Un "peccato" l'esodo dai borghi. La Chiesa scomunica il Governo
Gioele Urso 18:00 Martedì 26 Agosto 2025Vescovi e abati contestano il Piano nazionale strategico delle aree interne, che prevede di "accompagnare uno spopolamento irreversibile". Per l'Uncem il vero problema sono gli 800 milioni di euro di fondi da attivare. I progetti della Regione Piemonte
“Non possiamo arrenderci al suicidio assistito delle aree interne”. A dirlo sono 139 alte cariche della Chiesa italiana tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati che hanno inviato una lettera aperta al Governo e al Parlamento. Quello che viene contestato è il Piano strategico nazionale che ipotizza l’accompagnamento di questi territori, tra i quali c'è anche la montagna, in un “percorso di spopolamento irreversibile”. Tra i firmatari dell’appello contro l’eutanasia di queste aree c’è anche il cardinale e arcivescovo di Torino, Roberto Repole.
Evitare il suicidio assistito
Area interna in Piemonte vuol dire soprattutto montagna. Sono infatti 465 i Comuni montani con meno di 5.000 abitanti presenti nella nostra regione. Molti, soprattutto nelle zone montane, sono a rischio spopolamento, tanto che già nel 2021 la Regione lanciò una campagna che offriva contributi da 10.000 a 40.000 euro a chi sceglieva di trasferirsi da una città italiana in uno dei piccoli comuni di montagna delle nostre Alpi.
Oggi la situazione delle aree interne del Paese, quelle meno accessibili, sembra essere compromessa a tal punto che anche il Governo si sarebbe arreso a un declino lento e inesorabile. Come denunciato da cardinali, arcivescovi, vescovi e abati, all’interno della strategia nazionale delle aree interne il tema non è quello del rilancio di questi territori, ma di accompagnarli verso lo spopolamento.
“Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa della nazione”, spiega monsignor Felice Accrocca, arcivescovo di Benevento, che è anche promotore dei convegni sulle Aree interne che dal 2019 si tengono nel beneventano, “Noi crediamo che, accanto alle criticità, che pure ci sono, le aree interne possono vantare grosse potenzialità, che devono però essere valorizzate in un progetto organico che richiede tempi anche lunghi. Una sfida che la politica deve saper cogliere se non vuole assistere al proprio fallimento”.
La scomunica al Governo
Durissimo il giudizio che traspare dalla lettera che ben presto verrà consegnata all'intergruppo parlamentare Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili. Imputato d’eccellenza la politica che davanti a un quadro “allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento”, indica obiettivi “per la stragrande maggioranza irraggiungibili".
“Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate”, si legge nella lettera, “non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne”. Da qui l’invito ad applicare strategie per mettere in atto un contro esodo. Tra le proposte ci sono gli incentivi economici, la riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità e telemedicina.
No al tifo da stadio
Chi invece non vuole cavalcare la polemica è Marco Bussone, presidente nazionale Uncem, che sulla questione prende le difese del ministro Tommaso Foti. “Quella frase sullo spopolamento irreversibile non è una questione che ci deve preoccupare”, spiega, “Se c’è da fare polemica è sul fatto che ci sono ancora 800.000.000 di euro da spendere. L’ultima cosa su cui attaccare era quella frase”. No dunque al tifo da stadio su un tema tanto complesso, ma analizzare quel che sta succedendo all’interno di quelle aree.
“Non accetto la polemica sterile su una frase detta da un demografo”, continua Bussone, “Quel piano è fatto da 150 pagine e vale la pena leggerlo tutto. Noi abbiamo guardato il saldo migratorio che in Italia è positivo”. I numeri infatti dicono che nelle aree interne del Paese vi sono stati 100.000 nuovi ingressi, segnando un incremento del 10x1.000 su base nazionale e del 26,4x1.000 in Piemonte. “È il saldo migratorio che porta novità. Le persone che si sono trasferite, portando idee, capitali e trasformando i territori”.
Quel che rimane è il tema delle risorse che ci sono, ma non vengono impegnate sui progetti. I famosi 800.000.000 di euro da spendere: “Un esempio su tutti? Se le Valli di Lanzo hanno attivato gli infermieri di comunità e l’ostetrica di comunità, non è che chiuso quel capitolo quell’attività non si fa più. Questo è il momento giusto di attivare nuove risorse e di discutere con l’Europa verso la programmazione 2028/2034 su quanti fondi verranno stanziati per un piano europeo per le aree interne e montane”.
Il Piemonte cosa fa?
“Parlare di una montagna destinata allo spopolamento non è corretto. Io vorrei parlare di una montagna viva, anche se ci sono delle difficoltà”. Chi predica ottimismo è Marco Gallo, l’assessore alla Promozione della montagna della Regione Piemonte. “La montagna per sopravvivere deve dare dei servizi”, continua, “È fondamentale perché senza è impossibile che le famiglie popolino i comuni montani”. Per fare questo il Piemonte, oltre ai fondi regionali, ha a disposizione una ventina di milioni di euro del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane.
Per convincere le persone ad abbandonare la città per andare a ripopolare i borghi montani ci sono delle criticità che devono essere affrontate, due su tutte: la connettività e la chiusura degli sportelli bancari: “Stiamo lavorando sul tema delle telefonia e connettività perché è impossibile vivere in montagna se non funziona il telefono e non ci si può connettere”, dice Gallo spiegando che sul tema sono stati stanziati 4.000.000 di euro per cominciare a dare una risposta, “C’è anche il tema degli sportelli bancari e in questi mesi abbiamo incontrato i vertici di Abi e degli istituti di credito per intraprendere dei percorsi di creazione di sportelli digitali”.
Ma al di là dell’ottimismo, ripopolare le aree interne non è una cosa semplice ed è necessario un piano coordinato di attività. “Credo che la montagna piemontese ha dei problemi che siamo tenuti ad affrontare, ma dà anche dei segnali positivi”, conclude Gallo. Non si deve solo guardare al turismo, ma anche a filiere che vanno accompagnate come l’agricoltura montana o quella del legno: “il nostro petrolio che può diventare una risorsa economica importantissima”. Senza contare che il cambiamento climatico può diventare, paradossalmente, alleato: gli inverni si accorciano e i periodi con un clima favorevole si allungano rendendo così la montagna fruibile per più tempo.


