La "fuga" di Cirio si complica: trame meloniane sul Piemonte
07:00 Venerdì 28 Novembre 2025Le ultime regionali hanno rimesso in moto il risiko del centrodestra: la Lega rialza la testa, Meloni fiuta l'occasione per portare a casa legge elettorale e premierato, a costo di sacrificare la Lombardia. E così cambia il suo orizzonte, scombinando i piani del governatore
Il piano era semplice: lasciare il Piemonte in anticipo, blindare la Regione e salire sul treno per Roma. Ma le ultime regionali hanno rimesso in moto equilibri e rancori che sembravano sopiti. E oggi la fuga di Alberto Cirio somiglia più a una trappola che a un trampolino. Per la prima volta, nel centrodestra c’è chi dice apertamente: “Se la Lombardia non va a FdI, allora tocca al Piemonte. E Cirio non può che rimanere a Torino".
A Palazzo Lascaris lo dicono dandosi di gomito, ancora l’altro giorno alle sue spalle durante una delle sue (rare) apparizioni in Sala Viglione: “Alberto ha fretta, ma il quadro è cambiato”. E infatti il disegno del governatore di lasciare prima del 2029 il quarantesimo piano del grattacielo per planare verso la Capitale – un ministero di peso (Agricoltura è in cima ai desiderata) o la presidenza di una delle due Camere, unici scranni che giudica all’altezza dei suoi galloni di vicesegretario forzista – si sta complicando come mai prima.
Non solo per le resistenze interne al centrodestra piemontese, che non vuole rischiare di consegnare la Regione a una sinistra che oggi appare smandrappata ma domani chissà, bensì soprattutto per ciò che sta succedendo al Nord, dopo le recenti urne. Una scossa che sta ridisegnando rapporti di forza, ambizioni e perfino le prospettive del Quirinale.
Giù al Nord
Il risultato veneto, in particolare, ha ridato fiato alla Lega e soprattutto a quella parte del Carroccio che non ha alcuna intenzione di onorare il presunto scambio Salvini–Meloni, quello secondo cui la Lombardia dovrebbe passare a Fratelli d’Italia in cambio del mantenimento in mani leghiste del Veneto. Uno schema che adesso non regge più: la Lega, rinvigorita e determinata, considera la Lombardia una roccaforte non negoziabile.
È proprio questa resistenza – plasticamente rappresentata dallo striscione dei giovani leghisti apparso nottetempo al Pirellone “Il Veneto ha indicato la via, ora alla Lega la Lombardia” – che potrebbe costringere Giorgia Meloni a rivedere la sua strategia. Il punto non è più conquistare la Lombardia a ogni costo. Anzi: nei ragionamenti che si fanno a Palazzo Chigi, la premier sta valutando se non sia addirittura conveniente “sacrificare” la Lombardia, lasciandola senza ulteriori forzature a Matteo Salvini, purché in cambio arrivi ciò che davvero le interessa. E ciò che interessa davvero a Meloni – e qui sta il cuore del nuovo schema – non è solo una Regione del Nord, ma il via libera complessivo al disegno istituzionale che ha in mente: la nuova legge elettorale con l’abolizione dei collegi uninominali, pensata per stabilizzare il futuro governo e blindare la premiership; il premierato, la riforma che la statista della Garbatella considera la “madre di tutte le riforme” e che vuole portare a casa entro la fine della legislatura. E una volta sistemati gli equilibri parlamentari, la grande partita del Quirinale.
Il ragionamento, nella versione più spicciola che circola tra i fedelissimi della premier, è questo: “Se per prendere tutto il resto dobbiamo lasciare la Lombardia alla Lega, si lascia la Lombardia. Le riforme e il Colle valgono molto di più”.
Salvini pubblicamente getta acqua sul fuoco, dicendo di essere pronto a valutare candidati FdI “all’altezza”, ma tra i suoi le opinioni sono assai diverse: “Mancano due anni, chi vivrà vedrà, noi non cediamo”. Traduzione: la Lombardia non è affatto capitolata.
E allora Cirio?
