Imam libero "sicurezza a rischio". Meloni striglia giudici e sinistra
14:17 Mercoledì 17 Dicembre 2025Sulla liberazione di Shahin la premier parla di "sfacciata ipocrisia" e contesta l'idea che l'apologia del 7 ottobre possa essere liquidata come semplice opinione. Del resto nell'Islam è prevista la taqiyya che consente di dissimulare le proprie convinzioni tra gli infedeli - VIDEO
C’è una linea sottile, sempre più contesa, che separa la libertà di espressione dalla sicurezza dello Stato. Ed è proprio su quella linea che torna a collocarsi il caso dell’imam torinese Mohamed Shahin, riemerso con forza oggi dopo le parole pronunciate da Giorgia Meloni alla Camera. Un intervento che non aggiunge un capitolo, ma riporta al centro una vicenda ancora aperta, dove decisioni giudiziarie, scelte politiche e interrogativi irrisolti continuano a sovrapporsi.
La strigliata di Meloni
«Alla politica e alle istituzioni spetterebbe il compito di preservare la Repubblica dai rischi per la propria sicurezza, inclusi quelli derivanti dalle predicazioni violente di autoproclamati imam che, come nel caso di Shahin, fanno addirittura apologia del pogrom del 7 ottobre». Così la presidente del Consiglio, mercoledì 17 dicembre 2025, durante le comunicazioni alla Camera. Un passaggio durissimo, in cui la premier chiama in causa apertamente anche la magistratura: «Un impegno che dovrebbe valere per tutte le istituzioni, magistratura compresa».
Il riferimento è alla decisione della Corte d’Appello di Torino che ha disposto la liberazione di Shahin dal Cpr di Caltanissetta, dove era detenuto dal 24 novembre in seguito a un decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Decreto che ora è sospeso, ma non cancellato: sul provvedimento dovrà ancora pronunciarsi il Tar del Lazio, mentre il Viminale ha già annunciato ricorso in Cassazione.
La premier non si è limitata a un rilievo istituzionale. Ha colpito anche politicamente, parlando di «sfacciata ipocrisia» di chi «nelle stesse ore chiede la censura delle case editrici di libri non graditi e invoca la libertà di espressione a difesa di chi inneggia ai terroristi di Hamas e alla strage del 7 ottobre». Un affondo che ha avuto come bersaglio diretto le opposizioni, ma che fotografa il nervo scoperto della vicenda.
Shahin, imam di San Salvario, è tornato libero lunedì scorso dopo che i giudici torinesi hanno accolto uno dei ricorsi presentati dai suoi avvocati. La Corte d’Appello ha escluso «la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità», sottolineando che l’uomo è in Italia da vent’anni ed è «completamente incensurato». Decisiva, nella nuova documentazione, anche l’archiviazione da parte della Procura di Torino di una denuncia relativa alle frasi pronunciate dall’imam lo scorso ottobre durante una manifestazione pro Palestina: parole pesantissime, in cui Shahin disse di essere «d’accordo» con quanto accaduto il 7 ottobre 2023 e sostenne che il massacro compiuto dai miliziani di Hamas – circa 1.200 morti e 250 rapiti in Israele – «non è una violenza».
L'intervento di Giorgia Meloni
Taqiyya
Proprio dopo quella uscita, giudicata incauta e politicamente devastante, l’imam ha successivamente corretto e smussato le proprie affermazioni. Una ritrattazione che, però, per una parte del mondo politico e degli apparati di sicurezza non chiude affatto la questione. Al contrario, viene letta come un possibile caso di taqiyya: l’insegnamento e la pratica, presente nella tradizione islamica, che legittima la dissimulazione delle proprie reali convinzioni quando ci si trova nella “terra degli infedeli”. Un elemento che alimenta il sospetto che il cambiamento di tono non sia frutto di un reale ripensamento, ma di una strategia difensiva dettata dal contesto giudiziario e mediatico.
Secondo i giudici, tuttavia, quelle dichiarazioni, per quanto eticamente e moralmente censurabili, «non bastano a formulare un giudizio di pericolosità in uno stato di diritto». La Corte richiama esplicitamente gli articoli 21 della Costituzione e 10 della Cedu, ribadendo che si tratta di «espressione di pensiero che non integra estremi di reato». E aggiunge un passaggio chiave: la condivisibilità delle affermazioni «non compete in alcun modo a questa Corte» e non può incidere, da sola, sul giudizio di pericolosità. In questa cornice, persino una eventuale ritrattazione – o il suo contrario – viene giudicata «del tutto inconferente».
È proprio qui che si innesta la critica politica e culturale evocata oggi dalla premier e ribadita ieri dal ministro Piantedosi, che ha parlato di «amarezza per una decisione che vanifica il lavoro delle forze di Polizia che finora hanno tenuto immune il nostro Paese dagli attentati terroristici». Il titolare del Viminale ha assicurato che il Governo «andrà avanti» e farà valere le proprie ragioni «nelle tappe successive».
Partita ancora aperta
Nel frattempo, Shahin, a cui la Questura di Caltanissetta ha rilasciato un permesso di soggiorno provvisorio, ha diffuso una nota in cui chiede tempo per stare con la famiglia e parla di un «percorso lungo e tortuoso». Rivendica un progetto di integrazione e dialogo «intrapreso tanti anni fa» a Torino, città dove per il suo rientro si erano mobilitati attivisti e manifestanti. Tra questi anche coloro che, il 28 novembre scorso, hanno partecipato all’assalto alla redazione torinese de La Stampa, lasciando sui muri la scritta “Free Shahin”.
Sul piano giudiziario, la partita è tutt’altro che chiusa. Oltre al ricorso in Cassazione annunciato dal ministero dell’Interno, restano aperti altri due procedimenti: uno contro la revoca del permesso di soggiorno, che sarà valutato dal Tar del Piemonte, e uno sulla richiesta di asilo, su cui dovrà esprimersi il tribunale di Caltanissetta.
Insomma, il caso non è una vicenda individuale ma un banco di prova più ampio. Il punto non è stabilire se una frase superi o meno una soglia penale, ma chiedersi se uno Stato possa permettersi di leggere certe predicazioni esclusivamente come opinioni, scollegate da qualsiasi effetto sul contesto sociale. In un’epoca in cui la radicalizzazione non passa più soltanto dalle organizzazioni strutturate, ma si alimenta anche di messaggi, simboli e parole e di azioni dei cosiddetti “lupi solitari”, ignorare il legame tra linguaggio estremista e rischio concreto significa scegliere una linea precisa. Non è detto che sia sbagliata, ma è una scelta che andrebbe almeno riconosciuta e discussa apertamente.


