RETROSCENA

Torino contendibile nel 2027, ora per Lo Russo si fa grigia (anzi, Marrone)

Altro che centrodestra: il vero avversario del sindaco sarà l’astensionismo. È lì che si misura la fragilità del suo consenso, costruito nel 2021 su un'affluenza da minimo storico e oggi ancora più eroso, a partire dal suo stesso campo. Una partita apertissima

Al piano nobile di Palazzo Civico sono convinti che il tornante del 2027 sia poco più di una curva da affrontare in folle, senza scossoni né sorprese, confidando che l’inerzia dovuta all’assenza di alternative faccia il resto. Una convinzione che si regge su una lettura consolatoria della realtà e su una rimozione sistematica dei fenomeni sociali e politici che in questi anni hanno scavato sotto la superficie della città, allargando uno scollamento progressivo tra la gestione amministrativa e la rappresentanza. Detta in maniera brutale: il punto non è chi correrà contro Stefano Lo Russo, bensì quanti torinesi decideranno di non correre alle urne. Perché se c’è una cosa che analisi e numeri dicono con chiarezza è che l’attuale sindaco non ha mai goduto di un consenso largo.

Vittoria monca

Il ballottaggio del 18 ottobre 2021 è lì a dimostrarlo: 59,2% per Lo Russo contro il 40,8% di Paolo Damilano, ma con un’affluenza ferma al 42,14%. In termini assoluti, alle urne si sono presentati 290.632 elettori su 689.684 aventi diritto. Al ballottaggio del 18 ottobre 2021 ha votato il 42,14% degli aventi diritto: poco più di quattro torinesi su dieci. Di questi, il 59,2% ha scelto Lo Russo. Tradotto: il sindaco è stato eletto con il consenso diretto di circa un quarto della città. E già questo basterebbe a spiegare perché la vittoria del centrosinistra fosse tutt’altro che granitica. Il dato territoriale è ancora più impietoso. Nelle circoscrizioni di Torino Nord – Barriera di Milano, Falchera, Vallette – ha votato poco più del 35%. Le periferie, ancora una volta, hanno disertato. E lo hanno fatto senza bisogno di essere sedotte da qualcun altro. Semplicemente, si sono chiamate fuori.

È su questa dinamica che Lo Russo ha costruito il suo successo. Non allargando il consenso, ma contenendo le perdite. Lo ha certificato a suo tempo l’Istituto Cattaneo, analizzando i flussi elettorali: il vantaggio del candidato di centrosinistra è spiegabile quasi interamente dall’incapacità del centrodestra di tenere i propri ranghi serrati. In particolare, il bacino elettorale della Lega e quello di Fratelli d’Italia hanno registrato le perdite più consistenti verso l’astensione. Il centrodestra non solo non ha recuperato nulla dal Movimento 5 Stelle, ma ha visto evaporare una quota significativa del proprio elettorato storico.

Delusi da Lo Russo

Il punto non è che il centrodestra stia costruendo un’alternativa irresistibile. Spoiler: non lo sta facendo. Il punto è che il sindaco uscente non sta parlando a una parte crescente della città, a partire dal suo elettorato. Quello che nel 2021 lo ha votato più per rassegnazione che per adesione. Quello che oggi non si riconosce in una città raccontata come efficiente mentre fatica a percepirne i benefici. Quello che non si sente né rappresentato né coinvolto. E che, molto semplicemente, potrebbe scegliere di non tornare alle urne.

È qui che l’astensionismo cambia segno politico. Non più (o non solo) una zavorra tradizionale per il centrodestra, ma una voragine sotto i piedi del Pd. Perché se nel 2021 Lo Russo ha limitato le perdite verso il non voto meglio del suo avversario, oggi rischia di trovarsi nella posizione opposta: quella di chi ha molto da perdere e poco da recuperare. Élite in disarmo e malmostose, ceto urbano a dir poco tiepido, periferie lontane, quando non apertamente ostili. E il “campo largo”, evocato come un mantra, sotto la Mole somiglia più a un campo dei miracoli di Santa Rita, l’avvocata delle cause impossibili.

La lezione del 2011

Il caso Damilano è esemplare. Profilo moderato, civico, rassicurante, borderline tra i due schieramenti. Risorse ingenti, immagine tranquillizzante, piena appartenenza all’establishment cittadino. Risultato? Ha forse intercettato qualche voto di centrosinistra – pochi in verità – ma non ha mobilitato lo zoccolo duro del centrodestra. Le stime del Cattaneo sono eloquenti: l’elettorato leghista ha “tradito” in massa, con una perdita secca verso l’astensione pari al 4,2% degli aventi diritto, oltre a flussi minori verso il M5s e lo stesso Lo Russo. Perdite non trascurabili anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Lo Russo, al contrario, ha limitato le fughe verso il non voto e ha recuperato qualcosa dal bacino grillino. Una dinamica che nel 2027 difficilmente si ripeterà. Il serbatoio M5s è ormai prosciugato. E soprattutto è cambiata la percezione del sindaco uscente. Perché se nel 2021 Lo Russo era un perfetto sconosciuto – migliorato solo di poco negli anni successivi – oggi è un sindaco noto ma non popolare. Non ha costruito un rapporto empatico con la città, appare impacciato nelle relazioni, algido nei toni, privo di una visione capace di catturare l’immaginario. E il tratto di efficienza quasi tecnocratica che dovrebbe compensare queste lacune non ha prodotto risultati politicamente spendibili.

