ECONOMIA DOMESTICA

Iren fa ricche le casse dei Comuni. Summit domenicale dei sindaci

Nei primi nove mesi del 2025 ricavi a1 +6,4%, risultato operativo superiore a 400 milioni di euro, +8% di dividendo. Nel piano di investimenti 2025-2030 su 6,4 miliardi una grossa fetta va a Torino. Lo Russo prima chiama a rapporto i colleghi e poi i suoi consiglieri

Via libera dal Consiglio di amministrazione di Iren all’aggiornamento del piano industriale che copre l’arco temporale 2025-2030. Un documento atteso soprattutto dai soci pubblici, in primis il Comune di Torino e la Città Metropolitana, che insieme detengono la maggioranza relativa del capitale. Prima di brindare però, i tre sindaci delle città chiave per la governance – Torino, che esprime il presidente Luca Dal Fabbro; Genova, che indica l’amministratore delegato Gianluca Bufo; e Reggio Emilia che esprime il vicepresidente (Moris Ferretti, che mantiene la delega al personale) –  si sono confrontanti in un vertice domenicale in videocall per ragionare sulle sorti della loro gallina dalle uova d’oro. Le divergenze tra Stefano Lo Russo e la genovese Silvia Salis (cui si aggiunge il primo cittadino reggiano Marco Ferrari) non sono certo mancate.

I dati della crescita

Il piano porta in dote numeri di rilievo: 6,4 miliardi di euro di investimenti complessivi, un margine operativo lordo che nel 2030 dovrebbe toccare quota 1,6 miliardi e un utile netto di circa 400 milioni, oltre a 2.400 nuove assunzioni nette entro la fine del decennio. La notizia che ha fatto brindare gli azionisti è però la nuova politica dei dividendi: Iren ha promesso una crescita dell’8% annuo per azione fino al 2027, seguita da un più moderato 6% nel triennio successivo, dal 2028 al 2030.

Per Torino il salto è tangibile: già dal primo anno di applicazione della nuova cedola il capoluogo piemontese incasserà circa 33,5 milioni di euro, a fronte dei 23 milioni ricevuti quest’anno dal Comune e dei 9 milioni della Città Metropolitana.

I conti dei primi nove mesi del 2025, approvati contestualmente al piano, confermano la solidità della traiettoria di crescita. I ricavi consolidati al 30 settembre hanno raggiunto 4,84 miliardi di euro, segnando un robusto +16,4% rispetto ai 4,16 miliardi dello stesso periodo del 2024. A spingere il fatturato sono stati soprattutto i maggiori ricavi energetici, legati per circa 90 milioni all’aumento dei prezzi delle commodity e per 160 milioni ai maggiori volumi venduti, oltre al contributo del consolidamento del gruppo Egea Holding (313 milioni) e delle attività di efficienza energetica (59 milioni). L’Ebitda si è attestato a 1,003 miliardi di euro (+8,7%), mentre l’EBIT è cresciuto del 6,6% a 401,5 milioni, dando ulteriore credibilità agli ambiziosi target al 2030.

Pioggia d'investimenti per Torino

Sul fronte degli investimenti, su 6,4 miliardi di euro complessivi più di un miliardo e mezzo finiranno direttamente sul territorio torinese. Considerando solo quelli più strategici, 515 milioni saranno destinati al potenziamento della rete di distribuzione elettrica, altri 515 milioni all’espansione del teleriscaldamento e 410 milioni al termovalorizzatore del Gerbido. Per Genova, che contende al capoluogo piemontese la maggioranza relativa, in arrivo 825 milioni di euro, in gran parte concentrati sulla rete idrica (700 milioni) e sulla rete gas (125 milioni). Reggio Emilia ottiene 200 milioni, di cui 135 per l’idrico e 65 per il gas. Alle tre città chiave si aggiungono Parma, con 260 milioni di investimenti diretti suddivisi tra rete elettrica (140 milioni) e idrica (120 milioni), Piacenza con 207 milioni, principalmente per il sistema acquedottistico (140 milioni) e per la gestione rifiuti (67 milioni), e Vercelli, con 42 milioni equamente distribuiti tra acquedotti e reti.

Vertice a tre

Il piano arriva al termine di un fine settimana politicamente infuocato. Domenica scorsa i sindaci delle tre città che contano di più nel patto di sindacato – Stefano Lo Russo (Torino), la sindaca di Genova Silvia Salis e Marco Massari (Reggio Emilia) – si sono confrontati in un vertice riservato in videoconferenza. Secondo varie fonti, nel corso dell’incontro Lo Russo avrebbe espresso critiche molto puntuali sull’operato dell’amministratore delegato Bufo, nominato su indicazione dell’allora sindaco di Genova Marco Bucci, oggi presidente della Regione Liguria. Salis avrebbe però stoppato sul nascere la questione. Di certo se ne riparlerà, probabilmente de visu.

Nel pomeriggio Lo Russo ha poi proseguito il confronto con le tre consigliere torinesi presenti nel Cda: Patrizia Paglia, Giuliana Mattiazzo e Francesca Culasso, per compattare la posizione del capoluogo. In particolare su alcune partite delicate – si vocifera di una maxi consulenza a una primaria società, al momento finita su un binario morto – che riguardano investimenti del gruppo e il comportamento di alcuni amministratori che si starebbero muovendo in autonomia (attraverso fondi). Chissà. I rumors sono molti e stanno attraversando in lungo e in largo Iren, rimbalzando lungo lo Stivale e sono arrivati, ovvimente, anche alle orecchie dei soci istituzionali.

Logiche orizzontali

Iren, pur strutturandosi con una governance settoriale, non può prescindere dal peso politico dei soci pubblici, che continuano a incidere sulla geografia degli investimenti: la logica della spartizione tra i territori resta cruciale nelle decisioni strategiche del gruppo.

Il presidente esecutivo Luca Dal Fabbro ha definito il piano “solido e concreto, fondato su investimenti selettivi e disciplina finanziaria”, sottolineando il target di 1,6 miliardi di Ebitda al 2030 e le ulteriori opportunità di crescita organica e inorganica. L’amministratore delegato Gianluca Bufo ha parlato di “fase di trasformazione mirata” che renderà il modello di business più efficiente e orientato alla creazione di valore, con particolare attenzione ai servizi a rete e ai termovalorizzatori, considerati i pilastri della stabilità futura. Il vicepresidente Moris Ferretti, in rappresentanza degli emiliani, ha posto l’accento sul piano di transizione ecologica fino al 2040, che permetterà di dimezzare la carbon intensity e di utilizzare le risorse in modo più efficiente, rafforzando il profilo di sostenibilità del gruppo.

Per il momento gli assetti di potere tra i tre Comuni sembrano reggere, e da azionisti guardano al portafoglio. Molti osservatori, però, sottolineano come un equilibrio così precario non sia un buon viatico per sostenere un società che rpidamente dovrà affrontare sfide importanti in un segmento di mercato fortemente dinamico e competitivo.

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