ALTA TENSIONE

Chiara la firma dell'assalto: "Sgomberare Askatasuna"

Sulla regia dell'irruzione di ieri alla redazione della Stampa non ci sono dubbi: è lo stesso collettivo autonomo a rivendicarla sui social. La colpa non sarà dell'immobile, come dice il sindaco Lo Russo, ma dentro quelle mura vengono pianificati i raid violenti

L’assalto alla redazione torinese della Stampa segna un salto di qualità preoccupante nell’escalation di violenza degli ambienti antagonisti, con una responsabilità che riconduce direttamente al circuito di Askatasuna e ai collettivi universitari a esso collegati. Dopo mesi di scontri con le forze dell’ordine e azioni vandaliche in piazza, il mirino si è spostato sui giornalisti: questa volta l’obiettivo non è stato un corteo o una vetrina, ma un presidio dell’informazione, colpito nel cuore.

Ieri mattina, durante lo sciopero dei giornalisti, un manipolo di antagonisti ha fatto irruzione nella sede del quotidiano. Pareti imbrattate, documenti rovesciati, personale presente intimidito. Prima ancora dell’ingresso forzato, all’esterno è stato riversato del letame come segnale plateale di disprezzo. Mentre la redazione veniva messa a soqquadro, i manifestanti scandivano slogan che riportano alla memoria gli anni più bui della storia repubblicana: “Giornalista terrorista sei il primo della lista”. Un coro che da solo racconta il clima di minaccia in cui si è consumato il blitz.

Sul fronte istituzionale, il Viminale ha immediatamente avviato accertamenti per ricostruire l’accaduto e capire come sia stato possibile che un gruppo così numeroso riuscisse a bypassare i controlli e a penetrare all’interno della redazione.

La rivendicazione dell'assalto

La paternità dell’azione, però, non è rimasta nel campo delle ipotesi. A rivendicare pubblicamente l’assalto è stato il CuaCollettivo Universitario Autonomo di Torino, attraverso una serie di storie e video diffusi sui social. Il collettivo è storicamente e organicamente legato al centro sociale Askatasuna, che da anni rappresenta uno dei principali nodi della galassia antagonista cittadina. Nel comunicato di rivendicazione, titolato senza mezzi termini “Blitz e sanzionamento alla sede della Stampa di Torino: versati chili di letame sui giornalisti complici”, il Cua giustifica l’azione richiamando il caso dell’imam di San Salvario Mohamed Shahin, destinatario di un decreto di espulsione del Ministero dell’Interno.

Secondo la versione farneticante dei collettivi, “la stampa di tutto il Paese avrebbe dipinto Shahin come uno spaventoso terrorista, aderendo alle veline commissionate direttamente dalla Digos su volere del governo”. Da qui l’attacco al sistema dell’informazione definito complice di una presunta “propaganda sionista”, e la contrapposizione alla “verità” che, sostengono, sarebbe scritta dai cortei che in tutta Italia denunciano i legami della politica con lo Stato di Israele e con l’industria bellica, ribaltando la definizione di terrorista sui rappresentanti delle istituzioni.

Guarda qui il video

La rete di Askatasuma

Una rivendicazione che non lascia spazio a dubbi sulla regia politica dell’azione e che inserisce l’assalto al quotidiano (ancora per poco) di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann dentro un percorso di continuità con altre iniziative violente attribuite all’orbita di Askatasuna: dalla guerriglia urbana di Bologna di appena una settimana fa, fino agli episodi ricorrenti in Val di Susa durante le manifestazioni No Tav. Un copione che si ripete anche in molte manifestazioni a Torino e nel Nord Italia, dove gli spezzoni riconducibili al centro sociale torinese risultano puntualmente presenti nelle fasi di tensione e scontro. Devastazioni, vandalismi, aggressioni agli agenti e atti di intimidazione hanno già caratterizzato a lungo le loro azioni, senza che ciò abbia interrotto l’operatività del gruppo.

