Il regime dei democratici

Esisteva un tempo in cui le opinioni espresse nelle sedi parlamentari raffiguravano diverse visioni della società non interscambiabili tra i banchi della Sinistra e della Destra. Una legge, un semplice provvedimento, oppure l’intervista di un ministro raramente lasciavano l’elettore tra i dubbi, poiché quest’ultimo (nella maggioranza dei casi) poteva archiviare il tutto tra le scelte di un governo neo liberista, padronale e guerrafondaio, oppure collocare atti e dichiarazioni tra le battaglie di chi riteneva prioritarie le politiche sociali.

Attualmente le posizioni degli eletti nelle istituzioni sono indecifrabili agli occhi dei cittadini. Distinguo, prese di posizioni individuali, cedimenti sistematici al potente sistema delle lobby rendono il piano politico simile a una vischiosissima melassa, dove tutto si confonde in un unico appiccicoso impasto.

Coloro che si definiscono sinceramente democratici si gettano oramai, anima e corpo, nella tifoseria, dando libero sfogo a intolleranza ed esaltazione. Partigianerie maturate senza dedicare tempo, e soprattutto energie, nella valutazione oggettiva delle situazioni che si palesano nel mondo. I due schieramenti principali presenti nei Parlamenti dei singoli Stati europei (centrodestra e centrosinistra) amano dividere il mondo tra “Buoni e Cattivi”, giustificando ogni scelta amministrativa tramite uno schema semplice quanto elementare: si sostengono fino alla morte (loro) i “Buoni”, e si fa guerra ai “Cattivi”.  

Nessuna posizione ideologica separa attualmente i rappresentanti della politica. Non esiste più la rivalità politica generata da contrapposte visioni del mondo, e lo stesso confronto bellico vede combattere sul campo forze indistinte, sovente addirittura simili nella loro dedizione ai valori nazionalistici e iperliberisti. Il sistema accentra tutti i poteri in mano a un solo uomo in Ucraina, così come in Russia è bene non disturbare il manovratore. Altre similitudini contraddistinguono le due parti in stato di belligeranza: il modello economico è quello di liberissimo mercato in ambo i Paesi; le componenti socialiste sono in sofferenza sia a Kiev, dove vengono perseguitate, che a Mosca; le oligarchie (esattamente come in Occidente) sono determinanti sia nella composizione del governo di Zelensky che in quello di Putin.

Il quadro offerto dalla globalizzazione, che ha appiattito in primis le differenze ideali nell’esercizio del potere statale, non ha impedito agli interessi economici di individuare aree geografiche ricche di materie prime da sottrarre ad altri e trasformare, quindi, in teatri di guerra. I liberaldemocratici europei (presenti in quasi tutto l’arco politico costituzionale) hanno rotto ogni indugio nel rinnegare la Pace, vista evidentemente come un freno allo sviluppo e all’espansione dei mercati, schierandosi a sostegno dell’Ucraina: presa di posizione dogmatica, che non ammette dubbi a tal punto da invocare la censura pubblica nei riguardi di chi, invece, esprime il proprio dissenso in merito (etichettato prontamente quale traditore putiniano).

A Torino, un gruppo di professori e intellettuali non riesce ad affittare una sala per organizzare dibattiti. Quando finalmente trova un locale adatto ad ospitare l’evento pubblico, i gestori ricevono la solita telefonata “importante” da cui deriva l’immediata disdetta del contratto d’uso.  

In questo clima, pervaso dall’assenza ovunque di contradditorio, ha vita facile il pensiero unico. I salotti televisivi propongono noiosi monologhi, in cui gli invitati ripetono il mantra del pieno appoggio verso una delle due parti in guerra. La stessa proposta rivoluzionaria, fatta propria dal Ministro della Difesa, di reintrodurre la leva militare non ha subito critiche da parte dei media. 

Il ripristino della leva andrebbe invece discusso e approfondito, poiché (tra le altre cose) la “Leva volontaria” annunciata dal Ministro del Governo Meloni è un ossimoro: il servizio militare di leva in Italia è notoriamente obbligatorio. La coscrizione è stata sospesa dal 1° gennaio 2005 (Legge Martino n. 226/2004), attualmente l’arruolamento nelle Forze Armate avviene su base esclusivamente volontaria e professionale, anche se i cittadini maschi continuano a essere iscritti nelle “liste di leva” al compimento del 17° anno di età.

La chiamata alle armi dei giovani cittadini italiani è comunque possibile solo in pochissimi casi: dichiarazione dello stato di guerra da parte del Parlamento; grave crisi internazionale che coinvolga direttamente l’Italia a tal punto da giustificare l’aumento dei militari effettivi. Il ritorno alla leva significherebbe inoltre passare dai circa 160 mila soldati attuali a un numero elevatissimo che comporterebbe una spesa insostenibile per lo Stato.

Il “delirio bellicista” sta iniziando a stravolgere la vita degli italiani, condizionando pesantemente il futuro di molti giovani: oramai alla vigilia di una chiamata per andare in guerra. In Germania gli studenti scendono in piazza per reclamare il diritto a vivere in pace, mentre non tutti in Italia hanno ancora compreso che la leva è obbligatoria per definizione.

La strada che porta alla guerra è un percorso difficile da intraprendere per una Democrazia, ancor più per un Paese come il nostro, la cui Costituzione “ripudia” qualsiasi conflitto armato: forse è giunto il tempo di buttare via la melassa in cui ristagna il pensiero unico e iniziare a far sentire il “sano” dissenso politico: quello che fa la differenza tra uno Stato assolutista e un Paese davvero libero.

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