Cairo, vent'anni di bluff e zeru tituli. Toro "svenduto" e bilanci in agonia
15:00 Mercoledì 03 Settembre 2025I suoi giornali lo incoronano Re Mida granata, ma la realtà è un’altra: gestione fallimentare sul campo e illusionismo nelle scritture contabili. Ora però il giochetto sembra finito: con l'ultima campagna acquisti rabberciare i conti sarà quasi impossibile
Mentre Urbano Cairo si autocelebra con la solita fanfara dei suoi house organ, magnificato come un novello Re Mida per i vent’anni di presidenza del Torino Fc, il suo mantra “mancavano pure i palloni e le magliette” riecheggia come uno stucchevole disco rotto. Un ritornello trito, una cortina di parole per nascondere una gestione che sa di illusionismo da quattro soldi. Ma il timer scorre, inesorabile, e il prossimo bilancio è un orco che non si placa con le chiacchiere.
Come avevamo previsto, senza bisogno di lenti da contabile, il 2024 del Toro è stato l’ennesimo esercizio di equilibrismo finanziario. Con un patrimonio netto ridotto a livelli da bocciofila di periferia (con tutto il rispetto per le bocciofile), l’unica strategia di Berluschino per non aprire il portafoglio è stata spremere il club come un limone, vendendo i pezzi migliori. L’anno scorso ha sacrificato Alessandro Buongiorno e Raoul Bellanova, trasformati in plusvalenze per rattoppare i conti. Quest’anno, come profetizzato, è toccato a Samuele Ricci, Antonio Sanabria e Vanja Milinković-Savić, ceduti per evitare il rosso nel 2025 e, soprattutto, per garantire quei flussi finanziari necessari a saldare gli impegni erariali, mentre quelli bancari li ha abilmente posticipati a un futuro che spera non arrivi mai.
Ma il gioco è finito, caro Urbano. Il gong sta per suonare, e il re rischia di rimanere nudo. Nel carniere gli restano briciole: Ché Adams, comprato per due spicci e invendibile persino nell’ultima campagna; Cesare Casadei, il cui cartellino non promette plusvalenze, e Saúl Coco, per il quale Cairo ha sbandierato un’offerta russa da decine di milioni che sembra più una barzelletta da bar dello sport che una trattativa reale o, a voler essere benevoli un puerile tentativo di solleticare l’interesse di altri club. Davvero qualcuno crede che lo Spartak Mosca investa su un difensore che in campo sembra sempre spaesato, come un turista perso in Piazza Castello? Mica c’è il Corsera sui tavolini dei Бар di Tverskoy. Una boutade da fantacalciomercato, degna del miglior cabaret.
E i nuovi arrivi? Chiamarli “acquisti” è un eufemismo. Sono prestiti, “leasing” calcistici che non garantiscono plusvalenze. Kristjan Asllani e Cyril Ngonge sono arrivati con diritto di riscatto (12 e 16 milioni), mentre Tino Anjorin, Giovanni Simeone e Niels Nkounkou sono vincolati da obblighi di riscatto (4,5, 6 e 5 milioni), con clausole che scatteranno quasi certamente. Aggiungiamoci il riscatto di Milinković-Savić (6,5 milioni dopo un prestito oneroso da 15), e il totale fa 15,5 milioni quasi certi, più 28 milioni che, conoscendo la proverbiale tirchieria di Cairo, sono più un miraggio che una realtà. Altro che investimenti: qui si naviga a vista, con la calcolatrice in mano.
Poi c’è la questione dello stadio Grande Torino. Con le ipoteche dell’Agenzia delle Entrate finalmente tolte, Cairo ha iniziato a parlare di acquisto, ma solo perché la concessione scade e il canone d’affitto rischia di lievitare. Meglio provare a comprare a prezzi stracciati, magari con un improbabile project financing che puzza di ennesima trovata per raschiare il fondo del barile, stancando il Comune con trattative estenuanti e usando i suoi giornali per lucidare l’operazione. Un classico del repertorio cairotico: promettere tanto, spendere poco, rivendere a terzi. Ma il nodo sta arrivando al pettine. O Cairo mette mano al portafoglio – magari spinto da una candidatura politica che gli serve più come spot che come vocazione – o, come cantano i tifosi granata a ogni partita, “devi vendere, vattene”.
E cosa rimarrebbe di questi vent’anni? Una collezione di figuracce: la peggiore statistica nelle stracittadine, qualche decimo posto arrancato, i gloriosi sedicesimi di Europa League a Bilbao (ciumbia!), i trofei “mamma e papà Cairo” che fanno sorridere solo lui, un Robaldo rabberciato e un Filadelfia dove ha versato un misero milione contro i 3,5 a testa di Regione Piemonte e Comune. E il museo promesso? Solo l’ennesima promessa da marinaio, con i reperti unici del Toro relegati in esilio a Grugliasco (grazie, Grugliasco). E poi ci sono le perle, come l’ingaggio di Amine Salama, un acquisto così azzeccato che sembra uscito da un casting per flop calcistici.
Più che uno score da grande club, quello di Cairo è un vero scör, come direbbero i vecchi piemontesi. Un disastro eloquente, che parla da solo. Anche a chi non mastica il dialetto.


