POLITICA & GIUSTIZIA

La sinistra tenta il colpo Grosso,
seggio sicuro dopo il referendum

Dietro la scelta di fare del giurista torinese il volto simbolo della battaglia contro la riforma c'è un preciso disegno in cui si intreccia dinastia famigliare e genealogia politica. Passa a lui il testimone di quella controversa tradizione azionista sabauda. E il Pd...

Nel Pd che si prepara alla campagna referendaria contro la riforma della giustizia, c’è un nome che circola sottovoce, come un segreto troppo evidente per restare tale. Nei corridoi del Nazareno e nelle stanze del Partito democratico piemontese lo ripetono con la cautela riservata alle questioni delicate: comunque vada il referendum, Enrico Grosso si è garantito un posto sicuro nelle liste dem alle politiche del 2027, un biglietto per il Parlamento che pare già timbrato.

Nel labirinto delle correnti piddine, dove le ambizioni personali si intrecciano con le trame politiche in un tessuto spesso opaco, la figura del giurista ha fatto irruzione prepotentemente senza che nessuno l’avesse visto arrivate. Le reazioni sono un mosaico di perplessità e calcoli strategici: alcuni interrogano il profilo stesso del Pd, chiedendosi se non stia rafforzando quel tratto “giudiziario” che non ha portato troppo fortuna; altri scorgono in lui un potenziale rivale interno, capace di alterare equilibri consolidati. Eppure, un consenso sotterraneo emerge: indipendentemente dall'esito del plebiscito, Grosso si è assicurato un approdo sicuro nelle liste dem alle prossime politiche del 2027, un biglietto per il Parlamento che pare già timbrato.

Non è solo l’ennesima partita interna di potere: è il ritorno di un’antica genealogia, di quella componente “giudiziaria” – molto più di una corrente – che a Torino, più che altrove, ha rappresentato una vera architrave culturale della sinistra. E Grosso, 59 anni, torinese, avvocato e ordinario di Diritto Costituzionale, presidente del comitato nazionale per il No alla riforma (al fianco del giudice Antonio Diella), appare oggi come l’erede naturale di quella lunga tradizione. Una presa di posizione, la sua, controcorrente nella categoria dei penalisti, ma perfettamente coerente con la storia di casa.

La dinastia: tre generazioni di toghe e politica

Per capirci qualcosa bisogna partire dal pantheon famigliare. I Grosso sono una stirpe della gauche noblesse. Suo padre, Carlo Federico Grosso, morto nel 2019 a 82 anni, è stato un penalista leggendario e professore di Diritto Penale all’Università di Torino. Ma soprattutto un politico a pieno titolo: consigliere comunale in Sala Rossa per un decennio (1980-1990) come indipendente del Pci, vicesindaco ai tempi di Diego Novelli, poi vicepresidente del Consiglio Regionale (1990-1994) e infine vicepresidente del Csm (1994-1998). Tra il 1998 e il 2001 guidò la commissione ministeriale per la riforma del Codice Penale.

Il ramo si allunga ancora. Il nonno, Giuseppe Grosso, fu un gigante del diritto romano e preside della Facoltà di Giurisprudenza di Torino per quasi trent’anni (1945-1973). Politicamente stava nella sinistra Dc: presidente della Provincia (1951-1965) e sindaco di Torino (1965-1968).

Con tali antenati, Enrico Grosso non poteva che essere all’altezza: professore, avvocato, consigliere d’indirizzo della Fondazione Crt (2007-2019), presidente della commissione di garanzia della Regione Piemonte (2014-2020), e docente alla Scuola della Magistratura del Csm. A differenza di molti colleghi del mondo accademico, Grosso con la magistratura non ha conti aperti: li forma, ci dialoga, ci lavora.

E anche la biografia familiare rafforza questo legame. Sua moglie, Emanuela Gai, oggi sessantenne, è consigliera della terza sezione penale della Cassazione, dopo una lunga carriera al Tribunale di Torino. Ecco perché, dicono malignamente tra i dem, sostenere la separazione delle carriere significherebbe per lui un conflitto tra ragione e sentimento – oltre che un potenziale rischio matrimoniale.

Genealogia politica: linea rossa da Violante a Caselli

La sinistra giudiziaria torinese non è un’invenzione recente: è un blocco culturale, un milieu sabaudo che affonda nella notte dei tempi, ma che trova compimento sul finire negli anni Settanta e ha il suo archetipo in Luciano Violante. Toga rossa per eccellenza, fu lui ad arrestare – con un’inchiesta poi sgonfiata – il partigiano monarchico Edgardo Sogno, operazione che più che giudiziaria fu metapolitica: ridefinire la narrazione resistenziale in chiave Pci, marginalizzando gli antifascisti non comunisti.

Cossiga lo battezzò “piccolo Vyšinskij”, l’aguzzino delle purghe staliniane, considerandolo l’istigatore dei processi politici degli anni Novanta: non un complimento, ma una definizione che nel Pci contribuiva a costruirne il mito. Da responsabile Giustizia del partito incarnò il "partito dei giudici", ponte tra Magistratura Democratica e il Parlamento, orchestrando – secondo i detrattori – incursioni giudiziarie contro avversari politici, subordinando così la politica al potere togato. Da presidente dell’Antimafia (1992-1994) Violante trasformò la Commissione in un’aula parallela: memorabile l’interrogatorio al pentito Buscetta, usato per indirizzare – di fatto – la successiva incriminazione di Giulio Andreotti da parte dell’amico Gian Carlo Caselli, appena insediato a Palermo. Processi lunghi, esiti oscillanti, ma un chiaro obiettivo: riscrivere la storia d’Italia, ribaltare la narrazione della Dc e consolidare quella della sinistra togata.