Bene comune violento

In questo contesto, pesa come un macigno la posizione del Comune di Torino, deciso a proseguire il percorso di trasformazione di Askatasuna in “bene comune”, di fatto una legittimazione dell’occupazione dello stabile, che dura da 29 anni. Una scelta che appare come un vero e proprio braccio di ferro politico con la Regione Piemonte, la quale ha approvato una norma che esclude dalla procedura sui beni comuni gli immobili occupati negli ultimi cinque anni, rendendo di fatto il progetto comunale inapplicabile. La partita si sposterà ora davanti al Tar, ma intanto resta aperto il nodo politico: procedere verso una regolarizzazione nonostante la lunga scia di violenze riconducibili a chi quello stabile continua a usarlo come base.

Sul punto è intervenuto l’assessore regionale Maurizio Marrone (FdI), da sempre in prima fila nel chiedere provvedimenti drastici: “L’attacco è stato rivendicato dal collettivo di Askatasuna. Cosa aspetta il sindaco, dopo gli assalti alle redazioni? Le gambizzazioni?”. Parole che cristallizzano l’allarme su una situazione percepita ormai fuori controllo. Marrone ha ribadito la richiesta di uno sgombero immediato, sostenendo che “non si può più aspettare: Askatasuna deve essere liberata prima che la spirale di violenza superi il punto di non ritorno”. A suo giudizio l’azione contro il quotidiano è stata “pianificata, attuata e rivendicata apertamente” dai collettivi che fanno capo al centro sociale, e le immagini pubblicate in tempo reale online rappresenterebbero una prova inequivocabile della regia organizzata.

Sgomberare il centro sociale

Nel corso del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica (Cosp), Marrone ha chiesto la sospensione immediata di ogni progetto di collaborazione tra il Comune e Askatasuna, sottolineando come il centro sociale resti nelle mani degli occupanti che da lì coordinano iniziative violente, inclusi episodi precedenti come l’assalto alle Ogr. Di fronte alla posizione del sindaco Stefano Lo Russo, che tende a separare le responsabilità degli individui da quelle dell’immobile, l’assessore regionale replica: non si tratta di singoli isolati, ma di un gruppo organizzato che rivendica apertamente lo stabile come base operativa, in sintonia con il comitato civico cui il Comune ha concesso l’assegnazione.

Le parole del prefetto

Sulla necessità di una riflessione stringente converge anche il prefetto di Torino, Donato Cafagna, che ha ricordato come, durante diverse operazioni di notifica di atti giudiziari, all’interno di Askatasuna siano stati individuati soggetti destinatari di misure di sicurezza per attività violente. Una circostanza che, a suo giudizio, impone “una consequenzialità nelle scelte” rispetto al futuro di quel luogo.

Al Cosp il prefetto ha inoltre riferito nei dettagli quanto accaduto nel pomeriggio dell’assalto: la polizia aveva presidiato gli obiettivi previsti lungo il percorso ufficiale della manifestazione, ma si è poi dovuta spostare quando, al termine del corteo autorizzato, è partito un mini corteo spontaneo di circa 700 persone che ha iniziato a muoversi in maniera disordinata per la città. È stato proprio questo spezzone antagonista a dirigersi verso la redazione di via Lugaro. L’intervento è scattato “immediatamente all’arrivo delle forze sul posto”, ma Cafagna ha riconosciuto l’esistenza di “un disegno violento estraneo alla manifestazione principale e riconducibile ai centri antagonisti”.

Escalation

L’assalto di ieri, dunque, non appare come un gesto isolato o improvvisato, ma come l’ennesimo tassello di una strategia di pressione e intimidazione che fa capo al circuito di Askatasuna. Un attacco diretto non solo a un giornale, ma al ruolo stesso dell’informazione, che segna un punto di svolta inquietante nella dinamica dello scontro politico di piazza a Torino. La risposta delle istituzioni è ora sotto esame: tra promesse di verifiche, ricorsi amministrativi e richieste di sgombero, il nodo resta tutto politico. Nel frattempo, la soglia della violenza continua ad alzarsi.