LA SACRA FAMIGLIA

"Elkann, un anno da dimenticare":
il declino dell'impero Agnelli

Il Financial Times strapazza il rampollo passando in rassegna tutte le grane: la guerra sull'eredità, la messa in prova ancora sub iudice, le cessioni degli asset, le difficoltà di Stellantis. Vicende che "hanno avuto un impatto personale sul 49enne, che si sente frustrato"

«La Juventus, la nostra storia e i nostri valori non sono in vendita». Con una frase secca, affidata ai social e rivolta ai tifosi bianconeri, John Elkann ha provato a chiudere la porta all’offerta non richiesta da Tether: 1,1 miliardi per il club che la famiglia controlla da oltre un secolo. Un “no” diventato l’incipit di un lungo e severo editoriale del Financial Times, che fotografa il 2025 come l’anno più complicato del rampollo Agnelli. E non solo per il pallone.

Perché se la Juve resta un totem intoccabile, tutto il resto dell’universo Elkann è sotto stress: Stellantis, Ferrari, Gedi, fino al fronte più intimo e velenoso: la guerra giudiziaria sull’eredità con la madre Margherita Agnelli. Un mosaico che il quotidiano della City ricompone senza indulgenze.

Un anno da incubo

Il Ft mette il dito nella piaga: l’offerta di Tether respinta non basta a smentire «un anno in cui i problemi hanno afflitto il rampollo della famiglia Agnelli, la più famosa dinastia imprenditoriale italiana». Il passaggio più pesante arriva dal Palazzo di Giustizia torinese: un giudice ha ordinato ai pm di chiedere il rinvio a giudizio per frode fiscale nei confronti di Elkann, presidente di Stellantis e Ferrari. Un colpo che riaccende e inasprisce il contenzioso con Margherita sull’eredità della nonna, in una causa definita “complessa”, che attraversa più giurisdizioni e spacca la famiglia.

Secondo il Ft, persone vicine a Elkann – i cui avvocati ribadiscono l’innocenza – raccontano un impatto personale forte sul 49enne, «frustrato dalla litania di problemi che lo attanagliano». Non solo reputazione: anche i numeri fanno male. Exor, la cassaforte quotata in Olanda controllata al 55% dagli Agnelli-Elkann, perde il 18% dall’inizio dell’anno e scende a 15,1 miliardi di capitalizzazione. Segnale che i mercati non comprano la narrativa della serenità.

Il “disimpegno” sotto accusa

Qui scatta la lettura più politica – e in larga parte torinese – della vicenda. Perché negli ultimi anni il capo di Exor ha progressivamente alleggerito l’eredità industriale del nonno: Magneti Marelli ceduta, Iveco smontata e venduta a pezzi, quota Ferrari ridotta, Gedi messa sul mercato. Operazioni difese come scelte razionali di allocazione del capitale, ma che in città vengono lette come un lento sfilacciamento del legame storico con Torino e con l’Italia del Novecento.

Il dossier Gedi è il più esplosivo sul piano simbolico: vendere il gruppo che edita la Repubblica e La Stampa significa toccare nervi politici, sindacali e culturali. Non a caso, la messa in vendita ha scatenato scioperi e reazioni trasversali, con un messaggio implicito: Elkann non vuole più fare l’editore “di sistema”. E se La Stampa è un asset come un altro, allora davvero nulla – Juve esclusa chissà ancora per quanto – è sacro.

Juve totem, Stellantis grattacapo

Sul fronte sportivo, il “no” a Tether serve anche a blindare l’ultimo simbolo popolare rimasto. Ma pure qui i conti non tornano: la Juventus resta un pozzo che chiede capitale, dopo anni di perdite e di vicende giudiziarie che hanno decapitato la vecchia governance. Elkann promette rigore e rilancio, ma il club è più un presidio identitario che un affare.

Ben più delicato il capitolo Stellantis: dopo l’uscita traumatica di Carlos Tavares e mesi di tensioni con governi e concessionari, Elkann è stato costretto a rimettere le mani sul volante. Un ruolo da “supplente di lusso” che il Ft legge come segnale di fragilità più che di forza.

La madre di tutte le partite

E poi c’è la faida familiare, la vera spina nel fianco. Il conflitto con Margherita Agnelli sull’eredità – tra trust, residenze fiscali, Svizzera e Italia – è diventato un romanzo giudiziario senza fine. Il processo per frode fiscale non è solo una vicenda giudiziaria, ma disegna il quadro di un capo dinastia sotto assedio, dentro e fuori casa.

Il ritratto finale

Il ritratto che esce dalle colonne del Financial Times è quello di un erede che maneggia malamente simboli mentre liquida a poco a poco l’impero. John Elkann resta uno degli snodi del capitalismo europeo, ma il suo progetto – trasformare la dinastia Agnelli in una holding finanziaria globale, leggera e mobile – procede mentre attorno crollano i pilastri identitari: l’auto, l’editoria, il rapporto con Torino, perfino l’unità familiare. La Juventus viene blindata come ultimo feticcio popolare; tutto il resto è trattato come asset, da valorizzare o cedere. E mentre Exor arretra in Borsa e le carte bollate si accumulano nei tribunali, il paradosso diventa evidente: l’impero del nonno è già stato smontato. Ora a decidere se il nuovo corso regge non sono più solo i mercati ma anche i giudici.

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