La riabilitazione (postuma) della Dc

Dopo Craxi è l’ora della Democrazia Cristiana. Ma, a differenza del leader socialista, la Dc viene riabilitata perché secondo i suoi storici ed implacabili detrattori – quasi tutti nel campo della sinistra politica, culturale, editoriale, televisiva, artistica e intellettuale – ce n’è semplicemente bisogno. Non del partito della Dc, come ovvio e scontato, su sui pende una sentenza di condanna politica, morale e penale da cui gli stessi detrattori non indietreggiano. Ma, semmai, e al contrario, sulla bontà e sull’efficacia del suo metodo di governo.

Gli elementi che vengono continuamente e ormai quasi quotidianamente richiamati da chi l’ha criminalizzata quando la Dc era in vita sono quasi sempre gli stessi. E cioè, cultura di governo, autorevolezza della classe dirigente, senso dello Stato, coerenza in politica estera, arte della mediazione, capacità di comporre gli interessi contrapposti, rispetto delle istituzioni democratiche e, dulcis in fundo, forza di garanzia, tranquillità e rassicurazione per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Insomma, tasselli che, legati l’uno all’altro, costruiscono quel mosaico che veniva semplicemente chiamato Democrazia Cristiana.

Ora, quello che stupisce, sorprende e che al contempo inquieta, è come storici ed incalliti detrattori risecano a riscoprire e a rivalorizzare le caratteristiche di fondo di un partito che hanno sempre implacabilmente e fermamente demolito e contestato. Ma, al di là di questa considerazione, è indubbio che ci troviamo di fronte ad un fatto incontestabile. E cioè, l’eredità politica, culturale, programmatica e civile della Democrazia Cristiana, al di là e al di fuori del giudizio altalenante ed interessato degli opinionisti “à la carte”, resta di straordinaria attualità e modernità. Non il progetto in sé e neanche il ruolo politico che ha giocato da protagonista per quasi 50 anni nella vita democratica del nostro paese. Entrambi elementi, questi, che appartengono ormai alla storia e agli archivi. Ma sulle modalità di comportamento e sulla stessa cultura di governo e, nello specifico, sullo “stile” che deve avere un partito di governo nella società e nel suo rapporto con le istituzioni democratiche, dalla Dc c’è solo da imparare.

Come hanno scoperto, con circa 30 anni di ritardo, i maître à penser della sinistra ex e post-comunista italiana. Perché la Dc, checché se ne dica, non solo era un partito popolare, interclassista, di governo, riformista e autenticamente democratico, ma soprattutto era un presidio politico che garantiva anche e soprattutto il normale e fisiologico svolgimento democratico del nostro sistema politico. Respingeva alla radice la radicalizzazione del conflitto politico, la polarizzazione ideologica e qualsiasi sforma di estremismo e di massimalismo. Derive, queste, che foraggiano gli “opposti estremismi” e che, purtroppo, oggi sono particolarmente vivaci nel campo della sinistra e anche in alcuni spezzoni della destra italiana. E, accanto a questo postulato, non possiamo dimenticare che la Dc è sempre riuscita a coniugare la cultura di governo con la tenuta democratica del paese, malgrado una opposizione che per molti lustri è stata una sorta di antisistema.

Ecco perché la riscoperta del “metodo democristiano” stupisce, ma fino ad un certo punto. Perché se era un elemento estraneo ai detrattori della Dc, del suo progetto e del suo ruolo cinquantennale nella società italiana, non lo è certamente per tutti quei sinceri democratici che continuano ad individuare nello “stile” della Dc l’unico vero e sicuro ancoraggio per potere governare anche oggi la società italiana. Al di là e al di fuori di qualsiasi tentazione nostalgica o del mero rimpianto di un passato che ormai è archiviato e storicizzato.

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