Dai 5 Stelle palla (avvelenata) al Pd e intanto scavano la fossa a Lo Russo
07:00 Mercoledì 01 Ottobre 2025La stampella in Consiglio comunale alla contrastata delibera sulla casa è una mossa politica calcolata: dimostrare che non c'è pregiudizio sui contenuti. Una sorta di "carotaggio" del campo largo con un unico bersaglio: l'attuale sindaco dem di Torino
Hai voglia a smentire, come ha fatto il capogruppo M5s Andrea Russi, con quella excusatio non petita pronunciata in Sala Rossa: “Guai a parlare di campo largo!”. Eppure, il voto favorevole dei 5 Stelle sulla delibera “Vuoti a rendere”, approvata lunedì sera nel Consiglio comunale torinese, sa tanto di “carotaggio” politico. “Voti a rendere” abbiamo titolato, non a caso. Un modo per testare il terreno, marcare una posizione responsabile e lanciare un messaggio chiaro agli alleati potenziali di Pd e Avs: il campo largo è possibile. Ovviamente “sui contenuti”, se e laddove si registra la convergenza tra le diverse forze. Aria fritta? Più o meno, visto che la scontata formula serve a celare il vero ostacolo: Stefano Lo Russo candidato sindaco nel 2027. La palla (avvelenata), insomma, torna nella metà campo dei dem. Il messaggio è chiaro: se vi impuntate sull’attuale primo cittadino, la colpa del fallimento è solo vostra.
Vittoria dimezzata
La delibera “Vuoti a Rendere”, nata per contrastare l’emergenza abitativa censendo e “liberando” alloggi sfitti, è arrivata in aula dopo mesi di dibattiti infuocati e un percorso a ostacoli. Il testo, inizialmente “rivoluzionario” (con ipotesi di requisizioni temporanee e aumenti di Imu per i grandi proprietari), è stato smussato dagli emendamenti del Pd e di Sinistra Ecologista, trasformandosi in un compromesso: censimento del patrimonio, rilancio dell’agenzia Lo.C.A.Re e incentivi per il riutilizzo. I proponenti, pur critici (“Primo passo, ma serve concretezza”, hanno detto i promotori della petizione popolare), hanno incassato il sì. Ma il prezzo politico è stato alto.
La seduta di lunedì, interrotta da un blitz pro-Palestina e segnata dall’assenza del sindaco Lo Russo (a Tokyo per l’Expo 2025), ha rivelato le crepe della maggioranza. I 22 voti favorevoli (Pd, Sinistra Ecologista, Torino Domani) sono arrivati con un numero legale risicato, garantito solo dall’astensione dei tre consiglieri M5s: Dorothea Castiglione, Valentina Sganga e Andrea Russi. Senza di loro, la seduta sarebbe caduta, consegnando al Pd una figuraccia. Ma Russi ha messo le mani avanti: “Non lo abbiamo fatto per voi, ma per rispetto dei cittadini. Se fosse stata una delibera di giunta, saremmo usciti”.
Centristi e scentrati
A complicare il quadro ci hanno pensato i Moderati (Simone Fissolo, Ivana Garione) e Demos (Elena Apollonio), che hanno fatto mancare il loro voto: una defezione annunciata, che riflette il malessere dell’ala centrista per la virata a sinistra della giunta su casa e Askatasuna. Anche Silvio Viale (+Europa) ha votato no, bollando la delibera come “presa in giro”. Il centrodestra (Lega, FI, FdI) ha gridato all’“attacco alla proprietà privata”, ma la loro opposizione è stata poco più che una sceneggiata ininfluente. In questo caos, il sì del M5s è stato il salvagente.
Non un sì pieno, ma un gesto calcolato. Russi ha sparato a zero: sul Pd, “incapace di difendere una delibera popolare”; su Avs, “che sparisce quando conta”; sui Moderati, “sotto il 3%”; su Demos, “pretestuosi”; sulla giunta, “che taglia sull’abitare”. Eppure, il M5s è rimasto in aula. Perché? Per Valentina Sganga la risposta è semplice: “A Torino serve un campo largo dei diritti, non i veti moderati”. Parole che confermano come l’ex candidata sindaca dell’era grillina sia oggi la voce più incline al dialogo con il centrosinistra, tanto che in molti pronosticano, prima o poi, un approdo stabile a quei lidi.
Appendino e il veto
L’ombra di Chiara Appendino, ex sindaca e ora deputata M5s, aleggia su questa mossa. Due settimane fa, alla Festa dell’Unità di Torino nella sua veste di vicepresidente nazionale dei pentastellati aveva gelato il Pd con un veto netto: “Discontinuità totale, chi c’è oggi deve fare un passo indietro. Non può essere Lo Russo il candidato”. Dal palco dem, aveva chiarito: il campo largo si fa sui contenuti – ambiente, sociale, anti-corruzione – non su alleanze preconfezionate per battere le destre. “Testardamente coerenti, non unitari”, aveva detto, smarcandosi dalla linea di Elly Schlein e difendendo l’identità del suo movimento. Il voto di lunedì sembra un’eco di quella linea, un “carotaggio” per saggiare il terreno.
Gli uomini e le donne torinesi di Giuseppe Conte, con Russi in testa, hanno voluto mettere ulteriormente in difficoltà i promessi alleati, peraltro fornendo loro un aiuto. È un messaggio a Schlein e Lo Russo: il M5S c’è, ma detta condizioni. E la condizione principale è chiara: no a Lo Russo nel 2027. Come abbiamo scritto nel resoconto del dibattito di Piazza d’Armi “Appendino dirige l’orchestra da Roma, mentre Lo Russo balla da solo”. Il Pd, finora, si mostra compatto: “Fiducia totale nel sindaco”, hanno ribadito Claudio Cerrato e Domenico Rossi, rispettivamente capogruppo dem in Sala Rossa e segretario regionale, mentre Schlein si è tenuta ben lontana dal fuoco incrociato: “Lasciatemi respirare”, ha liquidato i cronisti, rinviando qualsiasi valutazione. In fondo manca ancora un anno e mezzo al voto.
Il “prezzo” del campo
La delibera “Vuoti a rendere” passa, ma lascia strascichi. Per il Pd, è una vittoria amara: Lo Russo incassa il risultato, ma la sua maggioranza appare “raffazzonata” (parola di Russi). I centristi si smarcano, il M5s lancia un assist condizionato, e il campo largo resta un campo minato. Il “carotaggio” è un monito: il campo largo è possibile, ma non a costo zero. Appendino e i suoi vogliono un candidato nuovo e un programma radicale. La palla, avvelenata, è ora nel campo del Pd: Torino 2027 è già un rebus, e lunedì sera ha mostrato che il M5s sa giocare d’anticipo.



