La Cisl ritrovi il filo
Claudio Chiarle 06:30 Mercoledì 12 Novembre 2025
Il dibattito sulla Legge di Bilancio 2026 conferma l’ormai evidente irrilevanza del sindacato confederale sulle grandi questioni del Paese. Né le azioni di contrapposizione della Cgil né la linea di “responsabilità” della Cisl hanno più voce in capitolo.
Da una parte, l’ormai ex moderato Landini, in scadenza di mandato a marzo 2027 (con le elezioni politiche entro settembre 2027), deve condurre la Cgil a presidiare e condizionare l’opposizione di sinistra, che è disperatamente alla ricerca di una leadership credibile. Le manifestazioni e gli scioperi generali servono ormai più a gestire il “campo largo” che a contrastare davvero il governo. Per provare a vincere le prossime elezioni, il campo (ristretto) della sinistra non ha un leader adeguato; andrebbe cercato nel campo (extra large) del centrosinistra.
Detto questo, difendo il diritto costituzionale di tutti – quindi anche della Cgil – di indire lo sciopero generale. Per cui il sarcasmo della destra è fuori luogo: il diritto di sciopero è inalienabile. Chi lo esercita e sbaglia ne pagherà le conseguenze sul piano politico, ma ironizzare (o peggio) sugli scioperi significa avvicinarsi pericolosamente al confine della democrazia. Un tempo lo sciopero del venerdì aveva una valenza fortissima perché bloccava contemporaneamente lo straordinario del sabato; se questo non avveniva, chiedevamo alle aziende di pagare la prestazione del sabato con la quota oraria fino al raggiungimento delle 40 ore settimanali
Oggi quelle motivazioni sono cadute: le piazze sono semipiene di soggetti sociali in cui i lavoratori sono in minoranza e le fabbriche non si svuotano più. Sta di fatto che sia Cgil sia Cisl stanno intraprendendo un percorso sempre più politico, snaturando la loro missione originaria. Un dato è certo, al di là dei posizionamenti sindacali: i rilievi alla Legge di Bilancio sono stati numerosi, autorevoli e provenienti da fonti istituzionali. Riporto testualmente dall’Ansa: «Le analisi degli istituti che si susseguono davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato sono concordi: il taglio di due punti della seconda aliquota Irpef sui redditi da 28 mila a 50 mila euro riguarda circa il 30% dei contribuenti (oltre 13 milioni di persone) e comporta un beneficio annuo medio di circa 230 euro, ma gli effetti maggiori vanno di fatto alle fasce più alte. “Oltre l’85% delle risorse” sono destinate “alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito”, evidenzia l’Istat. “In sede di concreta attuazione, l’effetto massimo” si ha per “i contribuenti con reddito pari o superiore ai 50.000 euro fino ai 200.000 euro”, aggiunge la Corte dei Conti. L’Upb quantifica il beneficio medio: 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati, 23 euro per gli operai, 124 per gli autonomi e 55 per i pensionati».
Ricordo che l’Istat certifica un reddito medio annuo lordo di circa 39 mila euro. La Banca d’Italia allarga lo sguardo e avverte: le misure a sostegno del reddito delle famiglie contenute in manovra «non comportano variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie». Il tutto in un contesto in cui «dal 2019 al 2023 c’è stata un’ampia perdita di potere d’acquisto del 10%, recuperata solo di 3 punti».
La Corte dei Conti denuncia, inoltre, il rischio “nero” degli affitti brevi, la limitazione delle politiche di crescita (la priorità data alla stabilità dei conti pubblici riduce le risorse per misure espansive) e le criticità sulla “rottamazione delle cartelle”. Critiche arrivano anche dal presidente di Confcommercio Sangalli su un tema caro ai sindacati: «La detassazione deve riguardare solo i contratti collettivi nazionali firmati dalle sigle comparativamente più rappresentative… È un principio di correttezza ma anche un segnale di legalità rispetto al fenomeno del dumping contrattuale». In Italia abbiamo oltre 250 contratti nel solo terziario e più di 200 sono “pirata”: siglati da sigle spurie, con salari più bassi, meno tutele, niente welfare.
Ad oggi, con la Legge di Bilancio pressoché congelata, in Parlamento saranno consentiti solo aggiustamenti minimi e non dirimenti. Sostenere, come fa la Cisl, che «bisogna vedere i testi definitivi» significa chiedere un confronto quando non è più possibile modificare nulla. Da un sindacato contrattualista ci si aspetterebbe una strategia più efficace. Inoltre la Cisl distribuisce un volantino ai semafori con 49 punti verdi, 47 arancioni e 23 rossi: su 119 punti analizzati, 70 sono da modificare o proprio da bocciare. Fa specie che su temi storici della Cisl – il parziale e limitato finanziamento della legge sulla non autosufficienza, le modifiche alla Naspi, i contratti a termine, il mancato finanziamento della legge sulla partecipazione – il semaforo sia arancione o rosso. È curioso poi che alcuni punti dichiarati positivi (verde) abbiano contemporaneamente richieste di modifica (arancione). C’è insomma una notevole confusione. Si può tranquillamente dire che per un sindacato contrattualista raggiungere solo il 39,5% di risultati positivi non è un buon accordo.
Fa specie soprattutto che la Cisl insista ad allargare la platea Irpef da 50 a 60 mila euro quando è evidente che l’incidenza dello sgravio arriva già fino a 200 mila euro; dovremmo invece chiedere una progressività dello sgravio inversamente proporzionale agli scaglioni di reddito. Bisogna però constatare che il giudizio Cisl è passato in poche settimane da positivo ad “articolato”: il 21 ottobre sul sito nazionale si leggeva «Sulla manovra abbiamo espresso un giudizio complessivamente positivo»; il 10 novembre la segretaria Fumarola, in Assolombarda, dichiara invece «Abbiamo espresso un giudizio articolato».
Torno al punto iniziale: l’incisività del sindacato confederale è oggi marginale sia per la Cgil sia per la Cisl anche quando agiscono su fronti opposti. La Cgil è all’opposizione, ma proporre un “Patto sociale o di responsabilità delle forze riformiste” come fa la Cisl significa di fatto tenere fuori la Cgil (obiettivo dichiarato della Meloni), che rappresenta comunque una parte importante del mondo del lavoro e dei pensionati, e significa soprattutto offrire un chiaro sostegno politico alla destra che governa.
La Cisl deve tornare a essere il soggetto sociale che coagula attorno alle sue idee tutto il mondo del lavoro. Per farlo serve una proposta minima ma forte, capace di rimettere il sindacato al centro. Lontano da me riproporre il tema dell’unità sindacale, che oggi è una chimera e lo è sempre stata. Esiste però un tema unificante, concreto, su cui sviluppare un’azione comune e che la Legge di Bilancio non affronta affatto: la questione salariale.
Secondo l’Istat ci sono ancora circa dieci punti di potere d’acquisto da recuperare rispetto al 2019. Quanto valgono? Il valore punto nei contratti nazionali è stato cancellato proprio perché era un riferimento chiaro e metteva in difficoltà la parte datoriale. Fino al contratto metalmeccanici 2014 valeva circa 20 euro. Possiamo costruire un’unità d’azione del sindacato confederale solo su questo punto: il recupero del gap salariale.
Tocca alla Cisl recuperare quel filo che può riunificare la rappresentanza del mondo del lavoro, se ne è capace e se lo vuole veramente. Altrimenti saremo condannati a subire le piattaforme, le idee, le proposte e anche le decisioni di governo e associazioni datoriali.


