ogni anno 7-10 mila ingegneri, 3-5 mila in discipline scientifiche (matematica, fisica, informatica), 12-17 mila economico-statistici e 7-8 mila medico-sanitari.

E mentre il Paese invecchia, resta altissima la quota di Neet: l’Italia è seconda in Europa solo alla Romania per giovani che non studiano e non lavorano. Un paradosso che si somma al nodo del ricambio generazionale: al primo trimestre 2025, l’11% dei titolari d’impresa ha 70 o più anni, oltre 320 mila in valore assoluto. Per Prete la cura è chiara: «Attrarre talenti e integrare l’attuale forza lavoro con l’apporto di immigrati». E qui le cifre fanno impressione: nel quinquennio 2025-2029 serviranno ai settori privati circa 617 mila lavoratori stranieri, pari al 21,1% della domanda totale. Con Nord e Centro in prima linea e la Lombardia capofila: oltre 146 mila unità necessarie, il 24% del fabbisogno nazionale. Un risiko occupazionale dove le imprese italiane hanno il tabellone, ma rischiano di restare senza pedine. E senza mosse vincenti, la partita rischia di chiudersi prima ancora di cominciare.

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