Terza (e ultima) Repubblica

La discussione pubblica seguita al voto del Senato sulla legge costituzionale “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, la cosiddetta riforma della magistratura, deve fare i conti (ancora una volta) con cittadini non informati a dovere sull’argomento; con persone che hanno scarsa conoscenza delle norme di diritto costituzionale e processuale. 

Una certosina azione di ricerca del consenso (al limite della manipolazione) ha accompagnato tutte le “riforme” della Carta costituzionale, sin dai tempi in cui Mario Segni muoveva i primi passi nelle aule parlamentari. Il martellamento mediatico delle forze politiche favorevoli al sistema maggioritario, contrapposto a quello proporzionale (causa, a loro dire, di tutti i mali della politica), ha condotto sin dal 1991 a una serie di leggi costituzionali che hanno stravolto il nostro sistema elettorale. La pressione nei confronti dell’opinione pubblica ha infine causato sia un pesante contenimento del diritto di rappresentanza, che estese limitazioni della partecipazione democratica al governo della nazione.

La sconfitta del proporzionale ha portato a un bizzarro, quanto fittizio, bipolarismo caratterizzato, in realtà, da numerosi cambi di casacca dei parlamentari, nonché da accordicchi vari tra partiti. Azioni spregiudicate che hanno stroncato alcuni esecutivi e mantenuto faticosamente in vita altri, seppur con l’ossigeno. La nuova riforma, nota per aver ridotto il numero di senatori e deputati, ha inaugurato ufficialmente la Terza Repubblica: svolta “democratica” basata su maggioranze blindate, e al contempo su minoranze ridotte al minimo sindacale.

Un trucchetto simile, consistente nel mettere in cattiva luce alcuni istituti con il fine di manipolare la volontà dei cittadini, è stato realizzato pure per annientare il settore pubblico. Tagli, riduzione del personale e disservizi (dovuti in gran parte alle nomine politiche dei dirigenti) hanno minato la fiducia della comunità verso le prestazioni gestite dalle istituzioni. Disprezzo che ha reso “naturale e inevitabile” la loro privatizzazione tramite l’affidamento a società di capitali, oppure a cooperative disponibili ad accumulare profitto. Gli ultimi grandi settori pubblici, sopravvissuti alla mattanza, sono la Giustizia (soprattutto penale), la Sanità, la Difesa e l’Istruzione. Il settore sanitario è purtroppo da tempo sotto forte attacco: i fondi destinati alla salute degli italiani vengono distribuiti anche ai privati, e ogni quota data agli imprenditori è inevitabilmente una porzione sottratta al servizio statale (stesso discorso vale per scuole e università).

Alcuni clamorosi errori giudiziari e le attese processuali infinite hanno preparato il terreno a una riforma, l’ennesima, che non si annuncia minimamente risolutiva nei confronti dei problemi che da sempre affliggono la Giustizia. La stessa, in compenso, si rivela potenzialmente in grado di mettere sotto controllo politico l’iniziativa penale (che si ricorda essere in capo ai Pubblici Ministeri).

Il clamore suscitato dalla drammatica vicenda di Garlasco ha certamente imbarazzato la magistratura, messa a sua volta sotto processo dalla spettacolarizzazione della vicenda criminale: fatti per cui la Giustizia aveva individuato il colpevole tanti anni fa, ma ritornati sotto i riflettori dei media in seguito al ritrovamento, ad opera della difesa, di presunti “nuovi” elementi a favore del sospettato, poi condannato in via definitiva.

La politica, davanti a situazioni di difficoltà investigative, dovrebbe porsi il problema di rinforzare, e in questo caso riformare davvero, il settore della Pubblica Sicurezza dedicato alle indagini. Obiettivo raggiungibile autorizzando nuove assunzioni, creando ulteriori uffici e smilitarizzando il personale addetto al delicato compito di individuare coloro che commettono reati. I tribunali, allo stesso modo, andrebbero dotati di risorse economiche e di personale, cosicché snellire le macchinose procedure, sia nell’ambito civile che penale.

Purtroppo, il Governo non sembra intenzionato a migliorare l’esistente, anzi spende importanti energie per varare una riforma che rischia di creare stravaganti superprocure assoggettate al potere dell’esecutivo. In futuro, un magistrato impegnato a indagare su soggetti “potenti” dovrà valutare con cura le conseguenze disciplinari virtualmente derivanti dalle sue scelte. Egli, di conseguenza, sceglierà la via più semplice, ossia quella di mettere in galera ladri di serie B, oppure pregiudicati appartenenti alle classi sociali meno abbienti, evitando accuratamente di impegolarsi in vicende che coinvolgano personaggi “importanti”.

Non esistono statistiche che mettano in relazione i condannati in giurisdizione penale con la classe sociale di appartenenza. Emerge però, senza dubbio alcuno, un rapporto tra povertà e agire criminale (specie nei delitti contro la proprietà privata e il patrimonio altrui). I delitti commessi da grandi manager, dai colletti bianchi e dalle persone influenti sono in gran parte impuniti, grazie alle consistenti risorse economiche che permettono a costoro di assumere principi del foro e periti di parte dalle parcelle stellari.

L’ennesima riforma costituzionale non risolverà nessun “male” in cui versa la Giustizia, anzi la renderà ancor più incerta e meno garantista, ma il voto referendario si annuncia essere, per gli oppositori, un percorso tutto in salita.

Il “Piano di rinascita democratica”, scritto dal veterano comandante della X-Mas Licio Gelli, è oramai quasi realizzato del tutto. All’appello di “Presente” manca l’introduzione del premierato, ma è solo questione di tempo.

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