Ospedali, eccellenze al Nord: Lombardia e Veneto trainano. Piemonte arranca sul territorio
14:06 Martedì 09 Dicembre 2025Il Programma Nazionale Esiti 2025 fotografa una sanità che migliora ma resta profondamente diseguale con forti divari geografici. Savigliano è una delle sole due strutture italiane a ottenere una valutazione alta in tutte le otto aree cliniche monitorate - REPORT
In Italia l’eccellenza sanitaria esiste, ma è un’eccezione. I numeri lo dicono con brutalità: su oltre mille ospedali, soltanto quindici riescono a stare davvero dentro tutti gli standard di qualità fissati dallo Stato. È questa l’immagine che emerge dal Programma Nazionale Esiti 2025 (Pne) di Agenas, che ha passato al setaccio 1.117 strutture ospedaliere pubbliche e private, valutandole in base a otto grandi aree cliniche: cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, gravidanza e parto, osteomuscolare e nefrologia. Un monitoraggio capillare che restituisce il ritratto di un sistema capace di migliorare, ma ancora segnato da profondi squilibri territoriali.
L’eccellenza è un club ristretto
Solo 15 ospedali in tutta Italia riescono a collocarsi nella fascia più alta, rispettando gli standard fissati dal decreto ministeriale del 2015 e mostrando performance buone o ottime in almeno sei delle otto aree considerate. Un dato che, letto controluce, racconta quanto l’eccellenza resti un fatto raro. Ancora più ristretta la cerchia delle strutture davvero complete: su 117 ospedali valutati in tutte le otto aree, soltanto due raggiungono livelli alti o molto alti ovunque, l’ospedale di Savigliano in Piemonte e quello di Mestre in Veneto.
Una mappa che divide Nord e Sud
La geografia dell’eccellenza non sorprende. Dei quindici ospedali “top”, quattordici si trovano al Centro-Nord. La Lombardia guida con cinque strutture, seguita dal Veneto con tre. Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria completano il quadro. Al Sud, l’unica eccellenza riconosciuta è il Policlinico Federico II di Napoli. Un dato che conferma come il divario territoriale resti una delle fragilità strutturali del Servizio sanitario nazionale.
Piemonte a due velocità
Nel quadro nazionale, il Piemonte occupa una posizione particolare, a metà strada tra le regioni trainanti del Nord e un sistema che fatica ancora a essere uniforme. Da un lato, la regione può rivendicare un risultato che poche altre possono permettersi: l’ospedale di Savigliano è una delle sole due strutture italiane – insieme a Mestre – a ottenere una valutazione alta o molto alta in tutte e otto le aree cliniche monitorate. Un risultato che certifica l’esistenza di eccellenze vere e riconosciute anche dai parametri più stringenti di Agenas. Per la cardiochirurgia si registra un livello “molto alto” per il Cardinal Massaia di Asti, in chirurgia oncologica sono arrivati “riconoscimenti” per il Santa Croce di Cuneo, il Martini di Torino, e il Michele e Pietro Ferrero di Verduno (Cuneo). Per gravidanze e parto “performance molto alte” sono state registrate dal Sant’Anna di Torino. Ma in Piemonte peggiorano in alcune specialità: aumentate a 9 le strutture sottoposte a audit ossia a verifica, erano 4 l’anno scorso. La maggior parte sono grandi ospedali torinesi, col Maria Vittoria citato tre volte in tre ambiti diversi. Ma compaiono anche Ciriè, Acqui Terme e Alessandria.
Dall’altro lato, però, il Pne segnala in modo esplicito una criticità che ricorre più volte nelle tabelle e nelle mappe: la forte variabilità intraregionale. È la formula che Agenas utilizza quando, all’interno della stessa regione, convivono realtà molto performanti e altre decisamente più deboli. E il Piemonte rientra a pieno titolo in questa categoria.
Ma il vero punto debole è l’assistenza territoriale. Gli indicatori sugli esiti a lungo termine, utilizzati da Agenas per valutare indirettamente la qualità delle cure fuori dall’ospedale, collocano il Piemonte tra le regioni dove la presa in carico dei pazienti cronici e post-acuti è meno omogenea. La mortalità a un anno dopo un infarto e la variabilità degli eventi cardiovascolari mostrano che il passaggio dall’ospedale al territorio non è sempre efficace.
Nell’area cardiovascolare, ad esempio, non presenta valori medi fuori scala sulla mortalità a breve termine per infarto miocardico acuto, ma mostra differenze marcate tra territori. Ancora più significativo il dato sugli esiti a un anno dall’infarto, dove il Piemonte è citato tra le regioni con valori mediani più elevati e con un’ampia dispersione tra le diverse aree sanitarie. Un segnale che punta dritto al nodo della continuità assistenziale: l’ospedale regge, ma il passaggio al territorio non sempre funziona allo stesso modo.
Sul fronte delle emergenze cardiologiche più gravi, come lo STEMI, il Piemonte si colloca complessivamente nel gruppo virtuoso del Centro-Nord, superando in media la soglia prevista per l’accesso tempestivo all’angioplastica. Anche qui, però, il dato regionale nasconde disuguaglianze interne che indicano una rete dell’emergenza non ancora completamente omogenea.
