ALTA TENSIONE

La "resistenza" di Askatasuna. Sassi e bombe carta a Torino. Appuntamento a Capodanno

I militanti del centro sociale tentano di forzare il cordone di polizia schierato davanti al centro sociale sgombrato. Lanciano pietre, bottiglie, ordigni e incendiano cassonetti, gli agenti rispondono con lacrimogeni e idranti. Si annuncia un fine anno di fuoco

Hanno promesso guerra e la prima avvisaglia c’è stata oggi. Dal microfono, a fine corteo, gli antagonisti hanno scelto la linea della sfida aperta allo Stato. «La nostra storia non è finita con uno sgombero. Se il ministro Matteo Piantedosi pensa di aver ottenuto una vittoria con lo sgombero di Askatasuna, si sbaglia di grosso. Ci troverà in ogni angolo delle città». È con questo proclama che si è chiusa la manifestazione contro la liberazione dell’immobile occupato, trasformata di fatto in una dichiarazione di guerra permanente alle istituzioni. Alla fine, il bilancio registra undici feriti tra gli agenti dei reparti mobili.

Il corteo, segnato da disordini e tensioni, si è concluso in corso Casale, davanti alla chiesa della Gran Madre. Una manifestazione studiata per ribadire la volontà di occupare fisicamente e simbolicamente gli spazi della città, rivendicando come legittima la violazione sistematica delle regole. Dal megafono, la promessa è stata chiara: «Ci troveranno in ogni piazza di questo Paese». E ancora: «La nostra casa ora sono le strade, i cortei, le assemblee», una rivendicazione che suona come l’ammissione esplicita di una strategia di conflitto continuo, fuori da qualsiasi cornice democratica.

Non manca l’attacco diretto alla politica, liquidata come inutile orpello. «Abbiamo fatto una scelta coraggiosa, quella di non delegare a quattro politici da strapazzo le decisioni sul nostro futuro. Ed è per questo che ce la fanno pagare», hanno urlato dal palco improvvisato. Il sottotesto è sempre lo stesso: chi rifiuta le regole del gioco pretende di imporre le proprie, presentandosi come vittima mentre alza il livello dello scontro. «Chi alza la testa fa paura. Noi non abbiamo paura di fare paura», hanno rivendicato con i soliti farneticanti proclami.

Il passaggio più inquietante arriva quando la protesta si trasforma in progetto politico alternativo: «È il momento di costruire il contropotere, le nostre istituzioni, le basi di questo movimento». Un linguaggio che richiama esplicitamente la volontà di sostituirsi allo Stato, accusato di “distruggere il mondo”, e che individua Torino come laboratorio di una presunta “alternativa” costruita fuori e contro le leggi.

In questo clima, sono stati annunciati anche i prossimi appuntamenti: la notte di Capodanno, «in strada per inaugurare un anno di lotte», poi il 17 gennaio con un’assemblea preparatoria in vista di un corteo nazionale fissato per il 31 gennaio. Un calendario che conferma l’intenzione di proseguire nella mobilitazione permanente.

La chiusura è stata affidata all’ennesima provocazione: scritte proiettate con fasci di luce sui palazzi di piazza Vittorio Veneto, con insulti e slogan contro la polizia, contro il sindaco Stefano Lo Russo e contro la premier Giorgia Meloni. Un epilogo coerente con l’intera giornata: nessun arretramento, ma la rivendicazione orgogliosa di una linea antagonista che continua a confondere protesta e intimidazione, dissenso e minaccia.

ORE 18,07: Il corteo organizzato dopo lo sgombero del centro sociale, composto da circa 5mila persone, si sta dirigendo verso la chiesa Gran Madre, in peno centro città, vero obiettivo dei manifestanti. Le camionette della polizia presidiano la vicina piazza Vittorio Veneto, affollata di persone. “Questa giornata non finisce qua, ce ne saranno altre. La paura non risiede tra noi, non è tra noi giovani” dicono i manifestanti, sempre più vicini al centro.

ORE 17,15: Cassonetti incendiati, lanci di fumogeni, bombe carta e bottiglie verso la polizia. È successo quello che si temeva a Torino, dove è in corso il corteo organizzato dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Scene di guerriglia urbana a pochi metri dal centro città, con i manifestanti che si stanno ricompattando dopo gli scontri avvenuti in corso Regina Margherita. “È ancora lunga, non ce ne andremo dal quartiere”, dice un manifestante in testa al corteo. Durante i disordini, durati circa mezz’ora, sono stati divelti segnali stradali e dati alle fiamme dei cassonetti della spazzatura. Il corteo ha ripreso la marcia, mentre lungo la strada sono comparse diverse scritte, fra cui “+Piante, + dosi, - Piantedosi”. Alle sue spalle, il corteo si lascia cocci di bottiglia, pietre, lattine e bastoni.

