SACRO & PROFANO

"Il dialogo è sempre un beneficio".
Aska, Repole benedice Lo Russo

Ai tradizionali auguri di Natale l'arcivescovo di Torino difende il patto di collaborazione, tramontato dopo lo sgombero di stamattina. "Il malessere giovanile va interpretato". Tra le cause, secondo il cardinale, il lavoro precario, motore della crisi demografica

Lo sgombero di Askatasuna avvenuto questa mattina ha segnato la fine del patto di collaborazione voluto da Stefano Lo Russo, ma tra le tante critiche c’è anche chi difende la scelta del sindaco. È il caso del cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino che nella sua conferenza stampa di Natale ha dichiarato che “tutti gli sforzi per cercare sentieri di dialogo sono benefici, perché sono le possibilità che abbiamo per riconnettere il più possibile il tessuto sociale”. Tanti i temi trattati oltre alla vicenda del centro sociale, dalla crisi economica e demografica al ruolo della cristianità nella società odierna, con l’invito a vivere le festività “come un punto interrogativo sulle nostre coscienze”.

Aska e il disagio giovanile

Dietro la vicenda Askatasuna, l’arcivescovo, che non nasconde troppo le sue ambizioni, si discosta dal fatto di attualità e pur condannando gli atti di violenzia invita a leggere un disagio più profondo: “Dobbiamo riuscire a cogliere se c’è un malessere del mondo giovanile che rimane sopito e non viene interpretato in modo adeguato”, e lo collega all’ ansia diffusa e alla paura del futuro che attanaglia i ragazzi italiani e non solo: “Molti giovani vivono con il terrore di diventare adulti. I dati dicono che circa il 40% è segnato da forme di ansia”. Per Repole non servono risposte “a spot”, ma una riflessione capace di tenere insieme i fenomeni sociali senza fariseismi.

Niente figli senza lavoro

Un’altra parte corposa della conferenza stampa è dedicata al lavoro, un tema chiave in particolare in una città come Torino, simbolo italiano della deindustrializzazione. “Il lavoro dà dignità e dovremmo ricordare questa dimensione”, sottolinea il cardinale, che guarda con preoccupazione alla precarietà diffusa: “Tre quarti dei lavori dei giovani sono a tempo determinato”. Un dato che non può non pesare anche sulle scelte di vita e sulla natalità: “A Torino quest’anno sono nati 5 mila bambini: pochissimi rispetto al passato, ma ci sono ancora famiglie che scommettono sulla vita. La domanda però è inevitabile: si può scommettere sulla vita quando tre quarti dei giovani hanno un lavoro precario?”.

Economia inumana

Da qui l’invito a superare “la contrapposizione per categorie che non porta da nessuna parte” per avviare una riflessione culturale capace di impedire “che l’economia e la tecnica si mangino l’umano”. Repole ricorda che l’economia un tempo era considerata una scienza umana, mentre oggi rischia di non esserlo più, e riconosce il tentativo di molti piccoli imprenditori di “umanizzare una realtà diventata inumana”. “L’intelligenza – aggiunge – ha a che fare con molte dimensioni che la tecnica non ti darà”.

Giustizia terrena e divina

Un altro passaggio chiave è dedicato al situazione nelle carceri, definito una realtà rimossa. “Quando si rappresenta la città, nessuno mette il carcere. C’è un rimosso collettivo”, dice Repole. E ribadisce: “Nessuno può essere identificato né con il reato né con il peccato”. Riguardo il tema del sovraffollamento carcerario, l’arcivescovo afferma che “ogni intervento che migliori la situazione carceraria è benedetto: l’amnistia è uno di questi, ma servono provvedimenti strutturali”. Ma non basta migliorare la situazione carceraria, è il concetto di giustizia che secondo il prelato va ripensato: “Bisogna interrogarsi su che cosa debba essere una giustizia umana, senza pretendere da essa risposte che appartengono solo alla giustizia divina, con il rischio di derive tragiche”.

Essere cristiani oggi

Lo sguardo dell’arcivescovo si allarga poi alla Chiesa e alla società. “Fino a qualche tempo fa la dimensione religiosa definiva i valori della società, oggi non è più così”, riconosce. La domanda da farsi, per Repole, è chiara: «Come rimanere autenticamente cristiani in un contesto mutato?”. E la risposta passa dalla comunità: “In un mondo fatto di profondissime solitudini, la Chiesa torna a essere espressione di una vita comunitaria autentica. Senza il coinvolgimento dei laici non siamo una comunità reale”. Aggiungendo poi che, nonostante le difficoltà, “è una stagione bella per noi cristiani”.

Democrazia e vangelo

Repole tocca anche il tema della crisi della democrazia occidentale, citando il filosofo francese Jacques Maritain: “Credevamo che la democrazia fosse solo una questione di procedure, ma senza valori evangelici le democrazie imploderanno”. E difende il ruolo dell’informazione, collegandosi a un tema cittadino di stretta attualità come la vendita della Stampa: “Non dobbiamo permettere che il giornalismo della carta stampata perda consistenza, sarebbe un ulteriore impoverimento di una società democratica già ferita”. I social, avverte, non sono “il 2.0 della stessa realtà”, e cita un altro filosofo, il coreano-tedesco Byung Chul-Han: “Siamo costantemente connessi, ma non siamo in comunicazione”.

Il senso del Natale

Nel messaggio natalizio che chiude l’incontro, l’arcivescovo affida alla città un’immagine forte: “Viviamo il Natale come un grande punto interrogativo posto sopra di noi e sulle nostre coscienze. Vogliamo continuare a essere un mondo in cui ogni uomo ha una dignità inalienabile o vogliamo diventare qualcos’altro?”. Un interrogativo che chiama in causa tutti, credenti e non, e che – come ha ricordato Repole – può trovare risposta solo se le “piccole forze”, messe insieme, diventano una potenza capace di riumanizzare la città. E l’appello non può che essere rivolto, più che alle piccole forze, ai grandi possidenti cittadini, affinché contribuiscano con le loro ricchezze a preservare un tessuto sociale sempre più sfilacciato.

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