Violenza in piazza, non è folklore

Le mille manifestazioni attorno alla questione mediorientale e, nello specifico, della vicenda palestinese che vengono organizzate nel nostro Paese, hanno riproposto in modo forte e persin troppo visibile il capitolo del ritorno della violenza politica. Tutti abbiamo sotto gli occhi le immagini, cruente e sempre più inquietanti, della violenza distruttiva che ha accompagnato le molte manifestazioni pacifiche di queste ultime settimane. Immagini che hanno provocato decine di feriti tra le forze dell’ordine, devastazioni delle città, messaggi di morte agli esponenti politici del Governo – in particolare nei confronti della premier Giorgia Meloni – e, dulcis in fondo, un clima di paura e di profondo disorientamento ed incertezza nella stessa pubblica opinione. Anche perché attaccando il funzionamento dei servizi pubblici – dai treni alle metropolitane, dagli aeroporti alle autostrade – chi paga le conseguenze più immediate di queste azioni sono sempre e solo i cittadini che conducono una normale vita quotidiana.

Ora, a fronte di questa concreta ed oggettiva situazione, ci sono sempre due letture politiche e giornalistiche, e quindi mediatiche, alternative. Il centrodestra, e gli organi di informazione che lo supportano, evidenzia il clima di violenza che sta caratterizzando ed attraversando il nostro paese e non lo nasconde affatto. Anzi, è portato ad alzare la guardia denunciando questi fatti come il ritorno di una violenza politica che potrebbe degenerare ulteriormente riportando indietro le lancette della storia ad una stagione che, purtroppo, abbiamo già tristemente e drammaticamente conosciuto e sperimentato. Sul versante opposto, la sinistra si limita ad esaltare – e anche giustamente – le molte manifestazioni nelle piazze italiane ma, al contempo, riduce e circoscrive la violenza che le accompagnano a fatti puramente secondari se non addirittura irrilevanti. Anzi, ci sono partiti – come, ad esempio, i populisti dei 5 stelle o gli estremisti di Avs – che quasi non parlano degli atti violenti durante le manifestazioni riducendoli ad atti provocati da pochi facinorosi soffermandosi, semmai, ad attaccare il centro destra accusandolo di speculare strumentalmente simili episodi.

Ora, e pur senza soffermarsi sui singoli episodi e sulle singole manifestazioni, almeno su un punto non possiamo scherzare o fingere che nulla capiti. E cioè, noi oggi – come ovvio e scontato – non siamo affatto alla vigilia di una stagione segnata dal terrorismo e dagli atti terribili che abbiamo conosciuto. Ma è indubbio che sarebbe puerile, nonché irresponsabile, sminuire o ridimensionare se non addirittura azzerare le mille azioni di pura violenza politica che stanno caratterizzando la nostra vita democratica. Il legittimo e fisiologico dissenso democratico non può e non deve mai sconfinare nell’esercizio o nella tolleranza della violenza politica. E sbagliano quei partiti e i rispettivi capi che la riducono a fenomeno passeggero se non addirittura insignificante. No, di norma – come ci insegna purtroppo la storia – la violenza di piazza è sempre l’inizio di una violenza più generale, più articolata e più complessa. E quindi più pericolosa.

Per queste ragioni la violenza politica e teppistica che si è scatenata in queste ultime settimane in tutta Italia non va ingigantita ma non può essere, a maggior ragione, sottovaluta o ridotta ad un fatto marginale, periferico o peggio ancora folkloristico. Già nel passato chi l’ha furbescamente o inconsapevolmente sottovalutata ha poi dovuto prendere atto di una triste, drammatica e irreversibile degenerazione.

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