TARTASSATI

Rifiuti, bolletta sempre più cara. Piemonte 318 euro, stangata Asti

Nel 2025 la Tari continua a salire in tutta Italia. Un salasso nella città del Palio: 425 euro, pur in lieve calo. Cuneo si conferma la più economica: 249 euro. La raccolta differenziata regionale sfiora il 67,9%, superando la media italiana ma con significative differenze

La bolletta dei rifiuti continua a salire e il 2025 non fa eccezione: la Tari cresce in tutto il Pease e il Piemonte non sfugge. È questo il primo, netto fotogramma che emerge dal Rapporto 2025 di Cittadinanzattiva. L’Italia arriva a una media di 340 euro a famiglia (+3,3%), mentre il Piemonte si attesta a 318 euro, con lo stesso identico incremento percentuale. Ma la somiglianza finisce qui: dietro il dato regionale si nasconde un territorio che corre a velocità opposte, tra capoluoghi che staccano aumenti a doppia cifra e altri che riducono la tariffa, tra città che differenziano oltre il 75% e altre che restano impantanate sotto il 50%. Un doppio registro che racconta un Piemonte più irrequieto dei numeri nazionali e molto meno omogeneo della sua media.

Bolletta più cara

La tariffa media nazionale per la gestione dei rifiuti urbani arriva quest’anno a 340 euro, con un incremento del 3,3% rispetto ai 329 euro del 2024. Un aumento tutt’altro che episodico: ben 95 capoluoghi su 110 hanno infatti ritoccato al rialzo le proprie tariffe, segno che la pressione economica sulla filiera è ormai un trend consolidato.

Sul versante opposto della bilancia cresce la raccolta differenziata, che nel 2023 tocca il 66,6%, in lieve ma significativo miglioramento rispetto al 65,2% dell’anno precedente. Il quadro, tuttavia, resta segnato da un divario strutturale: nel Nord la spesa media si colloca attorno ai 290 euro e la differenziata vola al 73%; nel Centro la quota di rifiuti avviati al riciclo si ferma al 62% mentre i costi salgono a 364 euro; nel Sud si raggiungono i 385 euro di tariffa media con una differenziata che resta inchiodata al 59%. Un asimmetrico che non migliora col passare degli anni e che trova conferma anche nelle classifiche estreme: Catania è la città più cara d’Italia con 602 euro, mentre Cremona, a 196 euro, resta la più economica.

Chi sale e chi scende

Il Rapporto elenca, regione per regione, l’andamento delle tariffe, e i numeri mostrano un’Italia a due velocità anche sul piano dei costi. In cima alle realtà più economiche si trovano Trentino-Alto Adige (224 euro), Lombardia (262) e Veneto (290); all’opposto la tariffa più pesante grava sulle famiglie di Puglia (445 euro), Campania (418) e Sicilia (402). Colpiscono inoltre alcune variazioni molto marcate: Reggio Emilia segna un aumento del 15,1%, Ferrara del 13,8%, Siena del 12,9%, mentre sul versante discendente compaiono casi altrettanto eclatanti come Modena, che registra un calo del 12,3%, o Aosta con -8,4%, Cagliari -7,6%, Milano -7,5%. Numeri che rivelano quanto l’assetto tariffario sia legato non solo ai costi tecnici, ma anche a scelte amministrative, gestione degli impianti, capacità organizzativa dei consorzi locali e, in alcuni casi, alla revisione dei piani economico–finanziari.

Asti la più cara

Dentro questo quadro nazionale si inserisce il Piemonte, cui il Rapporto dedica un focus specifico e completo. La regione registra una tariffa media di 318 euro, in aumento del 3,3% rispetto ai 308 euro dell’anno precedente, perfettamente allineata quindi alla crescita nazionale. Ma, come sempre accade quando si entra nel dettaglio provinciale, la media racconta solo metà della storia. Nella regione convivono infatti capoluoghi dal profilo profondamente diverso. Asti, con 425 euro, rimane uno dei centri più costosi del Piemonte, pur essendo l’unico che quest’anno registra un calo della tariffa (–2,4%). Cuneo, agli antipodi, si conferma il capoluogo più economico con 249 euro, mentre Torino si attesta sui 377 euro, con un incremento contenuto dell’1,7%. Molto più significativi sono invece i salti in avanti di Verbania, che passa da 242 a 267 euro con un aumento del 10,6%, e di Novara, che sale da 238 a 254 euro segnando un +6,6%. Completano il quadro Alessandria (370 euro, +1,7%), Biella (330 euro, +4,6%) e Vercelli (274 euro, +6,1%).

Differenziata “variabile”

Ma se le tariffe disegnano una topografia economica molto frastagliata, i dati ambientali raccontano una regione che, nel complesso, presenta una raccolta differenziata al 67,9%: superiore alla media nazionale ma assai disomogenea tra capoluoghi. Biella (76,8%), Novara (77,2%) e Verbania (76,7%) si collocano tra le migliori performance del Nord Italia, mentre Alessandria, ferma al 47,6%, e Torino, che sale ma resta al 57,2%, trascinano la media verso il basso. Anche la produzione pro-capite di rifiuti urbani mostra differenze nette: si va dai 465 kg annui di Asti, il valore più basso, ai 624,2 kg di Verbania, il più alto. Nel mezzo: Alessandria 577,3; Biella 564,8; Cuneo 509,2; Novara 484,3; Torino 498,5; Vercelli 565,1. La media regionale, 503,5 kg, resta sostenuta e rappresenta un ulteriore elemento di pressione sulle filiere locali di raccolta e trattamento.

Costi ed efficienza

Questo mosaico di dati dice almeno due cose. Primo: non basta aumentare la raccolta differenziata per ridurre automaticamente la tariffa, perché i costi di trattamento, la disponibilità o meno di impianti sul territorio, l’efficienza logistica e l’organizzazione del servizio incidono in maniera decisiva sul portafoglio dei cittadini. Secondo: il Piemonte presenta una divaricazione interna che non può essere nascosta dietro la “media regionale”, perché tra le città che sfiorano l’eccellenza e quelle che arrancano si apre una forbice che è insieme tecnica e politica. Dove i sistemi sono più strutturati, la Tari cresce meno; dove la governance è debole o la produzione pro capite resta elevata, gli aumenti risultano più pesanti.

Il focus piemontese del Rapporto, dunque, non è una fotografia neutrale, ma un invito a leggere la tariffa come risultato di molte variabili intrecciate: investimenti, impianti, modelli di raccolta, revisione dei costi, capacità amministrativa. Un richiamo ai Comuni e ai gestori: la differenziata è una condizione necessaria per far funzionare il sistema, ma non è ancora – non ovunque – la chiave che apre la porta alle bollette leggere. Per quelle servono organizzazione, impianti adeguati, politiche di tariffazione puntuale credibili e soprattutto una governance regionale capace di ridurre gli squilibri interni.

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