BANCHI DI NEBBIA

Scuole (in)sicure, rapporto choc: solo una su dieci è in regola

Oltre 36mila edifici statali sono privi di certificazioni obbligatorie e quasi 4mila completamente irregolari. In Piemonte il 53,4% è a posto. Il ministero rimanda al Pnrr, ma i risultati si vedranno tra anni, mentre resta vivo il ricordo del crollo al liceo Darwin di Rivoli

Nove edifici scolastici su dieci non sono a norma. È il dato che emerge dall’ultimo dossier di Tuttoscuola, costruito sui numeri ufficiali dell’Anagrafe Nazionale dell’Edilizia scolastica, anno 2023-2024. Dei 40mila edifici statali, ben 36.088 risultano privi di una o più certificazioni obbligatorie. Una fotografia che basterebbe da sola a spiegare quanto la scuola italiana, tanto evocata nei comizi e nei programmi elettorali, resti invece fanalino di coda quando si tratta di fatti concreti.

E non è tutto. In 3.588 casi – quasi il 9% del totale – le scuole sono completamente prive di certificazioni, frequentate da circa 700mila persone tra studenti e personale. Strutture fuori legge, eppure quotidianamente aperte, come se nulla fosse. Due terzi di questi edifici si trovano al Sud e nelle Isole, ma il problema attraversa l’intero Paese.

La ferita del Darwin

È impossibile leggere questi dati senza tornare a quella mattina del 22 novembre 2008, al Liceo Scientifico Darwin di Rivoli. Nella IV G il controsoffitto crollò all’improvviso: morì Vito Scafidi, 17 anni, un suo compagno rimase paralizzato, altri furono feriti. Una tragedia che segnò per sempre la comunità scolastica e aprì un lungo processo conclusosi nel 2015 con le condanne confermate in Cassazione per tecnici e responsabili della sicurezza. Da quel caso è nato un principio giurisprudenziale che resta valido ancora oggi: chi ha incarichi in materia di sicurezza nelle scuole non può nascondersi dietro l’ignoranza, deve denunciare, chiedere aiuto a esperti e, se necessario, imporre la chiusura degli edifici a rischio. Eppure, a 17 anni da quella vicenda, la lezione non sembra essere stata appresa.

I numeri del disastro

Solo il 37,2% degli edifici dispone del certificato di agibilità, documento che attesta sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico. In Valle d’Aosta l’87,8% delle scuole è a posto, in Piemonte il 53,4%, in Veneto il 52,7%. In Lazio si precipita al 12,7%, nelle Isole ancora meno. Un edificio su sei è privo del piano di evacuazione, in Calabria addirittura uno su tre.

Quanto al rischio sismico, i dati sono da brividi: nelle aree a più alta pericolosità meno della metà degli edifici (49%) possiede il certificato di collaudo statico, percentuale più bassa persino rispetto alle zone a rischio ridotto (56%). Ancora più allarmante: solo il 12,7% delle scuole, circa 5mila, ha un progetto antisismico, cioè la certificazione che l’edificio sia in grado di resistere a un terremoto. Tutto questo a 23 anni dal crollo di San Giuliano di Puglia, 16 dal terremoto dell’Aquila, 9 da quello di Amatrice.

Le rassicurazioni del Ministero

Dal ministero dell’Istruzione fanno sapere che le cifre sarebbero “sorpassate”: ci sono oltre 10mila cantieri in corso grazie ai fondi del Pnrr e a risorse ministeriali che coprono un terzo delle opere di messa in sicurezza. “Il più grande piano mai fatto per la scuola italiana”, si ripete, che riguarda il 22% del patrimonio edilizio statale. Peccato che i risultati, ammettono gli stessi uffici, “saranno misurabili solo tra qualche anno”. Nel frattempo, milioni di ragazzi continuano a studiare in aule che non avrebbero il diritto di essere aperte. E le responsabilità? Ufficialmente sono degli enti locali, Comuni e Province, già alle prese con bilanci asfittici. Lo Stato scarica, le amministrazioni arrancano, e intanto il rischio resta sulle spalle di chi ogni mattina varca il portone della scuola.

La rassegnazione come norma

La verità è che la sicurezza scolastica in Italia non è una priorità, ma un eterno annuncio da conferenza stampa. Lo si vide dopo San Giuliano, lo si disse all’Aquila, lo si ripeté ad Amatrice. Lo si promise a Rivoli, davanti al corpo di un ragazzo di 17 anni ucciso in aula. Ma oggi, con nove edifici su dieci fuori norma, il Paese si comporta come se nulla fosse.

Il nome di Vito Scafidi dovrebbe restare inciso come monito. Invece è rimasto un ricordo per pochi, un dolore privato che non ha prodotto un cambiamento pubblico. In Italia il rischio non è un’eccezione: è la normalità. E la prossima tragedia non sarà una fatalità, ma il frutto annunciato di una colpa.

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