La Stampa, fine di un'egemonia: quando al padrone non servi più
Bruno Babando 16:04 Venerdì 12 Dicembre 2025Solidarietà piena e incondizionata ai colleghi. Ma la verità va detta: il giornale che oggi si piange come alfiere di pluralismo è stato per oltre un secolo il megafono di un sistema di potere che ora è entrato in crisi. E, in fondo, non è una cattiva notizia
C’è qualcosa di profondamente stonato, e francamente insopportabile, nei pianti che in queste ore accompagnano la veglia funebre de La Stampa. Una liturgia del lutto palloccosa, con toni enfatici e parole d’ordine nobili (“pluralismo dell’informazione in pericolo”, “democrazia sotto assedio”, “svendita di un patrimonio della città”) che suonano false a chi abbia un minimo di memoria storica e, soprattutto, a chi a Torino ci vive da una vita.
Perché la Stampa non è mai stata una vergine indifesa. È stata semmai una figlia prediletta del potere, cresciuta all’ombra di un rapporto incestuoso e pervicace con la famiglia Agnelli, un giornale che ha fatto del suo essere “filo-governativo” una bandiera e non un accidente. E oggi, davanti alla ritirata dell’editore finge di essere ciò che non è mai stata davvero.
Uno “scippo” all’origine
Partiamo dall’inizio, da quello che viene accuratamente rimosso. La Stampa non nasce nel 1867: quella era la Gazzetta Piemontese. La Stampa, come tale, nasce 28 anni dopo, quando la Gazzetta viene assorbita e trasformata. E soprattutto nasce sotto la direzione del suo vero fondatore, Alfredo Frassati, liberale, laico, antifascista. Sotto Frassati il giornale critica il regime, particolarmente dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924. Troppo. Il prezzo è noto: pressioni, isolamento, infine la cacciata. Frassati è costretto a dimettersi e a vendere. E qui entra in scena Giovanni Agnelli, il patriarca, già nominato senatore da Mussolini nel 1923, che acquisisce per quattro spicci il giornale con il beneplacito delle autorità fasciste.
Non lo fa per amore dell’informazione. Lo fa – parole non dei detrattori ma dei discendenti di Frassati – per “scegliere direttori addomesticati, ubbidienti, tali da imbavagliare le redazioni” e garantire una linea ligia ai potenti e funzionale agli interessi industriali. È uno scippo, un colpo di mano. Come accadde, guarda caso, anche con la Fiat.
La memoria corta di Torino
Quando nel 2017 John Elkann celebrò a suon di fanfare i “150 anni” del giornale, Jas Gawronski, nipote di Frassati, lo disse chiaramente: era un’operazione audace, stiracchiata, utile solo a costruire una tradizione più lunga e più nobile di quella reale. E notò amaramente come, almeno, ci si sarebbe aspettati una celebrazione degna del vero fondatore. Niente. Torino, si sa, ha una memoria selettiva. Dimentica Frassati, dimentica il Ventennio, dimentica perché la Stampa diventa “La Stampa”. E dimentica che quella che oggi viene pianta come baluardo del pluralismo nasce come strumento di controllo.
La Feroce e la Busiarda
Il legame con la Fiat non è un dettaglio: è l’asse portante di un secolo di storia. Gli operai chiamavano la fabbrica “la Feroce”. Il giornale era “la Busiarda”. Non per folklore, ma per esperienza diretta. Alla Fiat si moriva, ma non per le colonne della Stampa: gli operai non morivano in fabbrica, diventavano “feriti gravi” che spiravano sempre in ospedale. Per non parlare, delle repressioni e delle pratiche antisindacali: silenzio o minimizzazione. Pagine sull’immigrazione che rilette oggi fanno arrossire più di un campione della presunta “cancel culture”.
La censura non era solo politica: era industriale, sociale, sistemica. E mentre la Fiat costruiva uno dei più imponenti apparati di schedatura e controllo dei lavoratori – emerso clamorosamente con le inchieste del pretore Guariniello nel 1971 – La Stampa restava lì, braccio armato del padrone verso l’opinione pubblica. Altro che cane da guardia del potere.
Capitalismo di rapina
Del resto, anche la Fiat non nasce da una favola industriale, ma da un’operazione di forza, da un intreccio di ambizioni personali, manovre opache e protezioni politiche. La retorica ufficiale ha sempre indicato in Giovanni Agnelli il padre fondatore dell’azienda. La realtà è più scomoda: il vero artefice fu Emanuele Cacherano di Bricherasio, aristocratico atipico, appassionato di arte, musica e motori, fondatore dell’Automobile Club. Fu lui a finanziare le prime iniziative automobilistiche e a sognare una grande fabbrica.
Da quel momento, la storia prese una piega precisa. Bricherasio iniziò a nutrire timori e sospetti. Aveva come amico fraterno Federigo Caprilli, il “cavaliere volante”, genio dell’equitazione, innovatore, spirito libero. I due si confidavano tutto. Poi, nel giro di pochi anni, entrambi morirono improvvisamente. Bricherasio, a soli 35 anni nel castello di Agliè, in circostanze mai del tutto chiarite. Tre anni dopo, Caprilli morì cadendo da cavallo per le vie di Torino, in una sera d’inverno. Aveva 39 anni. Il mistero delle loro morti non è mai stato svelato.
