Riprendiamoci Torino
Claudio Chiarle 06:00 Mercoledì 03 Dicembre 2025
Sono ormai tanti, e troppi, gli episodi di violenza pro-Pal culminati con la devastazione a La Stampa, dopo l’attacco alla Rai di via Verdi, l’assalto alle OGR e la distruzione delle auto dei lavoratori di Leonardo, ma la Città non sta reagendo con forza; anzi, si divide nell’ennesimo sterile dibattito politico. Occorre uno scatto d’orgoglio torinese per riappropriarci degli spazi di democrazia che sono le nostre piazze e i luoghi simbolo della storia di Torino. Non ci si sta interrogando a fondo.
Il dibattito si concentra sulla libertà di stampa, ma non sarà un gruppuscolo violento a metterla in discussione, e infatti il problema non è quello. Non facciamo finta di non vedere la vera questione, ovvero il fascismo sfascista dell’antagonismo di sinistra. Sono contro il sistema, contro l’Occidente, antiebraici, vogliono la distruzione del popolo di Israele. Leggo la bella analisi del direttore de La Stampa, piena di citazioni e molto colta, in cui quasi si giustifica con gli assalitori perché il giornale ha sempre rappresentato tutte le posizioni, compresa la pro-Pal. Ma le frange pro-Pal se ne “fregano” di tutti e di tutto, comprese le spiegazioni del direttore. A Roma viene imbrattata la lapide del bambino ebreo ucciso nell’attentato del 1982 alla sinagoga, a opera di terroristi palestinesi.
L’antagonismo nostrano è uguale a Hamas – e di questo loro vanno orgogliosi – ed è uguale alla violenza dei coloni israeliani e all’azione del governo israeliano. Ma l’aggressività verbale, spesso più deleteria della violenza fisica, è insita nelle parole della politica, soprattutto di destra. Bisogna dirlo. L’intolleranza, il disprezzo verbale dell’avversario politico è nelle parole di una parte di giornali; la rissa, e non la dialettica, ha invaso i talk show televisivi, di cui sono protagonisti politici e giornalisti; la violenza verbale dilaga nei programmi di intrattenimento. La politica di oggi contribuisce alla violenza verbale e quindi cosa pretendiamo se frange violente, alla violenza delle parole, reagiscono e/o passano alla violenza fisica?
La sinistra ha una responsabilità diversa ma non meno pesante: tende a giustificare, a tollerare oltre la soglia del limite in cui al dialogo deve subentrare la presa di distanza politica. I partiti dovrebbero avere – rappresentando i propri interessi politici – un ruolo di mediatore sociale, per ampliare la loro base di consenso e non di fomentatore; ma ovviamente il sempre maggiore astensionismo radicalizza le posizioni partitiche.
Una società civile timorosa: basti pensare alle dichiarazioni di UniTo sui rapporti di collaborazione con alcune aziende del territorio per produzioni dual-use, che ammiccano alle richieste pro-Pal, o alla recente polemica tra l’Accademia Militare di Modena e l’UniBo per un corso specifico riservato agli Allievi ufficiali. La sensazione è che negli Atenei serpeggi più di un timore da parte del corpo insegnante a contraddire i pro-Pal. Non è un buon segno. Occorre evitare la zona grigia di cui parlava Andrea Casalegno e anche l’idea che “sono giovanissimi, quindi non sanno il significato degli slogan”: sono coscienti di ciò che dicono e fanno.
Una politica che si basa sulle ali estreme nell’azione politica non fa che riproporre una reazione ancora più violenta. Bisogna anche dirlo: abbiamo una classe politica che oggi è da rieducare culturalmente e civicamente e quindi, purtroppo, non può dare l’esempio. Vale anche a sinistra, e gli episodi recenti non mancano.
Allora bisogna andare oltre il tema della libertà di stampa – imprescindibile – ma il problema è come reagire a questa situazione di violenza minoritaria che tiene in ostaggio Torino. Torino può essere laboratorio politico e la sinistra deve riflettere a fondo per evitare errori del passato. Lo dice uno che negli anni ’70, da giovane delegato sindacale della FIM, leggeva il Quotidiano dei Lavoratori, la cui posizione era “né con lo Stato, né con le BR”. Non si rifaccia quell’errore. La sinistra prenda atto che esiste un “fascismo rosso”, già descritto da Giorgio Amendola e ben riassunto – parlando di BR – nell’articolo del 6 febbraio 2009 su La Stampa a proposito di Valerio Morucci.
La politica torinese sia da esempio, abbassi i toni, usi la dialettica arguta, intelligente, ironica, competente. Esca dalla polemica spicciola e inutile come la chiusura dell’immobile di Askatasuna, che è già chiuso di fatto. Oggi le frange violente si muovono in modo fluido e dare l’assalto al fortino deserto è quanto di più fuorviante possa esserci: si colpirebbe un simbolo senza incidere sul problema.
Occorre riconoscere le ragioni degli altri, per cui la sinistra affermi con forza che c’è un limite invalicabile e ingiustificabile, oltre cui l’azione repressiva è indispensabile. Al contempo, la destra riconosca che non si può spingere verso un’ulteriore radicalizzazione le frange estreme perché, come la storia insegna, il passo successivo è il terrorismo. Ma di fronte al terrorismo le forze democratiche si unirono per sconfiggerlo, oggi si dividono per un mero calcolo elettorale. Quindi le Istituzioni fanno bene a ricercare un dialogo anche con i Centri sociali, perché il dialogo toglie terreno all’estremizzazione. Dialogo e fermezza repressiva vanno di pari passo.
L’area progressista si stringa di più attorno alle forze dell’ordine: non si regalino le forze di polizia all’ideologia di destra, a questo governo, a sindacati corporativi. Ci vuole una grande azione politica, sindacale, civile, associativa a sostegno delle forze dell’ordine.
Se oggi i pro-Pal sono una minoranza devastatrice, bisogna riprendersi Torino, il giusto spazio democratico, attraverso il distanziarsi da slogan come “Palestina libera dal fiume al mare”. Due popoli, due Stati è l’obiettivo – sebbene oggi difficile – di tutti i democratici, a partire da Papa Leone al Presidente Mattarella. Contro tutti gli estremismi e le violenze: da Hamas ai coloni israeliani, a sostegno di due popoli, israeliani e palestinesi.
Torino faccia un atto di coraggio: si scenda in piazza come si fece per il Sì Tav, quando la Torino democratica – dai conservatori ai progressisti, dalla collina alle periferie, imprenditoriale e sindacale – uomini e donne libere fecero sentire la loro voce attraverso il manifestare silenzioso, e perciò assordante. Toccherebbe al direttore de La Stampa lanciare questa iniziativa.
Si proponga la creazione di un Comitato organizzatore, a cui le forze politiche e sociali e personalità civili aderiscano, e si scenda in piazza senza bandiere di sorta, ma ognuno porti sé stesso. Tutti insieme per sconfiggere chi vuole che la maggioranza democratica taccia.


