Invasione dei robot in Piemonte, Roma frena la chirurgia high-tech
Stefano Rizzi 07:00 Venerdì 05 Settembre 2025Utili in molti casi, ma non una panacea. Da Agenas nuove regole e paletti sul ricorso intensivo. In regione già oltre venti e con una lunga lista di richieste. Quasi sempre acquistati grazie a fondazioni. Il caso della Città della Salute: il pavimento non regge
Robot in sala operatoria sì, ma con cautela. E non solo quando si tratti, come nel caso della Città della Salute di Torino, di evitare di piazzare un macchinario il cui peso rischierebbe di far cedere il pavimento sul reparto sottostante. La cautela, o più esattamente la necessità di un’attenta analisi per massimizzare i benefici clinici ed economici di queste sofisticate apparecchiature è ciò che emerge dal rapporto appena pubblicato da Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali nelle cui oltre mille pagine viene disegnato nei dettagli il quadro della chirurgia robotica in Italia e indicate le linee per il futuro.
Pur rappresentando secondo i dati relativi al 2023 ancora solo il 9% degli interventi, l’utilizzo dei robot in particolare nell’ambito della chirurgia generale, urologica e ginecologica, ha visto una crescita molto decisa a partire dal 2018 con una diffusione importante di queste apparecchiature che solo in Piemonte hanno superato la ventina di cui oltre la metà a Torino.

Indiscussi alcuni vantaggi clinici di questa tecnica, come evidenziato dal rapporto di Agenas, tra cui un decorso post operatorio meno gravoso e minori complicanze in ambito urologico e altri ancora per quanto concerne diverse tipologie di interventi. Per quanto riguarda i costi Agenas sostiene che è “fondamentale approfondire ulteriormente la valutazione della chirurgia robotica in termini di sicurezza ed efficacia rispetto agli approcci tradizionali e nel confronto diretto tra i sistemi commerciali, a supporto del profilo economico. I risultati attualmente disponibili rappresentano un primo riferimento per future analisi volte a determinare il reale impatto della chirurgia robotica e a supportare scelte informate nella pianificazione sanitaria nazionale”.
Insomma nessuna preclusione, ma neppure una corsa sfrenata ad avere il robot in ogni ospedale, visto che l’acquisto è solo una parte delle voci da mettere in conto, partendo dalla formazione del personale, per arrivare alla manutenzione.
Il documento di Agenas non arriva a caso, ma proprio per indicare e regolare scelte che non sempre potrebbero essere del tutto appropriate. Nel contempo le maglie si sono fatte più strette visto che per dotarsi di un robot chirurgico, il cui costo supera mediamente i 2,5 milioni, le aziende sanitarie e ospedaliere non dovranno solo avere l’autorizzazione del settore tecnico della Regione, ma ci sarà la necessità anche di un via libera a livello centrale proprio nel rispetto dei parametri indicati. Difficile dire, a questo punto, quale sarà l’esito delle richieste di installare una di queste apparecchiature che in Piemonte sarebbero già non meno di sei.

L’ultimo ad essersene dotato è l’ospedale di Vercelli, grazie alla donazione della Fondazione Cassa di Risparmio della provincia. Una pratica quella delle donazioni che segna la gran parte degli acquisti dei robot chirurgici forniti da Ab Medica, leader italiano del settore per la distribuzione delle apparecchiature Da Vinci prodotte dalla company californiana Intuitive Surgical che dal prossimo anno distribuirà direttamente i prodotti in molti Paesi, compresa l’Italia.
E proprio a un viaggio in California nel quartier generale del colosso della robotica parrebbe avrebbero dovuto partecipare, in questi giorni, alti vertici della sanità regionale piemontese anche se poi non se ne sarebbe fatto nulla, almeno per ora. Così come, per il momento, non se ne è fatto nulla dell’idea, peraltro in fase assai avanzata, di dotare di un robot chirurgico l’ospedale Sant’Anna, in attesa dell’annunciato scorporo ma tuttora compreso nella Città della Salute.

Lo scorso gennaio una società di consulenza ingegneristica di Verona produce una consulenza tecnica su richiesta di Ab Medica per “l’installazione di un impianto Da Vinci Surgical Sistem presso una o più sale operatorie dell’ospedale Sant’Anna di Torino”, perizia che si conclude con l’ammissibilità del posizionamento del robot, stante il fatto che “la portata del solaio esistente è superiore al massimo sovraccarico del robot in esercizio”. Parrebbe quindi che non ci siano problemi strutturali all’installazione dell’apparecchiatura. Per quelli economici la via sembra essere ancora una volta quella delle fondazioni. In questo caso si tratta della Fondazione Medicina a Misura di Donna, molto attiva con numerose iniziative in particolar modo per quanto riguarda proprio l’ospedale Sant’Anna presso cui ha la sede operativa.
Presieduta da Chiara Benedetto, professore emerito dell’Università di Torino, la fondazione nel bilancio scriveva di essere in attesa di un contributo della Compagnia di San Paolo deliberato per 2.479.490 euro volto anch’esso a finanziare il progetto di “Chirurgia ginecologica di precisione”. La Compagnia ha chiesto alla Fondazione di cofinanziare il progetto con 28.407 euro.
Passano un po’ di mesi dalla relazione richiesta da Ab Medica allo studio ingegneristico di Verona quando ne arriva una, di fatto, contraria. Lo scorso 25 luglio l’area tecnica della Città della Salute, evidenziando come la portata del solaio sia di 350 chili per metro quadro e il peso della macchina sia di 370 chili per mq, scrive che “si ritiene che allo stato attuale non vi siano le condizioni per procedere al posizionamento dell’attrezzatura”.
Un mese più tardi il commissario Thomas Schael sarebbe stato costretto a fare le valigie da corso Bramante. Ieri il nuovo direttore generale Livio Tranchida ha fatto un giro dei cantieri aperti nel grande polo ospedaliero. Se ne aprirà un altro per consentire di reggere il peso del robot? Nel frattempo un altro ospedale ambisce ad averne uno. È quello di Casale Monferrato, città di cui è stato sindaco l’assessore alla Sanità Federico Riboldi. L’iniziativa è di un’associazione di sostenitori dell’ospedale che per coprire il costo preventivato di un milione e mezzo guarda a “enti e istituzioni, privati e fondazioni del territorio”.
Trovare i soldi per queste apparecchiature non sembra, visti i precedenti, il problema maggiore. Semmai bisognerà fare i conti con le maglie più strette introdotte da Agenas e una programmazione che segua più le necessità che la generosità. Anche per non creare trascurati figli di un dio minore, anzi di un robot.


