Dc, detestata e imitata

Dunque, per riepilogare. Tutti, concordemente – in particolare la sinistra radicale, massimalista, progressista e populista – continuano a criminalizzare sotto il versante politico, culturale e di governo l’esperienza storica della Democrazia Cristiana. La cosiddetta “damnatio memoriae” non si è affatto esaurita. Anzi, resta un caposaldo costitutivo della cosiddetta seconda repubblica. È appena sufficiente ascoltare gli opinionisti, i commentatori e gli intellettuali della sinistra salottiera ed aristocratica che imperversano nei talk televisivi per rendersene conto. Da Gruber a Formigli, da Floris a Gramellini ad Augias e via discorrendo è tutto un crescendo di giudizi sprezzanti e persin ridicoli indirizzati nei confronti dei protagonisti della prima repubblica e, nello specifico, del principale partito di quella lunga stagione democratica, riformista e di governo. Cioè, appunto, la Democrazia Cristiana.

Ora, però, c’è una contraddizione all’interno di questa cornice politica. Detta in termini chiari ed inequivoci, tutti continuano goliardicamente e tranquillamente a distruggere e a ridicolizzare l’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana e, al contempo, a mutuarne le sembianze. Soprattutto sul versante del centrodestra.

È appena il caso di ricordare due esempi concreti a conferma di questo assunto. Forza Italia, attraverso il suo segretario nazionale, continua a sostenere la necessità di costruire un grande partito di centro, culturalmente plurale e aperto soprattutto agli ex democristiani, oltre agli ex socialisti e agli ex liberali. Si tratta, prevalentemente, di battute e di propaganda politica anche se non si può non cogliere il senso profondo di quelle affermazioni. E cioè, dare vita – senza dirlo, come ovvio – a una sorta di Dc 2.0 seppur, e come ovvio e persino scontato, radicalmente diversa rispetto alla storia del partito di De Gasperi, Moro, Fanfani, Donat-Cattin, De Mita e molti altri leader e statisti di quella fase storica.

Per non parlare del partito di Giorgia Meloni che, anche se arriva da una tradizione politica e culturale radicalmente diversa rispetto a quella democratico cristiana, ne scimmiotta sempre di più il ruolo. Soprattutto sul versante mediatico e anche alla luce del massiccio consenso popolare che gli viene attribuito. È sufficiente, al riguardo, analizzare l’attuale manifestazione con una impronta squisitamente e schiettamente “nazional popolare” di Atreju per arrivare alla conclusione che la Dc, mutatis mutandis, tende a riemergere pur continuando a rinnegarne la sua storia, il suo progetto politico, il suo ruolo e la sua concreta azione di governo declinati per quasi 50 anni nella vita democratica del nostro paese. Certo, si tratta di una operazione che a sinistra, soprattutto nell’attuale sinistra, non ha lacuna cittadinanza. Ma è sul versante opposto che cresce la voglia del modello Dc pur rinnegando sistematicamente e quasi scientificamente il profilo storico della Dc.

Morale della favola. Al di là e al di fuori degli scimmiottatori e degli aspiranti, e del tutto virtuali, neo democristiani, tocca forse e soprattutto a chi ha vissuto quella stagione o, pur non avendola vissuta ne condivide ancora il ruolo, il progetto, il profilo politico, culturale e di governo, far sì che la Dc non venga strattonata o sfregiata da chi, come ovvio, ne è del tutto estraneo e anche, e oggettivamente, uno storico ed incallito detrattore.

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