ECONOMIA DOMESTICA

Stipendi: baratro tra Nord e Sud. Piemonte, 39% sotto 20mila euro

In Lombardia si guadagnano 30.384 euro l'anno, in Calabria 15.880. Resta immutato il divario salariale. Le donne prendono 8mila euro in meno degli uomini. Il part-time femminile pesa sulla carriera. Solo l'8% dei piemontesi sopra i 50mila euro

I numeri non lasciano margini all’interpretazione: in Lombardia un dipendente del privato porta a casa in media 30.384 euro l’anno, in Calabria 15.880. Praticamente il doppio. Una distanza siderale che l’aumento degli occupati nel 2024 – pure significativo – non ha minimamente scalfito. L’ennesima fotografia di un’Italia divisa, certificata dall’Osservatorio Inps sui lavoratori del settore privato non agricolo e passata al setaccio da Withub e Isnec, l’Istituto nazionale degli esperti contabili. Il quadro tratteggia un Paese dove la residenza incide sulla busta paga quanto – se non più – del curriculum. E dove la ripresa occupazionale si distribuisce in maniera uniforme solo sulla carta.

L’Italia che assume

Nel 2024 i lavoratori dipendenti del privato hanno raggiunto quota 17,7 milioni, +2% rispetto al 2023. La retribuzione media arriva a 24.486 euro, in crescita del 3,4%. Giornate lavorate: 247, praticamente stabili. Gli operai restano il grosso della truppa (56%), mentre impiegati e apprendisti arrivano al 41%. A dominare sono i cinquantenni: la fascia 50-54 anni è la più affollata. I giovani sotto i 24, invece, accumulano meno giornate retribuite: stagionalità, contratti a termine, la solita precarietà travestita da flessibilità.

Chi guadagna e chi sopravvive

La mappa salariale è un altimetro della disuguaglianza. In testa la Lombardia, con i suoi 30.384 euro medi lordi annui. Seguono Emilia-Romagna (26.377) e Piemonte (26.249). Il Nord-Ovest svetta: qui si concentra il 31,4% degli occupati e una retribuzione media che tocca i 28.852 euro.

Poi c’è il resto del Paese, che scende gradino dopo gradino. In fondo alla classifica: Campania: 18.125 euro; Sicilia: 17.735 euro; Calabria: 15.880 euro.

Non solo stipendi più bassi: in Lombardia le retribuzioni sopra i 50mila euro rappresentano il 12,6% del totale. In Calabria il 2,1%. Una frattura che non riguarda solo il presente, ma le prospettive: carriere più lente, meno specializzazioni, un ascensore sociale che al Sud non passa proprio ai piani bassi.

Piemonte: medio-alta, ma con zavorra

I lavoratori dipendenti piemontesi sono 1.306.256. La retribuzione media, come anticipato, è di 26.249 euro. La distribuzione per fasce è chirurgica: 39,3% fino a 20mila euro; 29,4% tra 20mila e 30mila; 16,3% tra 30mila e 40mila; 6,8% tra 40mila e 50mila; 8,3% sopra i 50mila

Un territorio che tiene il passo del Nord, ma che vive comunque il proprio dualismo interno: grandi poli industriali da un lato, ampie zone dove il mercato del lavoro resta fragile e poco qualificato.

Le donne pagano il conto più salato

“Il divario di genere è rilevante”, puntualizza Michela Benna, consigliera d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili. Gli uomini rappresentano il 57% dei dipendenti e percepiscono 27.967 euro l’anno. Le donne si fermano a 19.833 euro. Otto mila euro di differenza: tradotti, anni di contributi in meno, pensioni più leggere, minore autonomia economica.

La radice del problema è nota: il part-time. Nel 2024 il 49% delle lavoratrici ha avuto almeno un contratto part-time, contro il 21% degli uomini. “Una criticità anche in termini di carriera e stabilità economica”, osserva Benna. Il part-time “involontario”: non una scelta, ma una necessità, spesso imposta dal mercato o dalle condizioni familiari, che diventa una zavorra per l’intero percorso professionale.

Tempo indeterminato: una luce

C’è anche una notizia buona: il lavoro stabile cresce. I contratti a tempo indeterminato sfiorano i 13 milioni, +2,1% rispetto all’anno precedente. La retribuzione media associata è di 29.594 euro. A trainare è sempre il manifatturiero, seguito da commercio, alloggio e ristorazione.

Ma la geografia, ancora una volta, cambia la musica: nel Mezzogiorno dilaga il tempo determinato. E la precarietà, quando diventa sistema, si autoalimenta: stipendi bassi-consumi ridotti-investimenti scarsi-produttività che non decolla.

Una crescita che lascia metà Paese indietro

“Serve una svolta”, conclude Benna. E non è l’ennesima dichiarazione di circostanza: i numeri la inchiodano alla realtà. Più lavoratori, sì. Ma senza politiche mirate per giovani, donne e aree svantaggiate, il divario resta un fossato. L’Italia del 2024 occupa di più, ma non si ricuce. E finché resterà un Paese dove nascere a Milano vale il doppio che nascere a Cosenza, parlare di sviluppo sarà solo un esercizio di retorica.

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