Poi, negli anni Duemila, la metamorfosi: Violante da giustizialista diventa “legalitario”, prende le distanze dalle toghe, si trasforma in “riserva della Repubblica”. Il celebre discorso sui ragazzi di Salò all’insediamento da presidente della Camera nel 1996 è l’inizio della torsione: da lì in avanti interviste su giornali, preferibilmente di destra, contro la gestazione per altri, critiche alle intemerate contro l’onnipotenza della magistratura e attacchi al populismo penale. Mosse e dichiarazioni per scrollarsi di dosso quel passato giustizialista. Un cursus che ha sempre avuto un obiettivo dichiarato nei sussurri del Transatlantico: il Quirinale.

A Torino, il compagno di Violante è stato proprio Caselli, per lungo tempo il suo erede designato, sebbene più vecchio di qualche anno (è del 1939), Cattolico di sinistra, di stampo salesiano – ha frequentato il liceo Valsalice come l’amico Marco Travaglio col quale era solito giocare a tennis, ha una visione organica ed escatologica della magistratura. Inizialmente allineato a Violante nell’ortodossia torinese, entrò in collisione con lui. Caselli fu protagonista di inchieste su Brigate Rosse e Prima Linea, nonché contro le formazioni extraparlamentari.

Esponente di spicco di Magistratura Democratica, nelle cui liste venne letto al Csm dal 1986 al 1990, divenne magistrato di Cassazione nel 1991 e presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise torinese. Dal 1993 al 1999, procuratore a Palermo, dove il suo pool di “caselliani” – Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato – condusse processi controversi, inclusa l’incriminazione di Andreotti. Poi procuratore generale a Torino e, dal 2008, procuratore capo. Nel 2013, lasciò Md indignato per un brano apologetico del terrorismo in un’agenda della corrente, di Erri De Luca, vicino ai No Tav. In pensione dal 2013, vanta un lungo sodalizio con don Luigi Ciotti, autentico “padre spirituale” della sinistra giudiziaria.

Zagrebelsky, Giorgis, Rossomando: la continuità

Questo milieu affonda in quel crogiuolo sabaudo di tradizione azionista, dove confluivano Pci, azionismo e l’intransigenza cattocomunista. Un pantheon in cui Norberto Bobbio, celebrato maestro, è il nume tutelare (spesso tirato per la giacchetta con lui riluttante), la trama torinese passa inevitabilmente da Gustavo Zagrebelsky, figura simbolo di questa matrice giuridico-progressista. Da capofila degli appelli anti-Berlusconi, divenne il principale antagonista televisivo di Matteo Renzi nel celebre faccia a faccia da Mentana sulla riforma costituzionale.

Attorno a lui, due esponenti politici della sinistra giudiziaria torinese degli ultimi quindici anni: Andrea Giorgis e Anna Rossomando. Il primo, classe 1965, costituzionalista allievo di Zagrebelsky (ne ha curato gli scritti in suo onore e, con Grosso, ha promosso i festeggiamenti per gli ottant’anni), ex Pds, al terzo mandato parlamentare, sottosegretario alla Giustizia nel governo giallorosso di Giuseppe Conte, è (pressoché l’unico) esponente della corrente di Gianni Cuperlo. La seconda, classe 1963, figlia di uno dei principi del Foro, il compianto penalista Antonio (difensore di big della sinistra), iscritta alla Fgci a quattordici anni, amica dell’ex procuratore Armando Spataro, al quarto mandato da parlamentare, è oggi vicepresidente del Senato. Giorgis e Rossomando sono ormai a fine carriera parlamentare e ambiscono ad alte cariche giudiziarie, finora sfumate, ma chissà che con un eventuale governo guidato da Elly Schlein, di cui sono entrambi sostenitori, possano finalmente arrivare.

E adesso il testimone a Grosso

Il “posto” di Zagrebelsky – non accademico, ma politico-culturale – sembra destinato a Grosso. Il professore coniuga pedigree famigliare, autorevolezza giuridica, rapporti con la magistratura e un curriculum che lo rende il candidato naturale a incarnare la nuova stagione della sinistra giudiziaria dentro il Pd, proprio nel momento in cui il partito si appresta a una battaglia referendaria che rischia di ridisegnare gli equilibri interni.

Ecco perché nel Nazareno il suo nome pesa: non solo come presidente del comitato per il No, ma come figura-simbolo, come snodo tra ceto togato, accademia e politica. E infatti, tra i dem piemontesi, la previsione è già scritta: Grosso sarà capolista alle politiche del 2027.

Dicono che il Pd abbia deciso di puntare su una figura che unisca rigore, tradizione e radicamento in quelle élite sabaude che da settant’anni orientano il rapporto tra sinistra e giustizia. Una storia che ritorna. Cambiano i protagonisti, non la genealogia. E nel silenzio studiato del Pd, il nome di Grosso risuona come l’erede di un’antica liturgia: quella in cui Torino, più che una città, è un laboratorio permanente del potere giudiziario-progressista italiano.

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