Un democristiano è per sempre

Un vecchio e storico manifesto elettorale della campagna elettorale della Dc nel 1948 diceva, a proposito dei democristiani, “mandati dai fascisti e trattenuti dai comunisti”. Certo, parliamo di una stagione storica drammatica e incandescente ma che tuttavia, seppur mutatis mutandis, racchiudeva il segreto politico di quella straordinaria esperienza politica, culturale e di governo. E non è un caso se proprio la cultura, la tradizione, il pensiero e la stessa esperienza concreta della Democrazia Cristiana non sono mai stati né apprezzati e né, tantomeno, ritenuti importanti per la storia democratica del nostro paese. Tanto sul versante della destra come su quello, e soprattutto, della sinistra.

Ora, solo dopo molti anni il tramonto di quel partito, abbiamo assistito – e registriamo tuttora – ad una riabilitazione politica postuma del suo progetto, della sua cultura e, soprattutto, della credibilità ed autorevolezza della sua classe dirigente fatta di leader e soprattutto di statisti. Leader e statisti che sono stati nel corso dell’intera esperienza democristiana, e ancora per molto tempo dopo il tramonto stesso della Dc, fortemente sbertucciati, contestati, ridicolizzati e a volte, e spesso, smaccatamente criminalizzati sotto il versante politico. Gli esempi, al riguardo, non mancano. In particolare, nella storia e nella pubblicistica della sinistra italiana, ex o post-comunista che sia non fa differenza alcuna. Basti citare, solo per fare alcuni esempi concreti, a qualche leader storico della Dc: da Carlo Donat-Cattin a Giulio Andreotti, da Arnaldo Forlani a molti esponenti del mondo doroteo e moderato del cosiddetto “partito cattolico”.

Ma, al di là dei singoli riferimenti, è indubbio che la contestazione strisciante e, ripeto, la delegittimazione morale, personale e politica della Dc e dei suoi principali leader storici, sono stati il filo rosso che hanno caratterizzato il giudizio concreto della sinistra, come di alcuni settori della destra, dell’esperienza politica della intera Dc. Una esperienza politica che, eterogenesi dei fini, oggi viene quasi quotidianamente rimpianta dagli stessi storici detrattori del partito della Democrazia Cristiana. Rimpianta non solo, ripeto, per la statura della sua classe dirigente – dopo averla per svariati lustri duramente ridicolizzata e contestata – ma anche, e soprattutto, per il suo progetto politico. Dal progetto sulla politica estera che ha sempre perseguito all’assetto istituzionale, dalle scelte decisive in materia di politica economica e sociale alla cultura delle alleanze e infine, ma non per ordine di importanza, allo “stile” politico ed istituzionale che ha sempre caratterizzato la sua classe dirigente. A livello nazionale come a livello locale.

Ecco perché quando oggi sentiamo giudizi lusinghieri sulla Dc, sul suo progetto politico e sulla sua classe dirigente non possiamo che essere soddisfatti. Soprattutto per chi proviene da quella tradizione e da quella cultura politica. Ma è indubbio che, al contempo, non si può e non si deve dimenticare che i “riabilitatori” di oggi sono stati, sino a ieri l’altro, implacabili e spregiudicati detrattori. Per questo, e senza alcuna presunzione culturale o moralistica e senza dover cambiare radicalmente opinione, molti continuano con coerenza e semplicità a dirsi e a sentirsi democristiani.

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