MISSIONE BANZAI

Il riso (non) abbonda in bocca dei giapponesi: opportunità per il Piemonte

La crisi alimentare, talmente grave da aver portato alle dimissioni un ministro, rappresenta un'occasione per la filiera agricola nostrana: dalle varietà pregiate ai macchinari e alle tecnologie avanzate di coltivazione. Il punto all'Expo di Osaka

Vendere riso ai giapponesi, a prima vista è un po’ come vendere ghiaccio agli eschimesi. Eppure, in piena crisi alimentare che in Giappone ha già mietuto una vittima eccellente – un ministro costretto alle dimissioni – il Piemonte intravede un’opportunità unica. L’idea è tanto semplice quanto audace: non solo esportare il chicco, simbolo e fulcro della dieta nipponica, ma proporre un sistema integrato che include varietà di riso pregiate, macchinari agricoli e tecnologie avanzate di coltivazione.

Da dove nasce la crisi

In Giappone la crisi del riso è anche una crisi politica, che ha portato addirittura alle dimissioni di un ministro. A raccontarla è stato l’ambasciatore Mario Vattani, commissario generale per l’Italia a Expo 2025 Osaka, che oggi ha fatto da cicerone alla delegazione piemontese – composta dal governatore Alberto Cirio, dal sindaco di Torino Stefano Lo Russo e dal rettore del Politecnico Stefano Corgnati – durante la visita al padiglione italiano all’esposizione universale.

Sulle tavole dei giapponesi, infatti, l’alimento simbolo della loro dieta comincia a scarseggiare, perché è diventato troppo costoso. Storicamente sostenuta dal Partito Liberal Democratico (Ldp), la coltivazione del riso si regge su una rete di piccoli produttori, spesso anziani, che curano risaie familiari anche in aree urbane o periurbane. Un sistema garantito per decenni da sussidi statali, che hanno assicurato stabilità al settore.

Negli ultimi anni, però, il governo ha trovato sempre più gravoso questo impegno e ha provato a ridurre la produzione, incoraggiando gli agricoltori a passare a colture alternative. A complicare il quadro è intervenuto il cambiamento climatico: temperature record, scarsità d’acqua e alluvioni hanno ridotto i raccolti, innescando un’impennata dei prezzi e alimentando fenomeni speculativi. La scarsità di riso sugli scaffali ha persino costretto lo Stato a immettere sul mercato le scorte accumulate nei magazzini.

Si apre un nuovo mercato

Nonostante il Giappone si approvvigioni tradizionalmente dagli Stati Uniti, la crisi del riso apre nuove prospettive per l’Italia. Grazie all’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Giappone del 2019, le barriere commerciali si sono abbassate, rendendo più accessibile anche al riso italiano il mercato nipponico. L’Italia, primo produttore europeo, può vantare standard qualitativi elevati, con un uso ridotto di pesticidi e varietà particolarmente adatte al consumo giapponese. In questo contesto, il Piemonte emerge come regione leader.

Le opportunità, però, non si limitano al solo prodotto agricolo. Le aziende italiane sono già riconosciute in Giappone per la qualità delle macchine agricole, soprattutto quelle progettate per risaie di piccola dimensione. E eventi internazionali come l’Expo di Yokohama del 2027, dedicata al settore vivaistico e orticolo, offriranno ulteriori occasioni di visibilità e consolidamento sul mercato.

Tanto riso piemontese

A confermare che il Piemonte punta a conquistare un nuovo mercato di rilievo internazionale è stato l’assessore all’Agricoltura Paolo Bongioanni, che ha accolto l’invito dell’ambasciatore Vattani. “Il Giappone sta attraversando una profonda crisi produttiva del riso, e proprio per questo rappresenta un’opportunità straordinaria”, ha sottolineato.

Un primo passo concreto è stato compiuto tre settimane fa con la manifestazione Risò a Vercelli. All’evento erano presenti otto ministri dell’Agricoltura dell’Unione Europea e, grazie al contributo di Ceip e Ice, si è svolta la prima borsa del riso, che ha registrato la partecipazione di 44 buyer stranieri, tra cui sei giapponesi.

“Il nostro prodotto, sotto il profilo qualitativo, è eccellente – ha aggiunto Bongioanni –. Ora sta a noi creare occasioni promozionali e promo-commerciali tra seller e buyer per riuscire a veicolarlo efficacemente sui mercati internazionali”.

Ma li bevono?

Riso in Giappone a parte, quel che al momento non andrà, invece, è il vino piemontese in India. Un mercato enorme, da un miliardo e settecento milioni di persone, ma “le decisioni non possono essere prese sul filo dell’emozione”, ha spiegato Bongioanni. “Mi hanno proposto di portare il vino piemontese in India – ha aggiunto – ma loro lo bevono davvero?”.

Per impostare investimenti efficaci servono numeri certi, ed è proprio da questa esigenza che nasce l’idea di creare un osservatorio regionale del vino, capace di monitorare in maniera statistica le risorse regionali destinate al settore. Anche perché, va ricordato, si tratta di un mercato che produce circa 250 milioni di bottiglie all’anno.

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