In oncologia il quadro è analogo. Per la chirurgia della mammella il Piemonte segue il trend positivo del Nord, con una buona concentrazione degli interventi in strutture ad alto volume. Tuttavia, il report segnala ancora la presenza di centri con casistiche molto basse, potenzialmente critiche sul piano dell’appropriatezza. Le difficoltà diventano più evidenti negli interventi ad alta complessità, come quelli su pancreas e retto, dove anche in Piemonte una quota significativa di pazienti continua a essere operata in strutture che non raggiungono volumi adeguati. Un problema nazionale, certo, ma che in Regione non trova ancora una risposta risolutiva attraverso le reti oncologiche.
Più solido il capitolo ortopedico, in particolare per le fratture del collo del femore, dove i volumi risultano in linea con gli standard. Meno brillanti, invece, i dati sulla tempestività dell’intervento entro le 48 ore, che collocano il Piemonte dietro le regioni considerate benchmark, come Emilia-Romagna e Toscana, e confermano ancora una volta il tema delle differenze territoriali.
Nel complesso, il Pne restituisce l’immagine di un Piemonte sanitario capace di esprimere punte di assoluta eccellenza, ma ancora lontano da una qualità realmente uniforme. Una Regione che funziona molto bene in alcuni nodi strategici, ma dove l’esperienza del paziente può cambiare sensibilmente a seconda dell’area in cui viene curato. È su questa frattura interna, più che sui grandi numeri, che si gioca la vera sfida dei prossimi anni.
I “rimandati”
All’estremo opposto della classifica, il Pne segnala 198 ospedali da migliorare, pari al 22% delle 871 strutture valutate con lo strumento del treemap. Nel complesso emergono 333 punti critici che rendono necessario l’avvio di audit volontari. Le maggiori difficoltà si concentrano nella gestione di gravidanza e parto e nell’area cardiocircolatoria. La distribuzione geografica è eloquente: Campania, Sicilia, Puglia e Calabria guidano l’elenco, ma anche il Nord mostra crepe, con 14 strutture segnalate in Lombardia.
Cuore: reti efficaci, non ovunque
L’area cardiovascolare resta tra le più strutturate. Gli ospedali che raggiungono i punteggi più alti si concentrano soprattutto in Lombardia, con presenze di rilievo anche nel Lazio. Il modello delle reti hub & spoke ha consentito di concentrare i casi di infarto nelle strutture più qualificate, riducendo del 21% i ricoveri in dieci anni. Persistono però zone d’ombra, in particolare per il bypass aortocoronarico, dove la frammentazione rimane elevata: i centri sopra soglia sono scesi da 23 a 15 e la quota di interventi concentrati in queste strutture è diminuita in modo significativo.
Oncologia: segnali positivi
La chirurgia oncologica mostra un miglioramento complessivo, con Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna in testa, seguite da Veneto, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Lazio. Emergono eccellenze anche in Campania e Sicilia. La concentrazione dei casi di tumore della mammella in strutture ad alto volume è salita dal 72% al 90%. Crescono anche i valori per colon, prostata e polmone. Restano però forti criticità per gli interventi più complessi: pancreas e retto continuano a essere trattati troppo spesso in strutture a basso volume, soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo.
Gravidanza e parto, capitolo controverso
In quest’area 53 strutture raggiungono la valutazione “molto alta”, quasi tutte al Nord. Eppure, le criticità restano profonde. Il tasso di tagli cesarei, pur in calo dal 25% al 22%, è ancora lontano dal 15% raccomandato dall’Oms. Le differenze territoriali sono marcate, con il Sud che supera spesso il 25% e tocca punte del 30–35%. Resistono inoltre punti nascita con volumi sotto i 500 parti annui. In positivo, si registra il dimezzamento delle episiotomie e un aumento, seppur contenuto, dei parti vaginali dopo cesareo.
Ortopedia e innovazione tecnologica
Nell’area osteomuscolare i risultati sono più incoraggianti. Le strutture con valutazioni “molto alte” sono numerose e in larga parte concentrate al Nord. Migliorano gli esiti degli interventi per frattura del femore, soprattutto per la tempestività nelle persone over 65. Cresce anche l’utilizzo della chirurgia mininvasiva e robotica, in particolare in ambito urologico, dove l’approccio tradizionale sta progressivamente lasciando spazio alle nuove tecnologie.
Il territorio, sfida dei prossimi anni
Il monitoraggio dell’assistenza territoriale resta il fronte più arretrato. Agenas utilizza ancora indicatori indiretti, come l’ospedalizzazione evitabile o gli esiti a lungo termine, che mostrano criticità evidenti. Per lo scompenso cardiaco non si registrano miglioramenti e per il diabete il tasso di ricoveri per complicanze gravi resta doppio rispetto alla mediana nazionale. La vera scommessa sarà l’attuazione del decreto ministeriale 77 del 2022, che ridisegna le cure primarie con le risorse del Pnrr. È su questo terreno che si deciderà se l’eccellenza resterà confinata a pochi ospedali o diventerà finalmente un patrimonio diffuso.



