I mitici anni 70 di Christillin, vita regale di una faraona
14:00 Martedì 25 Novembre 2025Dalla neve con l'Avvocato alle mummie del suo museo Egizio, dai colpi di palazzo della Uefa alle ferite degli Agnelli: una biografia che intreccia la storia del demi-monde subalpino (e non solo). La sabaudite? "Annacquata dall'aver imparato a stare al mondo"
Non si chiede mai l’età a una signora. Ma quando la signora in questione è Evelina Christillin, e quando la data di nascita s’intreccia con l’intera storia recente del demi-monde sabaudo, allora violare il galateo è semplicemente un obbligo. Settant’anni, portati splendidamente con quell’autoironia che lei rivendica come “la dote straordinaria” insegnatale da Gianni Agnelli: “La pratico da mattina a sera”. È una frase che la descrive meglio di qualsiasi biografia autorizzata. Se credi che sia una posa, basta seguirla per un pomeriggio. Ogni frase è una freccia, ogni autocritica un colpo di grazia alla retorica. Nessun compiacimento, nessun egocentrismo. Solo una donna che ha vissuto molto, a volte troppo, e ha imparato a riderci sopra.
Un Avvocato in famiglia
Già, l’Avvocato. Quando re Gianni decideva che dovevi sciare con lui, non era un invito: era un’investitura. “Voglio vedere come va”, diceva a suo padre. E via, nell’elicottero, verso chissà quale pendio sospeso nei cieli del potere. Evelina di quegli anni ha gli occhi grandi di chi capisce tutto senza dire nulla. Non parla della mondanità: la attraversa. Non si vanta delle frequentazioni: le assorbe. È un’apprendista discreta, e in questo è più torinese degli stessi torinesi. “Voglio vedere come va”, diceva a papà Christillin, numero uno dell’Aci. È lì, tra neve, vento e aristocrazia, che comincia la sua educazione sentimentale alla vita di società. Un apprendistato non scritto, ma più efficace di mille master.
Prima di diventare “Evelina”, quella nota a musei, federazioni calcistiche e salotti casalinghi e del jet-set, era una ragazzina pia e secchiona che studiava, sciava e ascoltava senza parlare. La scena originaria è una casa torinese dove passano persone che normalmente si incontrano solo nei libri di storia: Ted Kennedy che discute con Pavarotti, Pamela Churchill che racconta gli intrighi londinesi, mediatori politici, ambasciatori, ministri. E poi Fidel Castro: mitico, prossimo, reale, anche se lei non lo vide, perché a quell’epoca era nella residenza romana della famiglia. Ma il racconto circolava lo stesso, come un passaggio obbligato.
Lei, intanto, è la ragazzina che osserva tutto con discrezione. Sì, la sabaudite esiste: “È stata annacquata dall’aver imparato a stare al mondo”, dice oggi. Ma allora era la lente con cui guardava l’universo.
Dalla Boita alle Olimpiadi
Doveva essere un semplice stage in boita, la Fiat per i profani, organizzato da Luca Montezemolo. Durò otto anni e lì trovò il suo compagno di vita, Gabriele Galateri di Genola, un uomo che sembra disegnato da un romanziere piemontese: nobile, elegante, presidente di tutto ciò che brilla, Cavaliere del Lavoro. Lei però continua a firmarsi “Christillin”: “Un cognome da mucca valdostana”, dice ridendo. Poi la vita presenta il conto più duro: la leucemia, due anni chiusa in una stanza d’ospedale. E da lì esce con la tempra Walser: “Mi hanno dato la carica per l’eternità. Cocciuta di matrice titsch”.
La notte di Seul
Torino 2006 è la sua consacrazione pubblica. Prima presidente esecutivo del comitato promotore, poi vice del comitato organizzatore. Fa meglio laddove i suoi predecessori – Valentino Castellani e l’amico di ombrellone Paolo Rota – stavano per fallire mettendo a repentaglio la manifestazione. La notte dell’assegnazione a Seul resta per lei “il momento più emozionante della vita”.
