BERLUSCONES

Forza Italia è sempre Berlusconi, Cirio alla corte di Marina

Un pranzo che vale più di una convocazione ufficiale e ribadisce chi tiene in mano il timone azzurro. Altro che correnti e manovre: FI resta il dominio politico della famiglia. E chi vuole contare passa da corso Venezia, dove la Cavaliera detta la linea

Le consultazioni della Cavaliera continuano, eccome se continuano. E chi pensava che Marina Berlusconi si limitasse a custodire l’eredità aziendale del babbo non ha ancora capito che il pezzo più delicato del lascito paterno non è il gruppo televisivo ed editoriale, che viaggia a vele spiegate, ma quel partito-azienda dal bilancio perennemente in rosso, retto da fideiussioni di famiglia e generose elargizioni, oggi relegato a ruolo di comprimario nella coalizione di centrodestra che un tempo dominava. È lì, in Forza Italia, che Marina si muove con passo fermo e voce decisa. Lo ripete come sgranasse il rosario: “Nel simbolo c’è il nome di papà”. E tanto basta a spiegare la cura, la presenza, la volontà di non farne una reliquia, ma una creatura “viva”.

E viva la vuole davvero, quella creatura. Tanto che al reggente Antonio Tajani non mancano le sue attenzioni: pungolature continue, a volte qualche calcio negli stinchi, richiami severi a non trasformare il pachiderma azzurro in un soprammobile di Palazzo Chigi, a smettere di stare in posizione di soggezione – quando non di sudditanza – verso la nuova capa, Giorgia Meloni.

Oggi però la scena si sposta lontano dalla Capitale. È Milano il palcoscenico, corso Venezia per la precisione, nel palazzotto su due piani con terrazza e mobilio settecentesco francese dove Marina riceve come una sciura della Gran Milan. A pranzo c’è Alberto Cirio, governatore del Piemonte e vicesegretario di FI, arrivato verso le 13.30 dopo una toccata e fuga a Palazzo Lascaris per l’avvio del Consiglio regionale dove ha voluto far sentire la sua presenza sul progetto dell’azienda materno-infantile, quello tanto caro alla sua amica Franca Fagioli.

Non è certo la prima volta che bussa a quella porta. Il rapporto tra i due è solido, “di stima” riferiscono fonti di famiglia, costruito con pazienza e discrezione: incontri a Milano e persino a Lesa, sul Lago Maggiore nella ottocentesca Villa Campari fatta costruire da Cesare Correnti e passata alla famiglia del bitter prima di diventare una delle residenze della Cavaliera. Sempre incontri sottotraccia, invisibili, quasi clandestini in ossequio all’understatement sabaudo e, soprattutto, per evitare di scatenare le ansie dello statista ciociaro che guida il partito.Tajani, che entra in panico a ogni movimento dei figli del suo antico pigmalione, vive male questo genere di visite.

Ma stavolta il copione si ribalta: la notizia nonostante il riserbo imposto ha iniziato a circolare, dalla Madunina al Cupolone. E non per caso. La ragione starebbe nel precedente pranzo con l’altro vicesegretario, Roberto Occhiuto, che violando il galateo para-istituzionale, ha riversato urbi et orbi il contenuto dell’incontro, trasformandolo in un lasciapassare pubblico per scaldare il motore della sua nuova iniziativa. Una mossa che avrebbe irritato parecchio Tajani e infastidito Marina: non solo per l’etichetta infranta, ma perché Occhiuto l’ha fatta sembrare la madrina delle sue manovre, formalizzare una sorta di corrente interna, quando l’unica cosa che Marina non intende essere è proprio il nume tutelare di una fazione. Lei è madrina di tutta Forza Italia.

Il governatore calabrese, del resto, si muove con un progetto chiaro. Usa il lessico liberale come vessillo – più mercato, più diritti civili, più coraggio su immigrazione – e prepara il lancio di “In libertà”, convegno del 17 dicembre a Palazzo Grazioli, storica dimora di Silvio e oggi sede della stampa estera, con la regia del berlusconiano della prima ora Andrea Ruggieri, nipote di Bruno Vespa, ed ex parlamentare. Un’operazione che secondo gli addetti ai livori segna l’avvio di un’area minoritaria nuova di zecca, erede di quella guidata fino a ieri da Licia Ronzulli e Giorgio Mulè.

Ecco perché la notizia ha bucato la coltre della riservatezza. Per rimettere ordine, per chiarire che anche se non le dispiace a volte di essere tirata per la giacchetta, è sull’identità del partito che intende dettare legge. Dentro quelle stanze di corso Venezia, il disco che Marina mette sul piatto è sempre lo stesso, ma a volume crescente: Forza Italia va svegliata, deve tornare “vivace”, ancorata ai valori originari che nel 1994 spinsero il papà a fondarla. La parola chiave è una sola, ripetuta quasi come un marchio di fabbrica: libertà. Libertà di vivere, con dentro la partita dei diritti civili che nel partito qualcuno preferirebbe non toccare. E libertà di lavorare, con la ricetta liberale dell’economia di mercato che fu declinata in modo cristallino dalla tessera numero 2 di Forza Italia, Antonio Martino, l’intellettuale di riferimento del berlusconismo delle origini che Marina continua a evocare come stella polare.

La fiducia nel “reggente” Tajani viene ribadita, certo, ma sempre accompagnata da quella scia di avversativi che pesano più delle dichiarazioni ufficiali: “ma” occorre aprire a volti nuovi, “ma” vanno rilanciati i nostri valori fondativi, “ma” va ulteriormente rafforzato il tratto europeista, “ma” bisogna tornare a radicarsi seriamente al Nord, in quel territorio produttivo che è stato l’humus del primigenio berlusconismo. È qui che Cirio, con il suo pragmatismo, le sue radici nel “profondo Nord” e il profilo da moderato, diventa una risorsa strategica: il volto spendibile per dimostrare che la corrente che conta, in Forza Italia, è ancora quella che porta il cognome di famiglia.

Intanto il fratello Pier Silvio si appresta a inaugurare la sua sede diplomatica a Roma, a Palazzo del Bufalo, nelle stanze affacciate su Largo del Nazareno dove Gianni Letta continua ad annusare l’aria della Capitale a beneficio dell’intera dinastia. E così mentre uno presidia Roma, lei continua a ricevere a Milano, a interrogare, pungolare, selezionare e ammonire. Perché in Forza Italia l’unica corrente che conta è quella che porta un nome che, nel simbolo e fuori dal simbolo, decide ancora tutto: Berlusconi.

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