OBITUARY

È morto Cesare Nosiglia, vescovo delle due Torino

Si è spento questa notte a 80 anni al Cottolengo di Chieri dove era stato trasferito pochi giorni fa dall'ospedale Gradenigo di Torino per una malattia respiratoria. Ruiniano della prima ora nonostante la sua "conversione" papa Francesco gli negò la porpora

Cesare Nosiglia, arcivescovo emerito di Torino, è morto questa notte alle 2.15. Era ricoverato presso l'Hospice Cottolengo di Chieri dove era stato trasferito da pochi giorni in seguito a un ricovero all'ospedale Gradenigo di Torino per una malattia respiratoria. L'annuncio è stato dato dalla Diocesi di Torino e di Susa. I funerali saranno celebrati dal cardinale Roberto Repole venerdi 29 alle 15.30 nel Duomo di Torino.

Nato il 5 ottobre 1944 a Rossiglione, un borgo ligure dove le colline sembrano toccare il cielo, Nosiglia ha attraversato oltre cinquant’anni di sacerdozio con una fede tenace e un’intelligenza affilata, lasciando un’eredità di gesti semplici e di scelte coraggiose. La sua malattia, che lo ha costretto a un ritiro sempre più silenzioso nella parrocchia della Madonna Addolorata al Pilonetto, non ha cancellato il ricordo di un uomo che ha saputo essere pastore tra i poveri, “padre, fratello e amico” come amava firmarsi. Questo è il racconto della sua vita, intessuto di aneddoti che ne rivelano la grandezza e le fragilità, come un arazzo con fili di luce e ombre sottili.

Un prete tra il Sessantotto e la catechesi

Cesare Nosiglia nasce in una famiglia semplice, in un paesino dove, come raccontava ridendo, “le campane della chiesa erano più rumorose delle automobili”. Ordinato prete il 29 giugno 1968 nella diocesi di Acqui Terme, si trova catapultato in un’Italia in fermento. In un’intervista a La Voce e il Tempo (2018), rievoca un episodio dei suoi primi anni: durante una messa in una parrocchia di campagna, un gruppo di giovani contestatori interrompe l’omelia gridando slogan del Sessantotto. Lui, ventiquattrenne, non si scompone: «Se volete discutere, venite dopo in sacrestia. Ma lasciatemi finire, che il Vangelo è più interessante delle vostre urla». La battuta spezza la tensione, e due di quei giovani, racconta, diventano volontari della Caritas diocesana. È il primo segnale di un talento raro: disinnescare conflitti con ironia e umanità.

La sua formazione lo porta a Roma, alla Pontificia Università Lateranense e al Pontificio Istituto Biblico, dove si laurea in teologia e Sacra Scrittura. Negli anni ’70, entra nell’Ufficio Catechistico Nazionale della Cei, un lavoro che lo vede collaborare alla stesura dei catechismi post-conciliari. Marco Bonatti, che fu a lungo suo portavoce, su Avvenire, ha ricordato un aneddoto: durante una riunione fiume per il catechismo Venite con me, Nosiglia, stanco di dibattiti astratti, prende un gesso e disegna una croce sulla lavagna. «Se non partiamo da qui, stiamo solo facendo filosofia», dice. Quel gesto, semplice ma deciso, convince i teologi a trovare un compromesso. È l’inizio della sua reputazione di uomo pratico, capace di tradurre la dottrina in linguaggio vivo.

Sotto l’ala di Ruini

Nel 1991, Nosiglia diventa vescovo ausiliare di Roma, ordinato dal cardinale Camillo Ruini, il potente vicario di Giovanni Paolo II e leader dell’ala moderata-conservatrice della Chiesa italiana, quella che difendeva i “valori non negoziabili” (vita, famiglia, educazione) in un’Italia sempre più secolarizzata. Ruini lo sceglie per la sua rapidità e dedizione: «Cesare era come un trattore», raccontava un prete romano. «Arrivava alle riunioni con pile di documenti già letti e annotati». Un episodio di quel periodo, riportato da un collaboratore, lo mostra in azione: durante una visita pastorale in una parrocchia di periferia, un anziano gli si avvicina lamentando la freddezza dei preti moderni. Nosiglia, invece di difendere la categoria, si siede con lui e ascolta per un’ora, finendo per invitarlo a cena in episcopio. «Non era un gesto calcolato, era Cesare».

Come vicegerente di Roma (1996-2003), Nosiglia gestisce scuole, giovani e catechesi, ma non senza tensioni. Alcuni preti lo accusano di essere troppo legato a Ruini, simbolo di una Chiesa assertiva che non piace ai progressisti. Durante un incontro con Comunione e Liberazione, movimento in quegli anni vicino a Ruini, un giovane lo sfida: «Perché la Chiesa si occupa tanto di politica e poco di poveri?». Nosiglia, con il suo tono calmo, risponde: «La politica è un mezzo, non il fine. Ma se non difendiamo la vita, chi lo farà?”». La risposta, applaudita dai ciellini, gli attira però critiche dai settori più liberal, che lo vedono come un “ruiniano” puro. È la prima ombra: la sua fedeltà a Ruini, pur temperata da un approccio pastorale, lo rende una figura di confine, amata ma non sempre compresa.

