Meloni e Schlein cucinano il nuovo Porcellum, per fare a fette la Lega
Davide Depascale 07:00 Giovedì 02 Ottobre 2025Nessuna proposta formale, ma la premier e la segretaria dem sono al lavoro sulla nuova legge elettorale. Niente ritorno alle preferenze, premio di maggioranza al 40% e via gli uninominali. Con buona pace di Salvini, che si consolerà con il Veneto (forse)
Con la sfida elettorale che si sposta dalle Marche alla Calabria, la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Partito democratico Elly Schlein continuano a darsi battaglia a colpi di comizi, ma quando scendono dal palco sono molto più affini di quanto vogliano far credere, e l’immagine di loro due appena scese dall’aereo a Lamezia Terme è piuttosto emblematica. E se c’è un punto su cui vanno a braccetto è la legge elettorale, tanto che studiano insieme una riforma che faccia comodo a entrambe e plasmi il parlamento che uscirà dalle urne nel 2027 a loro immagine e somiglianza. A farne le spese soprattutto la Lega di Matteo Salvini, che però dovrà per forza di cose piegarsi, pena l’irrilevanza.
Uninominali addio
Sulle pagine del Foglio lo chiamano “Porcellinum”, perché il nuovo disegno di legge elettorale allo studio delle due leader non si discosta tanto dal famigerato Porcellum del 2006, opera del leghista Calderoli per rendere la vita impossibile al centrosinistra allora in odore di vittoria. La grande differenza è che stavolta la Lega sarebbe la vittima principale. Nel 2022 il Carroccio riuscì a compensare il modesto risultato elettorale (8,8%, un tracollo rispetto al 34% delle Europee di tre anni prima) con una buona affermazione agli uninominali, dove i suoi candidati erano sostenuti dal resto della coalizione di centrodestra. Risultato: si ritrovò con quasi gli stessi parlamentari del Pd pur avendo ottenuto meno della metà dei voti. Una bella fregatura per la Meloni, che ha bene in mente di abolirli, sostituendoli con un sistema proporzionale con premio di maggioranza: Porcellum is back. E Salvini? Farà buon viso a cattivo gioco se non vuole perdere il Veneto. Il suo candidato in pectore, Alberto Stefani, che non ha ancora avuto il placet della premier, che vuole garanzie ben precise da parte del riottoso alleato per avere il via libera. La presidenza della Lombardia a Fratelli d’Italia in primis, ma non solo. La sua idea è che la Lega abbia ottenuto più del dovuto alle scorse elezioni, e ora per Giorgia è arrivato il momento di passare all’incasso.
Niente preferenze
A differenza del Porcellum originale, il premio di maggioranza verrebbe determinato su base regionale per entrambi i rami del parlamento, e non più solo al Senato. Sarebbe prevista una soglia per ottenerlo: quella (abbastanza abbordabile) del 40%, che permetterebbe di controllare il 55% dei seggi. Ci sono poi degli elementi di continuità con l’attuale Rosatellum: la soglia di sbarramento resta al 3%, in modo da strappare anche il sì dei partiti minori (Azione di Carlo Calenda su tutti) e viene confermato il listino bloccato di quattro candidati in ogni collegio. Tramonterebbe così l’idea di ripristinare le preferenze, cavallo di battaglia di Forza Italia (che farebbe il pieno dei voti al Sud grazie ai suoi signori delle tessere) ma che non convince Meloni e Schlein: è vero che le preferenze favoriscono i partiti più grossi e quindi Pd e FdI, ma dall’altro lato toglierebbero la possibilità di scegliere i candidati a loro più graditi. In questo modo le due leader andrebbero a determinare la stragrande maggioranza degli eletti nella prossima legislatura: l’idea di avere un parlamento a loro immagine e somiglianza è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
C’è chi dice no
Sulla questione è intervenuto il deputato e segretario nazionale di +Europa Riccardo Magi, che ha definito l’ipotesi una “legge truffa”, parlando anche di “obbrobrio costituzionale”. “Il Governo dovrebbe astenersi da qualsiasi iniziativa volta a riformare la legislazione elettorale e dal ricorso alla fiducia”, ha dichiarato ieri Magi nel corso del Question Time alla ministra delle Riforme Elisabetta Casellati, che dal canto suo ha precisato come non sia ancora stato istituito nessun tavolo tecnico o lavoro di commissione sulla riforma, che dovrà seguire la riforma costituzionale. Quindi al momento non è ancora stata formulata nessuna proposta ufficiale, come conferma anche il capogruppo dem in Commissione Affari Costituzionali al Senato, il senatore torinese Andrea Giorgis. “Non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione in merito”, dichiara, mentre in Commissione è in dirittura d’arrivo un’altra legge elettorale, quella sui sindaci, che abbassa dal 50 al 40% la soglia per vincere al primo turno. Quella sì che non piace alla Schlein e ai suoi, ma che nonostante l’ostruzionismo è destinata a passare.
Diplomazie parallele
Sul progetto di legge nazionale invece a livello ufficioso qualcosa si muove, e con un’intesa di massima Elly è pronta a tendere la mano alla premier. Una mossa che non farebbe altro che legittimarla anche tra i suoi: con un campo largo sempre più frammentato all’indomani della sconfitta di Matteo Ricci nelle Marche, tra i dubbi dei padri nobili (Romano Prodi su tutti), i mal di pancia dell’ala riformista e le ambizioni del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che non ha nessuna intenzione di fare lo junior partner, l’asse con la Meloni fa di lei la leader indiscussa del centrosinistra. Per questo motivo anche un’altra proposta allo studio, l’introduzione del nome del candidato premier sulla scheda, potrebbe essere letto come un altro assist alla segretaria dem, che sancirebbe nero su bianco la sua leadership “testardamente unitaria”. D’altro canto la premier vede in lei l’avversaria perfetta, in grado di spostare il Pd a sinistra e al contempo allontanarlo dai moderati che la vedono come uno spauracchio. Le due hanno dunque tutto l’interesse a collaborare, e le diplomazie sono già al lavoro.



