L'assedio di Torino

Nei primi giorni di settembre, Torino assomiglia a uno studente che rientra a scuola dopo le vacanze estive: orario ridotto e insegnanti meno severi, poiché in attesa dell’arrivo dei libri di testo per iniziare le lezioni e, soprattutto, le interrogazioni.

Il capoluogo mostra infatti le caratteristiche tipiche di una città in cui molti abitanti (specialmente quelli facoltosi) sono ancora altrove. Il traffico non intenso e la facilità, seppur relativa, nel trovare parcheggio indicano un ritorno alla normalità a piccoli passi, sena fretta alcuna. Le strade del centro storico, spesso intrise di urina (e altri escrementi), raccontano ai passanti un’antica gloria settembrina, risalente alla fine dell’assedio di Torino ad opera delle truppe francesi (7 settembre 1706), insieme all’immagine dell’abbandono causato dal disinteresse di chi dovrebbe vigilare su di essa.    

Il capoluogo piemontese sta vivendo una stagione difficile, lenta, in cu celebra il perenne stato di transizione dalla metropoli operaia a qualcos’altro, ancor oggi da definire. Il destino della storica capitale sabauda, salvata da Pietro Micca e dal Principe Eugenio di Savoia nel settembre di tre secoli or sono, sembra oramai legato alla sola produzione di tecnologia bellica e spaziale: attività coerenti con la presenza di un polo universitario che assegna al Politecnico il ruolo di protagonista assoluto. 

In città si sentono parlare tante lingue. Il francese, lo spagnolo e l’inglese caratterizzano i discorsi degli studenti sotto la Mole, mentre altre parlate sono difficili da comprendere, poiché spesso relegate al rango di idiomi adottati in nazioni geograficamente molto distanti da noi. Un mix di culture (e spesso di miseria) che i residenti non sempre riescono ad accettare, a cui anzi si contrappongono generando comitati fondati sull’esclusione di altri, anziché sulla difesa dei valori democratici e partecipativi.

Nelle periferie i torinesi assistono, sconsolati, alla continua chiusura dei servizi pubblici, alla fine del decentramento amministrativo, così come osservano impotenti alla scomparsa delle attività commerciali. Un dileguamento da cui deriva la necessità di dover percorrere chilometri a piedi (la rete del trasporto pubblico presenta parecchi punti deboli) per pagare una bolletta, oppure cercare un supermercato in sostituzione dell’ennesimo negozio di prossimità che ha chiuso i battenti. Il centro storico, invece, offre a turisti e torinesi pavimentazioni in porfido, oppure in blocchi di pietra, rattoppate con il catrame, oltre a intere aree disseminate di rifiuti e deiezioni, nonché, per completare il quadro, aree monumentali trasformate in bidonville da un piccolo esercito di senza tetto in cerca di un rifugio notturno (anche in maniera stabile con postazioni fisse) sotto i portici.

Le casse comunali, a quanto si dice, non sono più in grado di garantire il welfare universale e neppure la manutenzione di strade e aree verdi. Il dito accusatorio viene puntato contro l’investimento delle entrate comunali nei titoli “derivati”, decisione risalente all’inizio di questo secolo, e verso il debito generato dai Giochi Olimpici di Torino 2006: eventi che hanno fatto accrescere a dismisura il debito cittadino sino a fargli raggiungere livelli record (gli interessi dovuti alle banche nell’anno in corso si aggirano sui 97 milioni di euro). 

Torino è la città dove le banche hanno un peso importantissimo nella procedura decisionale della politica cittadina, ma contemporaneamente gli istituti di credito rivestono pure il ruolo di creditori nei confronti della città stessa. Le banche, inoltre, sono anche enti generosi e benefattori, poiché intervengono laddove l’ente comunale non ha più i mezzi finanziari per inaugurare cantieri, oppure per tutelare i suoi cittadini (come dimostrano i 30 milioni di euro erogati al Sindaco con lo scopo di assicurare la manutenzione stradale urbana). 

La ripresa autunnale della nostra città è a rilento, affannata, e inizia con una battuta di caccia notturna (frutto della pressione mediatica e social) a danno dei cinghiali che attraversano strada Castello di Mirafiori senza rispettare il semaforo, e neppure le strisce pedonali. La vendita degli animali abbattuti sarà forse l’ennesimo piccolo aiuto all’opera dell’assessore al Bilancio della Città: un modo come un altro per garantire a Torino nuove entrate economiche. 

“Ci si aggiusta e si sopravvive”: il nuovo motto scelto da Palazzo Civico anche per la stagione autunno/inverno 2025. Slogan realistico e adatto a una città costantemente sotto assedio.

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