Forza Italia tra i gemelli diversi. Occhiuto dà la scossa (liberale), Cirio ci rimane secco
07:00 Giovedì 18 Dicembre 2025Da Palazzo Grazioli parte la sfida liberale che rompe la bonaccia azzurra: i figli di Berlusconi pungolano, Tajani difende la cadrega e il governatore del Piemonte scopre che l'ombra del segretario può diventare un problema. Urge un profilo politico più marcato
Il dado è tratto. Roberto Occhiuto ha lanciato il sasso nello stagno di Forza Italia e lo ha fatto nel luogo più simbolico possibile: Palazzo Grazioli. Non una sede qualsiasi, ma l’ex sancta sanctorum del berlusconismo, oggi trasformato in teatro di un’operazione politica che somiglia molto a una scossa tellurica mascherata da convegno.
Perché la palude azzurra è lì da vedere. Scampato il rischio di dissolversi dopo la morte del fondatore, Forza Italia galleggia in una bonaccia che nemmeno l’ottimismo dei vertici riesce a spacciare per vento favorevole. La doppia cifra resta un miraggio e il partito appare sospeso, prigioniero di una gestione ordinaria che non entusiasma e non cresce.
I figli pungolano, Tajani traballa
A rendere l’aria più elettrica ci hanno pensato Marina e Pier Silvio Berlusconi. Niente discese in campo (per ora), ma sollecitazioni tutt’altro che neutre: servono “facce nuove”, serve tornare alle radici liberali, a quel vocabolario fondativo fatto di libertà, impresa, giustizia giusta. Un messaggio che a molti è parso un garbato ma chiarissimo “grazie di tutto” ad Antonio Tajani.
Il segretario viene ringraziato, ma non più considerato sufficiente. E con lui finisce sotto esame anche la sua corte ciociara, sempre più percepita come un cerchio ristretto, autoreferenziale, incapace di interpretare una fase nuova. Il congresso nazionale del 2027 è ancora lontano, ma il processo politico è già partito. E non aspetta.
Cirio sotto osservazione
In questo quadro si inserisce Alberto Cirio. Governatore del Piemonte, vicesegretario nazionale di Forza Italia, profilo spendibile, volto presentabile, curriculum europeo. L’altro “emergente” insieme al “gemello diverso” Occhiuto. Ma proprio per questo, oggi, figura più esposta di quanto appaia.
Cirio paga un paradosso politico: essere cresciuto all’ombra di Tajani nel momento in cui quell’ombra rischia di allungarsi troppo. Il loro rapporto è noto e solido, cementato negli anni di Bruxelles, quando Cirio sedeva negli scranni del Parlamento europeo e Tajani ne era presidente. Un legame che per molto tempo è stato un moltiplicatore di opportunità e che ora rischia di diventare un freno.
Perché un conto è la lealtà, altro è apparire come una sua estensione, una sorta di protesi politica. Nei corridoi romani il giudizio è tagliente: Cirio è troppo cooptato, troppo integrato nell’apparato tajaneo, poco riconoscibile come figura autonoma. Il suo profilo politico nazionale viene giudicato ancora evanescente, privo di una cifra personale che vada oltre l’affidabilità istituzionale.
L’empatia gianduia non basta a Roma
In Piemonte Cirio gioca un campionato diverso. Qui la sua empatia funziona, eccome. Il governatore sa comunicare, rassicurare, smussare gli angoli. Sa anche – ed è un talento non secondario – nascondere sotto il tappeto le magagne di una giunta che non brilla certo per qualità e che procede più per inerzia che per visione.
Ma ciò che regge a Torino non è detto che funzioni a Roma. Sulla ribalta nazionale gigioneggiare non basta. Serve peso politico, serve una posizione chiara, serve soprattutto la capacità di smarcarsi. E oggi Cirio appare ancora prigioniero di un ruolo: quello del vicesegretario leale, dell’uomo d’apparato affidabile, più che del leader in potenza.
Non è un dettaglio, allora, che Cirio sia tra i protagonisti dei pranzi riservati con Marina Berlusconi e degli incontri con Pier Silvio. Non semplici momenti conviviali, ma tasselli di una fase precongressuale in cui si misurano ambizioni, affidabilità e possibilità di crescita.
Cirio però non si gioca una sola partita. Ne gioca almeno due. La prima è interna a Forza Italia: conquistare spazio nella prima linea, magari accanto a Occhiuto, in quel ruolo informale di “coordinatore nazionale” che suonerebbe come una cintura politica attorno a Tajani. Una soluzione che consentirebbe di rinnovare senza rottamare.
La seconda partita è ancora più delicata: il futuro personale. L’ipotesi di lasciare la guida del Piemonte nel 2027 per tentare il salto nazionale circola sempre più insistentemente. Un’ipotesi piena di controindicazioni: nessun precedente di governatori che mollano prima del tempo, il rischio concreto di indebolire una Regione oggi al centrodestra, le tensioni inevitabili sulla successione, dentro una coalizione che sulle poltrone si infiamma. E ora c’è un problema in più: se Tajani si indebolisce, anche Cirio perde il suo principale punto d’appoggio. E questo rende ogni mossa più rischiosa.
La scossa liberale
Occhiuto, dal palco di “In libertà. Pensieri liberali per l’Italia”, prova a tenere insieme tutto. Nega la nascita di correnti, ironizza che non fa certo il “masochista” come il Pd, parla di idee, di contenuti, di diritti civili, di riforma della giustizia. Ma il messaggio politico passa lo stesso: c’è uno spazio enorme nel centrodestra che Forza Italia non sta occupando. E quel vuoto qualcuno vuole colmarlo. Partendo proprio da Palazzo Grazioli, davanti a una platea che sa di amarcord e di resa dei conti insieme.
Tajani minimizza. Nessuna frizione, libertà di pensiero, congressi aperti, lui pronto a ricandidarsi. Formalmente impeccabile. Politicamente, però, il sasso è ormai nello stagno. Perché quando i governatori iniziano a muoversi, quando i figli del fondatore pungolano, quando si parla apertamente di facce nuove e di identità da rifondare, il problema non è più se cambiare. È chi guiderà il cambiamento. E in questa partita, Cirio è dentro fino al collo. Anche se, per ora, fa finta di restare a riva.


