La Lega torna un Po alle origini. Tracce di vita oltre il salvinismo
15:38 Venerdì 29 Agosto 2025Un partito geneticamente modificato, quasi del tutto vannaccizzato, torna domani al Pian del Re alle sacre fonti battesimali del vecchio Carroccio. Laddove Bossi con in mano l'ampolla scopriva le "radici padane" e l'identità del Nord. Ovviamente assente il leader
Sotto l’ombra maestosa del Monviso, al Pian del Re, dove il Po sgorga timido tra le rocce alpine, la Lega fa un tuffo nel passato. Domani la tradizionale festa tornerà in questo luogo carico di simbolismo, dopo anni di edizioni più defilate a Pian della Regina. Questo luogo, immerso nel cuore delle Alpi cuneesi, non è solo uno scenario mozzafiato, ma un simbolo profondo per il Carroccio, che qui, negli anni Novanta, sotto la guida di Umberto Bossi, ha scritto alcune delle pagine più emblematiche della sua storia. La scelta di riportare l’evento al Pian del Re non è casuale: rappresenta un ritorno alle radici identitarie della Lega, in un momento in cui una parte del partito cerca di riaffermare i suoi valori originari di fronte alla svolta di estrema destra impressa da Matteo Salvini, sempre più condizionato da figure come il generale Roberto Vannacci.
Il mito dell’ampolla
Correva l’anno 1996 quando il Senatùr saliva al Pian del Re con un’ampolla di vetro in mano. Con un gesto quasi sacrale, raccolse l’acqua del Po, simbolo della “Padania libera”, per poi portarla in trionfo fino alla Laguna di Venezia, dove la versò in un atto di sfida al centralismo romano. Quel rito, tra il pagano e il rivoluzionario, divenne il tratto della Lega Nord: un movimento che sognava la secessione, con bandiere verdi e slogan che infiammavano le piazze del Nord. L’ampolla non era solo un oggetto, ma un’idea: il Nord che si ribella, il Nord che si riconosce in un’identità forte, radicata nei suoi fiumi, nelle sue montagne, nelle sue genti.
Svolta a destra
Con il passare degli anni, però, la Lega è cambiata. Salvini ha preso le redini, smantellando il sogno secessionista per costruirne uno nuovo, nazionalista e sovranista. Il verde padano è stato sostituito dal blu, l’ampolla relegata a reliquia di un’epoca lontana. La Festa del Monviso, un tempo appuntamento clou per i militanti, ha perso smalto, spostandosi a Pian della Regina, quattro chilometri più a valle, quasi a simboleggiare un passo indietro. Ma il 2025 segna una svolta: il ritorno a Pian del Re non è solo un cambio di location, è un messaggio. Una parte della Lega vuole riallacciare i fili con il passato, mentre Salvini spinge il partito verso un’estrema destra che strizza l’occhio a tutti i rigurgiti più reazionari. È una battaglia sotterranea, ma feroce, per (salvare) l’anima del Carroccio.
Politica e simboli
La giornata di domani si aprirà alle 10, con il Monviso a fare da sentinella. Sul palco, tre nomi pesanti: Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera e capo della Lega piemontese; Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, custode della vecchia guardia bossiana; e Giorgio Bergesio, senatore e segretario provinciale, radicato nel territorio cuneese. Non ci sarà Salvini, e questa assenza parla più di mille discorsi. La scaletta è un ritorno ai fondamentali della Lega: autonomia, infrastrutture, sicurezza. Temi che risuonano con la base storica, quella che rimpiange i tempi in cui Bossi arringava le folle con promesse di federalismo e libertà.
Autonomia, araba fenice
L’autonomia differenziata, bandiera di Calderoli, sarà il cuore del dibattito. “Vogliamo che le decisioni siano prese vicino a chi vive e lavora qui”, tuonano dalla segreteria cuneese. Ma non è solo una questione di principio: è una risposta alle difficoltà dei sindaci, strangolati da bilanci risicati, e delle imprese, che siano della pianura o delle valli alpine, alle prese con un’economia che arranca. E poi ci sono le infrastrutture, il nervo scoperto del Cuneese: l’autostrada Asti-Cuneo, eterna incompiuta; il nuovo tunnel del Tenda, bloccato da anni di ritardi; la variante di Demonte; il traforo Armo-Cantarana, che promette di rivoluzionare i collegamenti con la Liguria; la tangenziale di Mondovì. Opere vitali, ma ferme in un limbo di promesse e burocrazia. Il traforo Armo-Cantarana, per esempio, potrebbe ridurre il tragitto tra Cantarana e Acquetico da 25 a 6 minuti, ma i finanziamenti sono incerti e i cantieri un miraggio. La Lega sa che su questi temi si gioca la credibilità con il territorio, e domani a Pian del Re si parlerà di questo, con toni che mescolano pragmatismo e orgoglio locale.
La polenta e il genepy
Dopo i discorsi, la giornata si chiuderà con un pranzo conviviale al rifugio Albergo Pian del Re. Non un semplice buffet, ma un richiamo alle vecchie “polentate” dei tempi di Bossi, quando, dopo il rito dell’ampolla, i militanti si riunivano attorno a pentoloni fumanti di polenta, accompagnati da bicchieri di genepy. È un’immagine che sa di nostalgia, ma anche di resistenza. Mentre Salvini spinge la Lega verso un’identità sempre più nazionalista, la polenta di Pian del Re è un modo per dire: “Siamo ancora qui, siamo ancora noi”. È un messaggio rivolto ai militanti, ma anche a chi, dentro il partito, guarda con sospetto alla deriva di estrema destra incarnata da Vannacci.
Lega divisa: il bivio di Pian del Re
Dietro le quinte, la Festa del Monviso è un microcosmo delle tensioni che attraversano la Lega. Da un lato, Salvini e il suo progetto di un partito nazionale, sempre più vicino a posizioni radicali che rischiano di alienare la base moderata. Dall’altro, la vecchia guardia, rappresentata da Calderoli, e il fronte dei “salviniani” della prima ora, come Molinari, vorrebbero rilanciare il modello di partito “sindacalista del Nord”. Il ritorno a Pian del Re è un bagno nelle sacre fonti battesimali: un modo per ricordare a tutti che la Lega è nata qui, tra le sorgenti del Po, e che quelle radici non possono essere cancellate con un cambio di colore o di slogan.
Ma il 2025 non è il 1996. La Lega di oggi è un partito geneticamente modificato. Riuscirà a ritrovare la sua identità senza perdere di vista il territorio che l’ha vista nascere? O il Monviso, silenzioso testimone, vedrà il Carroccio dividersi sotto il peso delle sue contraddizioni? Domani, alle sorgenti del Po, la risposta potrebbe essere un po’ più chiara. O forse, come il fiume, continuerà a scorrere senza mai rivelarsi del tutto.