È proprio qui che entra in gioco il Piemonte. Perché se Meloni lascia alla Lega la Lombardia, Fratelli d’Italia deve pur avere una Regione del Nord da portare a casa, e non soltanto per prestigio territoriale. Serve una contropartita politica da spendere nella coalizione e, soprattutto, qualcosa che dia respiro interno al partito nella parte del Paese in cui FdI oggi non governa nemmeno un ente regionale. Con il Veneto fuori gioco per cinque anni e la Lombardia che la Lega si tiene stretta, l’unica casella disponibile diventa il Piemonte. E le ipotesi non mancano: dalla vicepresidente Elena Chiorino al “capo” della Sanità Federico Riboldi al presidente Anci Piemonte Davide Gilardino (lui ci crede molto). Un modo anche per frenare le loro ambizioni parlamentari, prospettiva che almeno i primi due stanno accarezzando negli ultimi mesi.
E allora lo scenario cambia radicalmente: non più un Cirio che lascia in anticipo per andare a Roma, ma un Cirio che deve restare esattamente dov’è fino al 2029, perché FdI non ha alcuna intenzione di correre rischi né di aprire l’assalto allo scranno parlamentare. La linea che si registra tra i meloniani è netta: “Cirio resti dov’è e governi al meglio”. E qualcuno, con un cinismo tutto romano, sussurra che nel 2027 potrebbero pure candidarlo da presidente in carica, giusto per trascinare la lista forzista, salvo poi non offrirgli alcuna prospettiva e costringerlo così a optare per la poltrona piemontese.
Gli azzurri vedono nero
In Forza Italia, a dire la verità, l’idea che Cirio tagli la corda due anni prima non ha mai entusiasmato più di tanto. Anzi, più quella possibilità diventava concreta e più in privato sono cresciute le resistenze. Dal coordinatore regionale e ministro Paolo Zangrillo al suo staffiere Red Patacca, al secolo Roberto Rosso, fino al capogruppo a Palazzo Lascaris Paolo Ruzzola è tutto uno ius murmurandi: “Se lascia Alberto c’è il rischio che restiamo con un pugno di mosche”. E la ragione non è retorica. In un’alleanza sempre più tesa e imprevedibile, con la Lega che alza la voce e con FdI che non nasconde le sue ambizioni, mantenere una roccaforte come quella piemontese rappresenta per il partito che fu di Silvio Berlusconi una garanzia di peso istituzionale e territoriale.
Antonio Tajani, in primis, è consapevole di dover allungare la vista oltre l’orizzonte ciociaro. Lasciare partire Cirio rischia di regalare agli alleati un facile terreno di caccia, quindi meglio attendere e nel frattempo irrobustirsi. Per questo, anche se formalmente non diranno mai di aver opposto un veto, nelle stanze che contano circola un messaggio chiaro: “Non conviene far partire Cirio prima del tempo. Sarebbe “pericoloso e controproducente”, per usare un eufemismo.
Ma c’è di più: dietro quel “non conviene” si nasconde un ragionamento molto concreto su possibili contese romane. Perché, come ben sanno in Forza Italia, se Cirio che è un tipo svicio approda in riva al Tevere, con le sue doti langhette si trasforma subito in un competitor, uno scomodo concorrente. Meglio dunque tenerlo dove è – dentro il recinto piemontese – piuttosto che dargli carta libera.
Resta cummè
Ecco perché l’ipotesi di una partenza anticipata, un tempo vista come scontata, adesso appare molto meno certa. Non per sola volontà di Cirio, ma perché sia il partito di maggioranza relativa che lo stesso suo partito non è più disposto a far scattare il semaforo verde così facilmente. Tajani, come molti altri, preferisce un Piemonte saldo, con un governatore affidabile e interlocutore sul territorio, piuttosto che una sedia vacante, una gara tra alleati, e il rischio concreto di consegnare un pezzo d’Italia a chi sopravanza Forza Italia nei sondaggi e nelle ambizioni. Così, nella partita del 2027-2029, non serve solo mettere pedine a Roma. Serve difendere le roccaforti. E per Forza Italia oggi il Piemonte non è una pedina da sacrificare: è uno dei baluardi di cui dispone. E Cirio, di conseguenza, sarà costretto a disfare le valigie già pronte per Roma.


