Elkann mette all'asta la Stampa: duello tra veneti e pugliesi
10:48 Giovedì 09 Ottobre 2025Tra conti in rosso, redazione in subbuglio e una struttura elefantiaca, il rampollo Agnelli studia a chi scaricare il quotidiano di casa: tra Nem e i Ladisa non è solo questione di soldi, ma di prestigio, storia e continuità. Intanto Repubblica balla il sirtaki
John Elkann ha messo in vendita la Stampa. Non è certo una notizia. Che il rampollo Agnelli voglia uscire dal pantano editoriale, non è un mistero. E lo sanno tutti, tranne forse la pletorica testa di comando – direttore, quattro vice e oltre una ventina di capi – di via Lugaro, che pare tenuta all’oscuro dalle manovre del suo editore. La notizia rilanciata ieri da ItaliaOggi ha avuto però l’effetto di una scossa in redazione, come dimostra il comunicato diffuso in giornata dal Cdr, il comitato di redazione, che trasuda inquietudine fin dalla sua prosa stentorea (e zoppicante): “Care colleghe e cari colleghi, anche oggi su altre testate leggiamo notizie e indiscrezioni che riguardano un’ipotesi vendita di Repubblica e della Stampa, articoli che riprendono voci che si rincorrono ormai da anni e che non possono non preoccuparci. Abbiamo chiesto un ennesimo incontro all’azienda, e dovrebbe avvenire nella giornata di martedì. Ma crediamo sarà fondamentale una interlocuzione diretta con la proprietà, ci attiveremo anche in questo senso. Quanto prima convocheremo un’assemblea - indicativamente per mercoledì, poi vi comunicheremo i dettagli - per discuterne assieme: sono argomenti di cui parlano tutti, tranne che noi nella sede deputata”.
Lo spezzatino Gedi
La volontà di dismettere l’intera galassia editoriale, iniziata con la cessione delle testate locali, è ormai assodata. L’orientamento della proprietà è di separare i destini di Repubblica e Stampa. La strategia, messa a punto dal presidente Paolo Ceretti (ex Fiat, poi De Agostini) e dall’amministratore delegato Gabriele Comuzzo (già alla guida della concessionaria Manzoni, uomo della transizione digitale), è un esercizio di equilibrismo: vendere tutto, ma non in blocco, vista l’assenza di compratori disposti a caricarsi l’intero badò. E farlo “con stile”, tentando di non scontentare troppo le redazioni e senza allarmare il sistema politico. E se possibile, titillando pure l’orgoglio sabaudo. Perché se Repubblica – con il contorno delle radio (vere galline dalle uova d’oro) può far gola a qualche editore “globale” (si parla insistentemente della famiglia Kyriakou, armatori greci nonché editori della tv ellenica Antenna), la Stampa è una realtà ormai solo regionale in più gravata da costi e debiti insostenibili.
I veneti Nem
Come abbiamo scritto mesi fa, il quotidiano torinese è un bagno di sangue: perde circa 12 milioni l’anno, ha una diffusione in calo e una struttura elefantiaca. In proporzione sta peggio di Repubblica, ma più è facile da collocare. E infatti, in questi mesi, si sono affacciati diversi pretendenti.
In prima fila c’è il gruppo Nem (NordEst Multimedia) di Enrico Marchi, presidente di Banca Finint e di Save, che ha già rilevato le testate locali del Nordest da Gedi: Corriere delle Alpi, Messaggero Veneto, Tribuna di Treviso, Piccolo di Trieste e altre. Ma i veneti avrebbero incontrato difficoltà non solo sul prezzo, quanto sui vincoli imposti dalla proprietà che vuole inserire l’obbligo di continuare a stampare presso la sua tipografia anche se i costi paiono decisamente fuori mercato (si parla di 22 centesimi a copia contro una media in giro per l’Italia di 11).
I pugliesi Ladisa
Parallelamente, Gedi tratta con un gruppo imprenditoriale del Sud, ma con solide presenze anche al Nord. Si tratta del gruppo Finlad, la holding finanziaria della famiglia Ladisa, un colosso da circa 200 milioni di fatturato, leader nel settore alimentare e della ristorazione collettiva: oltre 5.000 dipendenti, 22 stabilimenti e una clientela che spazia dai ministeri (Difesa, Interno, Polizia) a scuole, ospedali e carceri. Un piccolo impero meridionale, pragmatico e solido, guidato da Vito Ladisa e dal fratello Sebastiano, che dal core business del food ha progressivamente allargato il perimetro d’azione: logistica, gestione dei servizi, immobiliare e persino calcio, con l’acquisizione del Taranto e, prima ancora, la gestione del Monopoli portato fino alla Serie C nei primi anni Duemila.
Attraverso un’altra società del gruppo, la Ledi Srl, i Ladisa hanno poi messo piede anche nella carta stampata. Prima di diventare editori in proprio con L’Edicola, sono stati protagonisti del “salvataggio” della Gazzetta del Mezzogiorno, la storica testata pugliese rilevata dal fallimento e poi finita nelle mani del gruppo Miccolis di Taranto. È proprio quel modello – la formula che coniuga impresa, territorio e vocazione sociale – che i Ladisa sarebbero stati invitati a replicare per il quotidiano degli Agnelli, tanto da aver presentato in tal senso una proposta formale. L’idea è quella di trasferire la proprietà della Stampa a una fondazione onlus, nella quale Elkann resterebbe come “garante” della storia e della tradizione del giornale attraverso la Fondazione Agnelli. Una struttura, insomma, capace di garantire continuità e rispetto per il blasone sabaudo, senza rinunciare alla sostenibilità economica.
Jaki resta o no?
Un modello che i Ladisa conoscono bene – e che hanno già applicato con successo – consentendo di salvare una gloriosa testata del Sud e di lanciarne con successo una nuova. Cosa che potrebbero rifare “giù al Nord” qualora non andasse in porto l’operazione con la Stampa, limitandosi a rilevare la Sentinella del Canavese, ultima testata rimasta dell’ex nidiata Finegil, magari trasformandola in un nuovo quotidiano piemontese. Ma la domanda resta sospesa: Elkann vuole davvero restare o non vede l’ora di tagliare la corda? Tutto ruota attorno a questo interrogativo, perché sul piano economico le due offerte – quella di Nem e quella del gruppo Ladisa – si equivalgono. Dopo Ceretti e Comuzzo ad avere la penultima parola sarà Maurizio Scanavino che pur avendo lasciato Gedi resta uomo di più stretta fiducia di Jaki.
La sensazione, sempre più netta, è che i tempi si stiano stringendo e che Elkann abbia ormai aperto una sorta di asta per piazzare la Stampa non tanto al miglior offerente, quanto a chi gli permetta di incassare rapidamente e liberarsi, altrettanto in fretta, della patata bollente.