Torino: il vescovo degli ultimi

L’arrivo a Torino, l’11 ottobre 2010, è un punto di svolta. La città, segnata dalla crisi post-Fiat, accoglie un vescovo introverso ma che sa parlare alle ferite del territorio. Il suo primo gesto è paradigmatico: invece di una cerimonia pomposa, sceglie di incontrare i giovani in una palestra di Borgo Vittoria, quartiere difficile. «Non sono qui per fare il protagonista – afferma – ma per camminare con voi». Un ragazzo, anni dopo, ricorda: «Ci ha chiesto i nostri sogni, non le nostre preghiere. Nessuno lo aveva mai fatto». Quel giorno, regala a ogni giovane una copia del Vangelo tascabile, con una dedica scritta a mano: “Leggetelo, vi cambierà”.

È il Nosiglia che Torino imparerà a conoscere: diretto, concreto, mai distante. La sua attenzione agli ultimi è il tratto distintivo. Durante l’ostensione della Sindone del 2015, di cui era custode pontificio, apre il Duomo ai senzatetto, organizzando dormitori e pasti caldi. Un volontario racconta a Avvenire: «Ci disse di trattare ogni persona come un ospite, non come un caso sociale. Una sera, lo trovai a servire minestra in mensa, con il grembiule sopra la talare». La gestione dello sgombero dell’ex Moi, il villaggio olimpico occupato da migranti, è un altro momento chiave. Nel 2019, mentre le tensioni tra istituzioni e occupanti crescono, Nosiglia media con il Comune e la Prefettura, evitando scontri. Un migrante sudanese testimonia: «Ci ha portato coperte e cibo, ma soprattutto ci ha ascoltati. Mi ha chiesto il mio nome, non il mio permesso di soggiorno».

Il suo raggio d’azione includeva giovani, lavoratori colpiti da crisi aziendali, mondo della scuola. L’obiettivo era attirare l’attenzione pubblica – civile ed ecclesiale – sui problemi concreti, forzando l’agenda cittadina. In questo, tra il 2010 e il 2022, il suo stile si intrecciava perfettamente con quello di papa Francesco: servizio ai poveri come testimonianza concreta della carità di Cristo e comunicazione capace di parlare all’intera città, oltre i confini del “mondo cattolico”. Proprio al Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, Nosiglia aveva tenuto la relazione principale, mentre il Pontefice ricordava che i poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo perché vivono sulla loro pelle la sofferenza del Cristo crocifisso. Celebre nel 2019 la sua denuncia delle “due Torino” nell’omelia per la Festa patronale di San Giovanni: la città che sta bene opposta a quella che fa tanta fatica.

Il suo impegno per i lavoratori è altrettanto vivido. Nel dicembre 2017, davanti ai cancelli dell’Embraco, celebra una Messa di Natale per i dipendenti a rischio licenziamento. «Faceva un freddo cane, ma lui era lì, con la stola che sventolava nel vento, a dirci che Dio non abbandona chi lotta», ricorda un’operaia. Dopo la Messa, si ferma a bere un caffè con i sindacalisti, ascoltando le loro paure. È un’immagine che incarna il suo stile: una Chiesa che non predica dall’alto, ma si sporca le mani. Nosiglia fu anche il primo vescovo torinese a parlare dal palco del Primo Maggio, riconosciuto dai sindacati come interlocutore ma anche criticato proprio per alcune sue invasioni di campo “pansindacali” che hanno spesso creato aspettative nelle maestranze e confusione dei ruoli. Non era politica, spiegava, ma esperienza personale: suo padre aveva conosciuto la disoccupazione nel dopoguerra, e per lui il lavoro restava la base della dignità di ogni persona.

La Sindone e i giovani

Come custode della Sindone, Nosiglia ne fa un simbolo vivo. Nel 2018, in preparazione al Sinodo dei Giovani, organizza una “venerazione straordinaria” del Telo per migliaia di ragazzi. Un giovane scettico, vedendo la Sindone, gli chiede se crede davvero che sia autentica. Nosiglia sorride: «Non è la tela che salva, ma ciò che rappresenta. Guardala e dimmi se non ti parla». Quel ragazzo, racconta Bonatti, torna a casa con un rosario in tasca. Quando nel 2018 esplodono polemiche su uno studio che mette in dubbio le macchie di sangue della Sindone, Nosiglia non si lascia trascinare nel sensazionalismo. In una riunione con il Centro di Sindonologia, dice: «La Sindone è un mistero, non un trofeo. Lasciamo che parli al cuore, non ai giornali». È un esempio della sua capacità di navigare tra fede e scienza senza arroccamenti.

