Un piano di "quasi" ripresa
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 27 Novembre 2025
L’Italia ha ricevuto 194,7 miliardi di fondi nell’ambito del Pnrr: un contributo dalle enormi dimensioni che avrebbe dovuto trasformarsi in una boccata di ossigeno per la nostra società (provata da tanti anni in cui il Pubblico ha vissuto all’insegna dell’austerity).
I miliardi ancora in attesa di essere spesi sono 50: la complessa procedura di pagamento verrà chiusa entro il 2026, per cui nel prossimo agosto sarà obbligatorio terminare tutti i lavori avviati. Circa 122 miliardi andranno restituiti, poiché prestati a tasso agevolato, mentre gli altri sono stati rubricati alla voce “Sussidi”. La gigantesca cifra assegnata al nostro Paese dovrebbe mutare in un forte sostegno alla transizione ecologica, a quella digitale, e soprattutto consentire l’ammodernare della struttura pubblica, oltre essere di impulso alla creazione di nuove opportunità occupazionali. Obiettivi alti, individuati nei mesi in cui il Covid assestava il colpo di grazia all’economia europea (in primis alla nostra).
La politica ricorda sovente ai cittadini che non esistono bacchette magiche per risolvere i problemi, ma 200 miliardi di euro (cifra inimmaginabile per noi comuni mortali) possono davvero compiere qualche magia, come trasformare l’Italia in un territorio con adeguate infrastrutture “sostenibili” a livello ambientale, e magari offrire finalmente servizi di prossimità a tutti i cittadini. Un progetto di spesa a lungo periodo non può ignorare la difficoltà, ancora attualissima, di collegare alcune zone geografiche del Paese con la rete ferroviaria nazionale, e deve fare i conti con la mancanza di acquedotti in molti comuni del Sud Italia.
I fondi Pnrr si sono presentati agli italiani con l’immagine (salvifica) di una marea di denaro da dedicare, in buona parte, anche allo sviluppo di fonti energetiche alternative e, innanzitutto, alla salvaguardia della Natura: quest’ultima intesa come utile deterrenza al cambiamento climatico, nonché quale imprescindibile fonte di vita per tutti gli esseri viventi (noi inclusi). Purtroppo, al livello attuale del percorso di realizzazione delle opere finanziate, l’ottimismo rivolto verso il futuro si trasforma nella disperata presa di coscienza di un probabile fallimento alle porte.
La sensazione collettiva, infatti, è quella di una grande occasione persa: la certezza che alla chiusura dei cantieri i cittadini potranno solamente prendere atto di come nulla sia cambiato in meglio, almeno per loro. Alcune opere rimarranno un enigma per quanto riguarda l’utilità sociale delle medesime, mentre altre, dall’impatto potenzialmente positivo (almeno in teoria), non avranno personale sufficiente a farle funzionare (come le Case di Comunità).
Il risveglio nei giorni post Pnrr sarà traumatico, poiché brusco: lavori completati solo in parte e che, purtroppo, non si riveleranno in grado di cambiare minimamente in meglio il Paese. Oltre il danno la beffa, poiché, nel nome dell’interesse pubblico, la fase progettuale delle opere finanziate con i fondi europei ha cancellato ogni forma di partecipazione da parte dei cittadini, favorendo anzi (in molti casi) la realizzazione di interventi dannosi per l’Ambiente.
Torino ha investito, per quanto concerne il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sulla valorizzazione delle biblioteche già esistenti; sulla manutenzione di alcuni edifici scolastici, di immobili destinati ai Centri di protagonismo giovanile e di qualche struttura dedicata allo sport. Il Pnrr ha interessato pure il welfare e il comparto sanitario, tramite un massiccio investimento dedicato alle Case di comunità (ma, purtroppo, senza mettere mano alle necessarie assunzioni). Il capoluogo piemontese, inoltre, ha inserito nel Piano la conservazione di alcuni mercati e ha scelto di “valorizzare” Torino Esposizioni, il Parco del Valentino (Borgo Medievale) e quello del Meisino. Un importante elenco di interventi pubblici, oggetto però di numerose critiche inerenti sia la qualità dei lavori eseguiti (come, ad esempio, al Mercato coperto di Mirafiori Nord), che all’assenza di coinvolgimento della popolazione (al Borgo Medioevale inoltre sono stati brutalmente sfrattati i concessionari delle piccole botteghe artigiane).
Cinquanta miliardi di euro non impegnati si traducono, allo stato dell’arte, in ulteriori benefici mancati a favore degli italiani. La solita quotidianità accompagnerà, quindi, i cittadini nei mesi post Pnrr: liste di attesa infinite per accedere alle cure sanitarie, scuole e università che si aggiustano come possono, per portare avanti i loro compiti, e periferie sempre più vicine alla linea rossa (varcata la quale scatta la trasformazione in ghetti).
Quest’anno, l’inverno svelerà nuovamente a noi tutti il peso della guerra sul caro bollette di gas e luce: scaldare le pareti domestiche è oramai un lusso riservato a pochi fortunati. Dal 1° gennaio 2024, inoltre, l'Iva sul gas per il riscaldamento è tornata alle aliquote ordinarie, ovvero il 10% per i primi 480 metri cubi di consumo annuo e il 22% per i consumi eccedenti (anziché il precedente 5%): misure di un governo “sempre” a fianco degli ultimi.
Un freddo inverno mitigato solamente dalla brace in cui cova il malessere sociale.