Delle Olimpiadi resta una città rinata e una montagna devastata: trampolini, pista da bob, cattedrali nel deserto. “Cortina avrebbe dovuto imparare dal nostro errore. Io avrei puntato su Innsbruck o St. Moritz”.
La Superlega, Macron, Johnson
La svolta arriva con il calcio. Prima donna europea nel Consiglio Fita, poi anni in Uefa al fianco di Aleksander Ceferin, che lei stima profondamente. Il punto più alto – e più folle – è la notte della Superlega. Telefoni che squillano come allarmi, Macron da Parigi, Boris Johnson da Londra, Ceferin che cerca di tenere insieme un continente mentre i club tentano il golpe del secolo. E lei che racconta: “Avevo il cuore diviso a metà, ma la schiena dritta. Rimasi con la Uefa”. Quando tutto finisce prende la macchina e sale al cimitero di Issime: “Avevo bisogno di mamma e papà”.
Gli Agnelli: gelati e rotture
Il capitolo di Casa Reale non finisce mai. Dolori e gioie con i diversi esponenti della Sacra Famiglia. C’è il ricordo tenero di Lapo Elkann neonato, portato al catechismo russo a Parigi, il gelato comprato di nascosto. E poi, decenni dopo, il crollo: Lapo che la insulta pubblicamente, la chiama ingrata, grottesca, arrampicatrice sociale. Lei costretta a muoversi con la scorta per tre mesi. Con John Elkann, oggi, si salutano: una vicinanza cortese, misurata. Con Margherita qualche messaggio ogni tanto, nulla di che.
La Faraona (e i gufi)
Il Museo Egizio è la sua piramide personale. Ha preso un museo con 13 dipendenti e lo ha trasformato in una macchina culturale con 90 persone, fatturato quintuplicato, spazi triplicati. Al sesto piano la chiamano “la Faraona”, e lei ci ride su. E poi i gufi. Tremila. Di ogni forma, colore, materiale. La lampada-gufo gigante che troneggia sulla sua scrivania è ormai una leggenda metropolitana. È riuscita a trasformare Torino nel principale hub dell’egittologia fuori dall’Egitto, pur confessando di saperne “poco e niente, ho dovuto imparare”. Il suo faraone preferito è ovviamente Ramses II, il più potente, il più scenografico.
Trans ad honorem
Di lei colpisce questo: ha una sicurezza che sembra granitica, ma è quasi il contrario. È forse il lato più sorprendente della Faraona: “Ho la sindrome dell’impostore. Soffro di insicurezza cosmica”. Racconta di genitori affettuosi ma distanti, come si usava allora. Bambinaie straniere, poche coccole, molte aspettative. Ma una sorella amatissima, Francesca, magistrato, che rappresenta il suo porto sicuro.
Non sfugge a quell’understatement sabaudo, troppe volte equivocato. Come la volta che Zuckerberg chiama per visitare il Museo e poi… lei non c’è, è a Napoli. “Siamo gli unici a non avere sue foto. E sembravo snob. Eppure non lo sono”. Poi ci sono gli episodi irresistibili. Quando Vladimir Luxuria la presenta al palco del Festival del Cinema Gay: “Nomino Evelina trans ad honorem”. Risata oceanica. Marito svenuto. Donna di casa? “Zero. E delego le gite al supermercato”.
Il matrimonio con Galateri dura da 45 anni, con un equilibrio raro. “La passione giovanile è un’altra cosa. Ora amarsi significa darsi una mano e non dover mai spiegare nulla”. Sulle infedeltà è lapidaria e trasparente: “Sì, ci sono state, ma con rispetto. E io gli ho reso pan per focaccia”.
La sinistra obblige
È stata sempre una donna di centrosinistra, anche se non ha difficoltà ad ammettere simpatie trasversali. Matteo Renzi le piace “come persona”, ma molte sue scelte le sono rimaste indigeste. In un’intervista ha persino delineato il suo pantheon ideale: Bonaccini, Zaia, Fedriga: una triade trasversale che rappresenta, secondo lei, il buon governo pratico. Al Doge leghista avrebbe assicurato un mandato a vita: «Se uno governa bene, perché no? L’importante è non costruire una satrapia personale”.


