SACRO & PROFANO

Un sinodo senza vocazione, dal Vangelo alla cronaca

Il documento "Lievito di pace e di speranza" è criticato per la sua prosa vaga e l'enfasi su temi sociali, trascurando teologia e tradizione. Il mantra del card. Repole: "slatentizzazione". Una battaglia culturale contro la Rivoluzione antropologica del '68

Alla terza Assemblea sinodale delle Chiese in Italia, in questi giorni in corso a Roma, si sta discutendo il documento di sintesi dal pretenzioso titolo “Lievito di pace e di speranza”, che ha già fatto scrivere torrenti d’inchiostro agli addetti ai lavori. Esso contiene una prosa che definire “ecclesialese” è fare un complimento alla sua chiarezza. Alcune caratteristiche emergono però nel contenuto: deludente, prevedibile, lungo, ridondante e autocelebrativo. Nonostante l’enfasi sull’ascolto di tutti, è stata recepita una sola linea e nessun tema è stato problematizzato o dialettizzato; le preoccupazioni pacifiste, ambientaliste, socialiste, affettive e digitali stanno al primo posto. Delle «cose di lassù», alle quali il Signore ci chiama, neanche l’ombra, insomma sociologia batte teologia e già solo l’infelice espressione «al di là della celebrazione eucaristica» dice tutto e mette i brividi.

La soluzione dei problemi che affliggono la Chiesa viene individuata nel creare delle équipe per cui il termine ricorre 14 volte, 9 delle quali per designare nuovi organismi, come se la pletora delle commissioni che infestano diocesi e parrocchie non bastassero a dirci che a furia di riunioni non si va da nessuna parte. Non una parola in tutto il documento è spesa sulle vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata, nessun investimento nella pastorale vocazionale speciale e questa è la prova provata che non ci si crede più. Presbiteri e consacrati, quando vengono citati, lo sono come il presente ma non come il futuro per la Chiesa.

Infine, bisognerebbe essere progressisti fino in fondo: esistono gli omosessuali praticanti e se li accogliamo vanno accolti in toto senza ipocrisie. Tanto più che il documento auspica le «giornate contro l’omofobia e la transfobia», sulla scorta dei vari Gay Pride, dove magari si inscena – come è avvenuto – la “Via Frocis”.

Alla base del documento c’è una particolare visione e concezione dello Spirito Santo, chiamato hegelianamente con il solo termine Spirito. Esso si esprimerebbe soltanto negli eventi storici e nelle sfide che il mondo lancia alla Chiesa (sempre naturalmente in ritardo). Aderire allo Spirito, secondo gli estensori, vuol dire accettare il nuovo per il nuovo e ricevere i criteri sinodali non dalla dottrina e dalla tradizione, ma dalle provocazioni della cronaca o dagli eventi esistenziali perché ciò che guida il processo è il processo stesso e quindi i criteri di giudizio nascono dalla realtà e dal sentire comune, dalla mentalità prevalente e condivisa. La «conversione alla sinodalità» appare, nella sostanza, come una conversione al nuovo e al diverso che impone un aggiornamento della dottrina per sintonizzarla con quanto lo Spirito dice alla Chiesa alla quale è chiesto di «rinunciare alla pretesa di mettersi al centro» e aprirsi «all’accoglienza di altre prospettive».

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Un bell’esempio di una prosa ecclesiale – incomprensibile ai fedeli comuni che non siano cattolici «adulti» – l’ha offerta il cardinale Roberto Repole al pubblico intervenuto alla convocazione diocesana del 18 ottobre scorso in un discorso che pure non è mancato di qualche spunto interessante. La parola d’ordine che ha lanciato è stata «slatentizzazione», vocabolo che nel suo discorso è ricorso più volte: «Vale la pena di slatentizzare quell’inquietudine che generalmente è coperta da una vita tranquilla, nell’ordine del finito»; «c'è bisogno di slatentizzare l’inquietudine, di farla emergere, c’è bisogno di un annuncio esplicito di quella ulteriorità di Dio»; i giovani «hanno necessità di essere riconosciuti in quello che possono offrire e a volte questa è la porta d’ingresso, perché poi si slatentizzi la domanda sulla fede». Dunque, slatentizzazione per comunità in cui «la nostra vita è intristita e strutturalmente depressa, non lo dico in senso psicologico».

Per il cardinale la scarsezza di preti e di religiose rappresenta naturalmente – cosa che sentiamo ripetere da quarant’anni – una «opportunità», sempre ovviamente che si «slatentizzi la fede» e si riformino meglio le comunità. Non è mancato poi un richiamo ai politici: «Se c’è una cosa che mi piacerebbe – poi forse un giorno lo farò, se mi verrà data l’occasione – è dire ai nostri politici che bisogna smettere di piegare il Vangelo alla fazione politica a cui si appartiene e bisogna rimettere tutto il Vangelo dentro tutta la politica. Perché se non è così, non vedo quale sia il motivo perché ci siano dei cristiani che svolgano questo servizio». Soluzione un po’ troppo semplicistica e moralistica ma che soprattutto non tiene conto di un Corpus dottrinale e di principi che si va componendo da più di un secolo e che si chiama Dottrina Sociale della Chiesa. Basterebbe richiamarla nei suoi fondamenti. Ma come ben sappiamo, tale dottrina sta facendo la fine – a cominciare dalle Settimane Sociali dei cattolici italiani dove non se ne parla più – del Catechismo della Chiesa Cattolica. Sistematicamente negletto e ignorato.

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Giorni di allarme per il fenomeno delle culle vuote e dell’inverno demografico che sta affliggendo l’Occidente e che non manca di segnare l’Italia con record negativi di nascite. Il fenomeno è complesso e le sue cause lo sono ancor di più, con conseguenze sugli equilibri economici e sociali che si vanno facendo drammatici. In Italia dal 2008 il declino delle nascite è incontenibile. Si è passati dalle 576 mila di allora ai 198 mila dei primi mesi del 2025, ossia 13 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, anno che aveva già visto una decrescita rilevante rispetto al 2023.

L’attuale tasso di fecondità dell’1,8% per donna è quindi destinato a calare ulteriormente, allontanandosi ancora di più da quello di “sostituzione” che consente l’equilibrio tra nati e morti. La soluzione di un problema così emergente non è solo politica e non passa solo attraverso le indispensabili e necessarie misure di natura sociale ed economica o con l’introduzione di incentivi, ma anche attraverso il recupero di quel senso della vita che alimenta la voglia di avere figli. Ci vuole una battaglia culturale forte contro la Rivoluzione antropologica del ’68 che dichiarò guerra alla famiglia e alla vita. La situazione odierna richiama la splendida definizione che della post-modernità nichilista e consumista diede il cardinale Giacomo Biffi: sazia e disperata.

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