Agnelli consolidò così il suo potere. Nel 1906, a seguito di un aumento di capitale, divenne azionista di maggioranza della Fiat. Due anni dopo, il 23 giugno 1908, il questore di Torino lo denunciò per illecita coalizione, aggiotaggio in borsa e falsi in bilancio. Secondo il rapporto di pubblica sicurezza, Agnelli era il principale indiziato di manovre fraudolente che avevano turbato il mercato e danneggiato gravemente gli azionisti. Ma Agnelli non era solo. A vegliare su di lui c’era il capo del governo, Giovanni Giolitti, che nel 1907 gli aveva conferito la croce di cavaliere al merito del lavoro. Nel novembre 1908 intervenne direttamente anche il ministro della Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, affermando che un’azione penale contro Agnelli avrebbe avuto conseguenze negative per la nascente industria nazionale, in particolare piemontese. Un’ingerenza pesantissima.
Nel 1909 il perito del tribunale, Pietro Astuti, confermò le accuse: le scritture del 1906 occultavano operazioni personali a danno della società, e le manovre di borsa configuravano un vero e proprio aggiotaggio. Nel processo decisivo del 1912, accadde l’inevitabile: Agnelli fu assolto. A difenderlo c’era lo stesso Orlando, ex ministro della Giustizia. Come perito commercialista figurava Vittorio Valletta, destinato a diventare l’uomo chiave della Fiat. Un intreccio perfetto tra industria, finanza, politica e magistratura. E massoneria.
Da lì in avanti, la Fiat fu sistematicamente favorita dallo Stato. Alla vigilia e durante la Prima guerra mondiale ottenne enormi commesse militari, anche dall’estero. Agnelli riuscì a far dichiarare Torino zona di guerra: gli operai vennero militarizzati, privati del diritto di sciopero, sottoposti al codice militare. La guerra fece grande la Fiat. E consolidò definitivamente il potere della famiglia Agnelli.
Questa è la nascita della Fiat: non un mito industriale, ma un caso da manuale di capitalismo di rapina, protetto dal potere politico, oliato dalla finanza, coperto dalle istituzioni. Ed è dentro questa stessa logica che va letta anche la storia della Stampa. Due facce della stessa medaglia. Due “scippi” riusciti. E un secolo di narrazione addomesticata che oggi, finalmente, mostra tutte le sue crepe.
Altro che pluralismo
Fa dunque sorridere – amaramente – sentire oggi parlare della vendita della Stampa come “perdita irreparabile per il pluralismo dell’informazione”. In oltre un secolo di vita, il pluralismo è stato semmai tollerato a intermittenza, mai praticato come valore fondante. Il giornale ha esercitato la sua egemonia con arroganza, arrivando anche a soffocare voci concorrenti e alternative. Chi ha i capelli bianchi ricorda bene la parabola della Gazzetta del Popolo.
E nell’ultima fase, alla storica vocazione governativa si è aggiunto il conformismo mainstream: firme “di regime” o comunque perfettamente allineate, direttori e commentatori più attenti a presidiare il centro del discorso pubblico che a disturbare il manovratore.
Il distacco da Torino (e dai lettori)
Il colpo finale, però, non arriva da Elkann. Arriva prima. La Stampa ha reciso da tempo il suo legame con la città. Quel rapporto morboso e perverso, certo, ma reale, per cui i torinesi telefonavano prima al giornale che alla polizia, non esiste più. Al suo posto un quotidiano né carne né pesce, generalista, con velleità intellettuali, pieno di firme forestiere, spesso ignare del contesto sociale e culturale torinese. Un giornale che soddisfa chi scrive assai più di interessare chi legge. E i lettori, coerentemente, se ne sono andati. La crisi della carta stampata (più grave in Italia che nel resto dell’Occidente) spiega molto, ma non tutto. Il resto lo spiegano le scelte editoriali, condivise e difese da chi oggi si straccia le vesti.
Fine di un secolo, non di una libertà
Sia chiaro: solidarietà piena “alle giornaliste e ai giornalisti”, come impone la formula di rito e come è giusto. Ma basta con l’ipocrisia. La fine della Stampa targata Agnelli-Elkann non è la fine della libertà di stampa. È la fine di un modello: quello della Feroce e della Busiarda, del giornale-azienda, del giornale-scudo del padrone. Un ruolo svolto fino all’ultimo coprendo con il silenzio lo smantellamento dell’impero industriale e la fuga del rampollo. Il fatto che oggi venga finalmente reciso il rapporto incestuoso con gli Agnelli e i loro eredi potrebbe persino essere una liberazione. Un’occasione, se non altro, per smettere di raccontarsi favole consolatorie. Il secolo ferrigno si chiude. E, a dirla tutta, questa non è una cattiva notizia.



