POLITICA & GIUSTIZIA

Rinaudo come Di Pietro: l'ex pm dei No Tav dice Sì alla riforma della Giustizia

Famoso per le sue inchieste su Br e antagonisti, aderisce al comitato "Cittadini per il sì", sostenendo la riforma Nordio che istituisce la separazione delle carriere. A guidarlo la compagna di Enzo Tortora, la deputata Scopelliti: "Questo è il momento di agire"

È stato presentato a Roma “Cittadini per il Sì”, il nuovo comitato nato con l’obiettivo di sostenere la riforma della giustizia promossa dal guardasigilli Carlo Nordio in vista del prossimo referendum. L’iniziativa punta a dare ai cittadini un “segnale di cambiamento concreto contro lentezza, opacità e inefficienze del sistema”, come si legge nella nota ufficiale diffusa dai promotori. A guidare il comitato è Francesca Scopelliti, già senatrice e compagna di Enzo Tortora, da anni attiva in battaglie civili legate ai temi della trasparenza e della tutela dei diritti. Tra i componenti del comitato spicca una vecchia conoscenza del panorama giudiziario torinese: l’ex pubblico ministero Antonio Rinaudo, protagonista di numerose inchieste sul terrorismo e sul movimento No Tav. Il suo sostegno alla riforma rappresenta una scelta in netta controtendenza rispetto alla posizione prevalente all’interno della magistratura, tutt’altro che incline all’idea della separazione delle carriere.

Un collega dalla sua parte

La sua presa di posizione si unisce a quella di un altro magistrato illustre: Antonio Di Pietro, l’ex pm simbolo di Mani Pulite, oggi anch’egli schierato a favore del “sì”. Due profili molto diversi, ma accomunati dalla convinzione che una revisione dell’assetto giudiziario sia ormai necessaria. Dopo essere andato in pensione nel 2018 appendendo la toga al chiodo, Rinaudo è stato consulente della giunta Cirio per la gestione dell'emergenza Covid, e nel 2023 è stato nominato presidente del Comitato Etico interaziendale di Città della Salute, Asl Città di Torino e azienda ospedaliera Ordine Mauriziano.

La rete dei fondatori

Oltre a Scopelliti e Rinaudo, il comitato annovera tra i fondatori il giudice Giuseppe Cioffi, gli avvocati Guido Camera, Alessandra Cacchiarelli ed Elisabetta Manoni, i giornalisti Alessandro Barbano - ex direttore del Riformista e del Messaggero e oggi direttore de L'Altravoce - e Giovanni Jacobazzi, firma del Dubbio, e i professori Bartolomeo Romano e Pieremilio Sammarco. Fanno parte del nucleo originario anche Antonio Lattanzi e Diego Olivieri, entrambi vittime di gravi errori giudiziari e oggi impegnati nella promozione di iniziative dedicate alla riforma del sistema.
La costituzione formale del comitato è avvenuta nello studio del notaio Claudio Togna, a Roma, dove è stata definita anche l’impostazione organizzativa che prevede la creazione di comitati territoriali in grado di diffondere il messaggio e mobilitare il voto a livello locale.

I temi chiave

L’azione del comitato si concentra su tre questioni ritenute decisive per un cambiamento strutturale del sistema giudiziario. La prima riguarda la separazione delle carriere tra Pubblico Ministero e Giudice, indicata dai promotori come condizione necessaria per garantire una maggiore imparzialità. La seconda è l’istituzione di una Corte disciplinare dedicata ai magistrati, che dovrebbe rafforzare i meccanismi di controllo interno. La terza riguarda il rinnovamento dei Consigli Superiori della Magistratura attraverso il sorteggio, un metodo considerato utile dai promotori per ridurre le dinamiche correntizie e riequilibrare la rappresentanza, ma tacciato di essere poco meritocratico dai suoi detrattori.

Il momento di agire

Nel suo intervento di presentazione, Scopelliti ha definito la riforma della giustizia “la sfida decisiva per il futuro dell’Italia”, sostenendo che il referendum rappresenti “l’occasione per dire basta a un sistema che tutela privilegi invece dei cittadini”. Ha invitato chiunque creda nella necessità di una giustizia più equilibrata e accessibile a unirsi alla mobilitazione, sottolineando che “non è il momento di aspettare, ma di agire”. L’adesione di Rinaudo al fronte del sì aggiunge una voce rilevante al dibattito interno alla magistratura. La convergenza tra l’ex pm torinese e Di Pietro, pur maturata in percorsi professionali e politici distinti, evidenzia come questa categoria professionale sia tutt'altro che monolitica nello sposare le cause del no alla separazione delle carriere.

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