La recente vicenda di Askatasuna non è una scivolata occasionale, ma la fotografia di un metodo: una partita politica ridotta a questione tecnica, a stabile ammalorato da restaurare. Un palese deficit di politica che rischia di alienare ulteriormente pezzi di elettorato già disillusi e critici.

S’ode a destra…

Il paradosso è che il centrodestra, pur non avendo ancora un candidato ufficiale, ha oggi una lettura della città più lucida di quella del sindaco e non sembra intenzionato a ripetere gli errori del 2021. Ed è per questo che la discussione sul profilo del prossimo avversario di Lo Russo – politico o civico, “moderato” o “radicale” – appare sempre più come un diversivo, una falsa pista. In teoria, un candidato meno tranchant sembrerebbe offrire maggiori margini di manovra, soprattutto nella possibilità di intercettare una quota dell’elettorato centrista del centrosinistra, tanto più ora che anche Lo Russo – riformista all’acqua di rose – ha progressivamente spostato il proprio baricentro a sinistra.

Il problema è che questa strategia, a Torino, è già stata sperimentata e ha fallito. La logica del candidato “compatibile” non ha mai prodotto mobilitazione, né allargamento reale del consenso. Al contrario: tra l’originale e la copia l’elettore tende a scegliere il primo, o a non scegliere affatto. La lezione Damilano resta lì, difficilmente aggirabile. E non basterebbe cambiare nome per cambiare destino: un profilo come Claudia Porchietto, che pure circola con insistenza e si presta sempre a ogni partita (dall’assemblea di condominio in su), difficilmente farebbe meglio di Damilano.

Da qui un orientamento sempre più condiviso, soprattutto dalle parti di Fratelli d’Italia: se il centro non si conquista con i fac-simile, tanto vale puntare su un candidato politico, riconoscibile, identitario, capace di polarizzare. Non per strappare voti al Pd, ma per costringere la città a scegliere. Anche contando su un effetto collaterale tutt’altro che secondario: i delusi di Lo Russo e del centrosinistra non voteranno il centrodestra, ma potrebbero decidere di disertare le urne. E, in una partita giocata sull’affluenza, questo potrebbe bastare.

Dal rosé al Marrone

Il nome che circola è quello di Maurizio Marrone, figura tra le più note della destra subalpina, a lungo consigliere in Sala Rossa prima di approdare nella giunta regionale. Profilo identitario, politico, divisivo quanto basta. Spaventa per le sue posizioni tradizionaliste? Poco importa. Non deve convincere sui temi etici, ma dare “diritto di cittadinanza” a quella parte che si sente esclusa. Non deve piacere alla città che conta, ma a quella che si mobilita solo quando percepisce una rottura netta e riconoscibile. O qualcuno da mandare a casa.

Uno schema che a Torino non è affatto inedito. Nel 2016 Chiara Appendino non vinse perché rassicurava, ma perché incarnava un’alternativa al sistema di potere sedimentato. Il famoso “Sistema-Torino” – allora incarnato da Piero Fassino – saltò non per un progetto migliore, ma per una stanchezza accumulata. Decisero l’affluenza e le “due città”, evocate dall’allora arcivescovo Cesare Nosiglia: quella che sta bene e quella invisibile delle periferie.

Oggi lo spauracchio dei cinque anni grillini è svanito, assieme a quel caravanserraglio di scappati di casa. E lo stesso Lo Russo, che di quella stagione fu oppositore intransigente, non è riuscito a costruire una narrazione capace di fare breccia né nella testa né nel cuore dei torinesi. Ecco perché, alla fine, il destino del sindaco uscente non lo deciderà tanto chi il centrodestra manderà in pista. Ma quanti elettori, soprattutto di centrosinistra, sceglieranno di marcare visita. L’urna vuota fa molta più paura di qualunque avversario. Non sarà una sfida epica. Non sarà un duello tra visioni del mondo. Sarà una resa dei conti molto più banale e molto più crudele: tra chi riuscirà a portare la propria gente a votare e chi scoprirà troppo tardi che la città, semplicemente, ha smesso di seguirlo.

print_icon