Schlein, i cacicchi e gli slogan Dc
Giorgio Merlo 09:18 Venerdì 28 Novembre 2025
Il recente voto regionale – e proprio in Veneto, in Puglia e soprattutto in Campania – ci fa tornare in mente un vecchio ed antico slogan elettorale della Democrazia Cristiana. Uno slogan che, guarda caso, conserva una straordinaria attualità e modernità proprio all’indomani del voto in quelle tre regioni. E, lo ripeto, soprattutto nella consultazione campana. Lo slogan recita, molto semplicemente: “rinnovamento sì, ma nella continuità”. Lo slogan campeggiava anche negli indimenticabili congressi democristiani, ricchi di contenuti e di cultura politica ma anche, e soprattutto, di richiami ad effetto e di battute capaci di riassumere un progetto e un modo d’essere in politica.
E proprio il “rinnovamento nella continuità” è uno slogan oggi particolarmente calzante, al di là e al di fuori dei programmi rivoluzionari, delle varie e variopinte rottamazioni di stampo renziano, della presunta lotta ai “cacicchi” da parte della segretaria del Pd, della volontà di pensionare” definitivamente la vecchia e tanto detestata classe dirigente e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della voglia di archiviare anche i consensi che i leader del passato detengono ancora. Eccome se li detengono. È sufficiente fare alcuni nomi per rendersi conto che proprio i vecchi “cacicchi”, per mutuare il linguaggio caro alla dirigenza del Pd, continuano ad avere un consenso non solo importante ma addirittura determinante per far vincere le elezioni al loro partito e al rispettivo schieramento. Consultazioni comunali, regionali e forse anche nazionali non fa differenza alcuna. Da Mastella a De Luca, Da Emiliano a Decaro, da Zaia a Zecchino a Giani solo per citarne alcuni.
Insomma, forse è arrivato il momento di prendere atto della realtà. Il cambiamento, la rottamazione, la rimozione o l’azzeramento anche violento di un segmento della classe dirigente politica ed amministrativa del nostro paese non può avvenire per decreto o per solenni dichiarazioni dall’alto. Non bastano i pronunciamenti moralistici, i decreti dei capi partito o i ripetuti impegni a rivoluzionare gli storici assetti di partito – che poi, detto fra di noi, rispondono sempre e solo ad un disegno di potere e di sostituzione di una classe dirigente con un’altra classe dirigente, di norma priva di consenso e scarsamente radicata nei mille gangli della società – per rinnovare o per ricambiare una classe dirigente. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, la politica può, forse, recuperare consenso, prestigio, autorevolezza e ruolo solo se non archivia definitivamente ed irreversibilmente – ripeto, solo per un istinto irrefrenabile di potere – alcuni ingredienti fondamentali che giustificano e spiegano la cosiddetta “buona politica”. E cioè, dal radicamento territoriale alla qualità della classe dirigente locale e nazionale, dal valore della competenza alla visione di società, dalla cultura politica di riferimento alla cultura di governo concretamente declinata.
Ecco perché, e partendo proprio dal recente voto in Veneto, in Campania e in Puglia, l’antico slogan democristiano resta moderno. E questo al di là dello scorrere del tempo, del cambiamento delle classi dirigenti, del tramonto dei vecchi partiti e dell’affermazione di nuovi gruppi al comando di partiti personali e dei rispettivi cartelli elettorali. Perché senza il “rinnovamento nella continuità” c’è sempre il concreto rischio di cadere nel burrone. E cioè nell’antipolitica, nel populismo demagogico e qualunquista e nella lotta senza quartiere alla stessa “buona politica”.