ORE 16,52: Quando i manifestanti sono giunti in corso Regina Margherita, tentando di avvicinarsi al centro sociale sgomberato, per disperdere la folla le forze dell’ordine hanno azionato gli idranti. Mentre il corteo continuava ad avanzare con i manifestanti che hanno capovolto diversi cassonetti per la strada, lanciando pietre, bottiglie e bombe carta contro le forze dell’ordine, gli agenti hanno risposto con il lancio di lacrimogeni. I disordini stanno continuando in un quartiere totalmente presidiato. Un gruppo di manifestanti travisati e incappucciati si è anche staccato dal troncone principale del corteo nel tentativo di aggirare il blocco delle forze dell’ordine e raggiungere così la sede di Askatasuna attraverso vie secondarie del centro storico cittadino. Anche in questo caso polizia e carabinieri li hanno respinti con il getto di idranti e lacrimogeni.

ORE 16,35: Scontri a Torino tra antagonisti e forze dell’ordine durate il corteo. Un gruppo di persone incappucciate in testa alla manifestazione ha cercato di sfondare il cordone della polizia lanciando bottiglie e oggetti. Le forze dell’ordine hanno risposto con idranti e lacrimogeni. Ci sono state cariche con manganellate da un lato e bastonate da parte dei manifestanti.

ORE 15,45: “Andiamo avanti fino alla vittoria sempre dalla parte dell’Askatasuna”. “È il momento di mandare un segnale chiaro a questo governo militare che ha paura di noi”. Con queste parole dette al microfono è iniziato il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Oltre duemila persone sono partite da Palazzo Nuovo sede storica delle facoltà umanistiche al grido di “Askatasuna vuol dire libertà, nessuno ci fermerà” e “guai a chi ci tocca”. L’intenzione dei manifestanti è di arrivare in zona Vanchiglia.

ORE 15: “Torino partigiana. Que viva Askatasuna”. Lo slogan campeggia sullo striscione che apre il corteo in programma questo pomeriggio a Torino, promosso dai militanti di Askatasuna, sgomberato giovedì. Un messaggio che cerca di legare una vicenda, quella di un immobile occupato diventato famigerato epicentro dell’antagonismo, alla storia nobile della lotta antifascista, mentre la città si ritrova nuovamente spettatrice (e vittima) di una prova di forza tra movimenti e istituzioni.

Il concentramento è davanti a Palazzo Nuovo, sede storica delle facoltà umanistiche: già diverse centinaia le persone presenti, ma il numero è destinato ad aumentare con il passare delle ore. Attorno, un ingente spiegamento di forze dell’ordine presidia la zona e le vie limitrofe. Disposti anche controlli alle stazioni ferroviarie, per monitorare gli arrivi da altre città, mentre i mezzi pubblici che abitualmente attraversano l’area sono stati deviati.

A dare la linea politica è il portavoce del centro sociale, Stefano Millesimo. «Oggi non è una data di fine ma è un inizio che proseguirà e andrà avanti», scandisce. Due le tappe già fissate: «Ci sarà un’assemblea cittadina il 17 gennaio e un corteo nazionale il 31 gennaio a Torino». Un calendario che, nelle intenzioni, serve a rilanciare una mobilitazione più ampia. «Lo sguardo non è solo su Askatasuna ma ben oltre. L’attacco che è stato fatto non è a un centro sociale di quartiere ma al movimento in generale. Si deve ripartire da qui, dai movimenti contro il genocidio in Palestina». Come le due cose siano in relazione è un mistero. In mezzo ai manifestanti ci sono anche il rapper torinese Willie Peyote, la capogruppo di Avs in Consiglio regionale Alice Ravinale e il politologo Marco Revelli, editorialista della Stampa. Dagli altoparlanti gli organizzatori hanno fatto sentire un messaggio di solidarietà di Zerocalcare. “Non mi immagino Torino senza Askatasuna e spero che questo non accadrà mai”, ha detto in un passaggio del suo messaggio il fumettista.

Il clima è denso di preoccupazione: oltre ai militanti storici e alle delegazioni arrivate da tutta Italia, al presidio si vedono anche famiglie con bambini del quartiere Vanchiglia, dove si trova la palazzina sgomberata. Alcuni di loro tengono in mano un cartello: “Askatasuna non si tocca”. Un segnale che, almeno sul piano simbolico, i promotori rivendicano come radicamento territoriale. Una regia collaudata in Valsusa, dove le manifestazioni pacifiche No Tav sono il paravento abituale dietro il quale agiscono indisturbate le frange violente per i loro assalti.

«Sono stati giorni importanti, non difficili», insiste Millesimo. «Penso alla solidarietà che è arrivata da tutta Italia e non solo e che ci sta dando molta forza». Una solidarietà che ha attraversato anche i confini nazionali: «Sono arrivati messaggi dai Paesi Baschi», ricorda, sottolineando come Askatasuna in lingua basca significhi libertà. «Oggi è un corteo necessario per far vedere cosa è stata ma soprattutto cosa sarà Askatasuna: stanno arrivando da tutta Torino e delegazioni anche da tutta Italia».

Sul piano dell’ordine pubblico, la giornata si annuncia delicata. Il corteo dovrebbe dirigersi proprio verso Vanchiglia, ma l’area risulta già fortemente blindata. «Il quartiere Vanchiglia è inattraversabile per tutti, residenti e chi lo vive, chi ci lavora», denuncia ancora il portavoce. «È come fosse la Val di Susa, con Jersey e dispiegamento di forze come se si fosse in guerra». Un paragone che richiama alla mente altre stagioni di conflitto urbano e che fotografa il livello di tensione percepito dai manifestanti.

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