Palenzona non ha più l'età. Fuori gioco per Mediobanca (ma ora punta su Generali)
17:56 Lunedì 01 Settembre 2025L'anagrafe e lo statuto di Piazzetta Cuccia frena la corsa del Camionista di Tortona. Il limite di 70 anni è invalicabile quindi meglio dirottare la sua smisurata ambizione altrove: la compagnia del Leone quando i "conquistadores" l'avranno espugnata
Fabrizio Palenzona non ha più l’età. A stroncare ogni velleità di rientrare in Mediobanca — da cui uscì nel 2007 dopo esservi rimasto per quattro anni all’epoca in cui era vicepresidente di Unicredit — è l’anagrafe. Almeno per la poltrona su cui attualmente siede Renato Pagliaro lo statuto di Piazzetta Cuccia all’articolo 16 parla chiaro: “Non può essere nominato Presidente o Amministratore Delegato chi abbia compiuto rispettivamente il settantesimo e il sessantacinquesimo anno di età”. E il Camionista di Tortona ha 72 anni, peraltro compiuti proprio ieri, 1° settembre.
In teoria potrebbe fare il consigliere semplice visto che il limite scatta a 75 anni: “Non può essere eletto Amministratore chi abbia compiuto il settantacinquesimo anno di età” (art. 15). Che si sia trattato di una confusione involontaria oppure di una deliberata disattenzione utile, comunque, a far circolare il suo nome in vista del ribaltone in programma il prossimo 8 settembre, quando Mps verosimilmente diventerà l’azionista di riferimento della storica banca d’affari milanese, la sostanza non cambia. Niente presidenza.
Impensabile, peraltro, che da qui al 28 ottobre — quando, come da tradizione imposta da Enrico Cuccia in antitesi alla Marcia su Roma dei fascisti, l’assemblea dei soci insedierà la nuova governance — si possa mettere mano allo Statuto è pura fantascienza: non ci sono i tempi e allo stato attuale non ancora i numeri. Quindi nisba.
Ma se qualcuno pensa che la cosa abbia gettato nello sconforto Palenzona si sbaglia di grosso e dimostra di non conoscere il personaggio. Non è certo la carta d’identità a fermare la sua fame di incarichi. Semmai, chiusa una strada ne agguanta subito un’altra e non sempre è un ripiego. Anzi. Perché se è vero che Mediobanca è un suo pallino, e far ritorno in quelle stanze che furono il sancta sanctorum del capitalismo italiano — dove le azioni si pesavano e non si contavano — è da sempre il suo sogno, lui che si sente l’incarnazione (molto in carne) di Vincenzo Maranghi, a sua volta erede e guardiano del potere cucciano, c’è un altro boccone a fargli gola. Anche questo sempre nel sistema Mediobanca. E che boccone: le Assicurazioni Generali.
Nel suo entourage, infatti, trapela che Palenzona ora avrebbe messo gli occhi sulla poltrona di Trieste, quella attualmente occupata da Andrea Sironi. In verità il vertice del Leone è stato appena rinnovato, riconfermando Philippe Donnet nel ruolo di Ceo e, appunto, il bocconiano alla presidenza per un secondo mandato che scade nel 2027. Palenzona confida di non dover aspettare tanto, visto che la conquista di Mediobanca da parte di Mps in asse con gli eredi Del Vecchio e Caltagirone (che detengono anche il 15% dell’istituto senese e il 17% di Generali), inevitabilmente terremoterà la compagnia assicurativa, vero obiettivo di questo risiko bancario e di potere.
Lui potrebbe presentarsi come una figura di mediazione tra i “conquistadores” e il mondo politico, sfruttando i buoni rapporti con Francesco Milleri, capo di Delfin (la finanziaria dei Del Vecchio) e il ministro Guido Crosetto, piemontese “di provincia” come lui e suo antico commilitone nella Dc. E qui l’età non è un problema perché provvidenzialmente nel 2019 le Generali hanno eliminato i limiti anagrafici per le cariche dirigenziali e amministrative negli organi sociali, una mossa fatta all’epoca per riconfermare Gabriele Galateri di Genola nonostante le sue 72 primavere.
Certo la presidenza di Generali, per la caratura della società, non è propriamente una carica da cortile di casa. È la più importante istituzione finanziaria nazionale, storicamente la prima e unica di forza e respiro internazionale. Le grandi banche, come Intesa Sanpaolo, anch’esse strategiche per il Paese, sono comunque arrivate dopo e in ogni caso, a differenza di una compagnia assicurativa, devono la loro forza ai depositi dei risparmiatori, cioè a dei conti a “vista” e, in teoria, liquidabili in ogni istante. Mentre i risparmi degli assicurati vantano una stabilità maggiore: non esistono gli sportelli dove ogni mattina si possono andare a estinguere le proprie polizze vita. Ecco perché gli oltre 600 miliardi di asset delle Generali (di cui 35 di titoli di Stato) sono un patrimonio nazionale dalla cui stabilità dipende anche la sicurezza nazionale. Controllarne la gestione significa giocare ogni partita economico-finanziaria avendo tra le proprie carte anche un jolly. Sicuri che Palenzona abbia il profilo giusto, al di là del physique du rôle da lottatore di sumo di Furbizio? La sua fame di potere sarà sufficiente a conquistare il Leone, o il “Camionista” rischia di restare fermo al casello?