I giovani sono la sua passione. Nel 2012 lancia il Sinodo dei Giovani, un percorso di ascolto che culmina nella lettera pastorale Maestro, dove abiti? (2017). Durante un incontro a Venaria un ragazzo lo interrompe: «Perché la Chiesa non usa TikTok?». Nosiglia ride: «Se mi insegnate, ci provo. Ma il Vangelo è più virale di qualsiasi video». Nel 2021, all’incontro di Taizé a Torino, si presenta in jeans e felpa, suscitando stupore. Un volontario ricorda: «Ci disse: “Se sembro ridicolo, almeno vi ricordate che sono qui”. Era il suo modo di abbattere i muri».

Il cardinalato mancato

La mancata nomina a cardinale è il suo grande rammarico. Torino, sede tradizionalmente cardinalizia, si aspettava che ricevesse la porpora, ma papa Francesco, orientato a premiare periferie e figure meno legate alla tradizione, non lo include nei concistori. Nosiglia sperava di restare in carica fino al 2022, anche per l’ostensione della Sindone, ma la sua rinuncia viene accettata a 77 anni, senza porpora. Un collaboratore rivela: «Non lo ammise mai, ma ci soffrì. Una volta, scherzando, disse: “Forse il rosso non mi dona”». La delusione è palpabile. Durante un pranzo con i preti confessa con una punta di amarezza: «Alla porpora preferisco il viola della penitenza. È più leggero».

Non tutti a Torino lo hanno amato senza riserve. Alcuni preti di periferia lo hanno accusato di una gestione accentratrice. Un parroco racconta: «Ascoltava tutti, ma poi decideva da solo. Una volta gli proposi un progetto per i ragazzi di strada, e mi rispose: “Bello, ma aspettiamo il piano diocesano”. Aspettammo due anni». La sua apertura su temi come l’accoglienza degli omosessuali, espressa in un’omelia del 2019 («con saggezza e verità»), scatena critiche dai tradizionalisti. Un gruppo di laici gli invia una lettera, accusandolo di “cedere al mondo”. Nosiglia risponde con una telefonata personale, raccontata da un destinatario: «Mi disse: “Non cambio il Vangelo, ma cambio il tono. È questo che ci chiede Cristo”». Un gesto che placa le tensioni, ma non le cancella.

La sua fedeltà all’eredità di Ruini, pur mitigata da uno stile pastorale vicino a Francesco, lo rende una figura di transizione, mai del tutto a suo agio nel nuovo corso ecclesiale. Nel rapporto con il clero e la città emergono limiti evidenti: la percezione di una distanza, di un dialogo limitato a cerchie ristrette, di un episcopato più amministrativo che pastorale. Alcuni sacerdoti e osservatori parlano di freddezza; altri apprezzano l’ordine lasciato nei conti e nella gestione patrimoniale, frutto della sua formazione curiale. Le sue “Agorà del sociale”, pur innovative, non sempre producono risultati concreti, e alcuni sindacalisti lo accusano di “buone intenzioni ma poca incisività”. È l’ombra di un uomo che, pur amato, non sempre riesce a tradurre la visione in realtà.

Un addio silenzioso

Dopo la rinuncia nel febbraio 2022, Nosiglia rimase amministratore apostolico di Torino e Susa fino al maggio successivo. Durante la Messa di passaggio al successore Roberto Repole, un momento cattura tutti: mentre consegna il pastorale, sussurra: «Torino è una città che ama, ma devi conquistarla ogni giorno». È un Nosiglia stanco, segnato dall’età, ma ancora lucido. Ritiratosi al Pilonetto, affronta con riserbo l’ultima stagione della sua vita. Resta il ritratto di un ecclesiastico di disciplina e fedeltà, forgiato nelle stanze romane, fedele a un’idea di Chiesa forte nella dottrina e nelle istituzioni. Ma anche l’immagine di un pastore che, in un’epoca di rapida trasformazione ecclesiale e sociale, si è trovato a metà strada fra il ruolo di custode di un’eredità e la necessità di reinventarsi.

Cesare Nosiglia muore come ha vissuto: senza clamore, ma con una presenza che lascia il segno. Le sue parole al santuario della Consolata, nel 2012, risuonano ancora: «Torino non è solo una città, è un popolo che cerca speranza». Ha cercato di essere quella speranza, con le sue luci – la vicinanza agli ultimi, la passione per i giovani, la custodia della Sindone – e le sue ombre – il cardinalato mancato, le tensioni con chi voleva di più o di meno. Un aneddoto finale, raccontato da un diacono: durante una visita a un malato, Nosiglia si ferma a raccogliere un rosario caduto a terra. «Non lasciamo mai cadere la fede», disse. È l’immagine di un uomo che, fino all’ultimo, ha tenuto insieme la croce e la città.

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