L'alternativa che (ancora) non c'è. Campo largo e leader alle primarie
12:00 Martedì 02 Dicembre 2025Per il 40% degli italiani la forza di Meloni è il vuoto dell'opposizione, mentre solo il 35–38% ritiene l'alleanza Pd-M5s-Avs competitiva o credibile. Eppure la base progressista spinge: l'81% chiede di accelerare. L'aspirante premier deve uscire dai gazebo
Superata la metà del mandato di Giorgia Meloni, c’è un dato che più di tutti spiega la tenuta del suo governo. Non il programma, non i leader, non la comunicazione. Il motivo – lo certifica con una chiarezza quasi brutale il Radar Swg – è il vuoto dall’altra parte. Per il 40% degli italiani, infatti, la stabilità della maggioranza dipende da una sola ragione: l’assenza di un’alternativa valida e unita nel campo dell’opposizione. Un giudizio che non viene solo da chi è ostile alla sinistra: la pensa così il 51% degli elettori di opposizione e perfino il 27% di quelli di maggioranza. Come dire: Meloni resiste perché gli altri non esistono.
Campo largo, un’incognita
Dentro questo scenario, l’ipotesi del famigerato “Campo Largo” – la Große Koalition tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e le altre forze progressiste e riformiste – non convince affatto l’elettorato generale. Swg registra che solo il 38% degli italiani considera la coalizione credibile come alternativa di governo e appena il 35% la ritiene competitiva rispetto al centrodestra. Numeri magrissimi, che si ribaltano soltanto dentro la nicchia degli elettori dell’opposizione, dove sale al 64% la fiducia nella possibilità che quel perimetro possa davvero diventare un polo politico contendibile. La frattura è evidente: la base ci crede più dei leader, ma il Paese non vede nulla che somigli a un'alternativa.

La base spinge per l’unità
Se la credibilità è bassa, sorprende invece la decisione con cui gli elettori del centrosinistra e dell’elettorato M5s chiedono di accelerare. La parte forse più interessante dell’indagine Swg, infatti, non sta nella fotografia dello scetticismo generale ma nel mandato politico esplicito che arriva dalla base. È un blocco monolitico: l’81% degli elettori Pd-M5s-Avs vuole che il Campo Largo si accordi subito, senza attendere altri passaggi tattici, per costruire un’alleanza “stretta e strutturata”. Quattromila giorni di tavoli, distinguo e veti hanno logorato la pazienza dell’elettorato: lo dicono i numeri prima ancora delle tensioni interne.

Leadership dai gazebo
E poi arriva il tema che da mesi si agita tra retroscena, paure e mezze frasi: le primarie di coalizione. Qui Swg sgancia la bomba politica più pesante: il 73% degli elettori del Campo Largo sostiene che il leader debba essere scelto con primarie vere. E il dettaglio per partito è ancora più eloquente: 82% degli elettori M5s, 76% del Pd, 74% di Avs. Altro che resistenze di Giuseppe Conte: è proprio la base pentastellata, quella che un tempo predicava il rifiuto dei meccanismi tradizionali, ad essere oggi la più favorevole a un rito competitivo. Perché? Perché percepisce la stessa cosa che vede il resto del centrosinistra: senza una leadership legittimata, il Campo Largo non esiste. E infatti i tre dati – alleanza subito, primarie, compromessi – si muovono quasi all’unisono: 81%, 73%, 72%. È la domanda di un processo vero, non di un cartello improvvisato. Un dato che dovrebbe far riflette anche Elly Schlein che lo scorso fine settimana a Montepulciano chiudendo i lavori del “correntone” ha nei fatti impresso un’accelerata alla propria premiership.

Campo largo, davvero
Gli elettori chiedono anche un’altra cosa: inclusione, non veti. Alla domanda su quali partiti debbano far parte della coalizione, si delinea un nucleo duro – Pd (77% di “sicuramente sì”), Avs (67%), M5s (60%) – ma su tutti gli altri soggetti i rifiuti sono minoritari. +Europa raccoglie un solido 43% di consensi a entrare; il Psi ha un 40% di favorevoli; perfino l’area riformista di Matteo Renzi (26%) e quella di Carlo Calenda (24%) – con i loro zainetti di polemiche e antipatie trasversali – vedono percentuali di “sicuramente no” ridotte: rispettivamente 15% e 22%. Il messaggio è politico e netto: gli elettori sono più inclusivi dei dirigenti. Le scomuniche reciproche appassionano i partiti, non chi li vota.
Compromessi senza veti
Alla fine, dunque, la diagnosi Swg è quasi chirurgica. Da un lato un centrodestra che governa grazie alla propria compattezza e, soprattutto, grazie alla fragilità altrui. Dall’altro un Campo Largo che non c’è, che non riesce ancora a comunicare credibilità, competitività, alternativa. Ma la base – quella che ancora si reca alle urne – ha già delineato la road map: alleanza immediata, primarie di coalizione, compromessi senza veti, perimetro largo, leader scelto dal basso. Con un sottotesto che pesa più del resto: se non si fa ora, non si fa più.
E mentre Meloni continua a beneficiare di un’opposizione percepita come disunita, gli elettori progressisti sembrano molto più avanti dei loro gruppi dirigenti. Più maturi, più pragmatici, più disponibili a “stare nel mucchio” pur di costruire un’alternativa. Il Campo Largo, per ora, è un’insegna senza struttura. Ma se c’è un dato che emerge con chiarezza da queste rilevazioni, è che i suoi elettori lo vogliono subito, largo, regolato e legittimato. In una parola: vivo.


