ALLE URNE

Referendum giustizia a marzo:
Sì e No ai tempi supplementari

I penalisti denunciano la raccolta firme per indire una consultazione già ammessa dalla Cassazione: "Serve solo a rinviarlo, sperando di recuperare lo svantaggio". Per il ministro Nordio a spaventare i magistrati è soprattutto il nuovo Csm

Salvo imprevisti, il voto per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia varata dal governo di Giorgia Meloni dovrebbe tenersi nella seconda metà di marzo 2026. L’orizzonte temporale è ormai tracciato e, a meno di (improbabili) cambi di programma, le date cerchiate in rosso sono domenica 22 o domenica 29 marzo, con voto distribuito su due giorni, domenica e lunedì, come da prassi.

È questo, almeno, l’orientamento dell’esecutivo, confermato anche dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha ribadito come la “seconda metà di marzo” resti il periodo più plausibile per la consultazione sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Csm.

Referendum confermativo senza quorum

Il referendum sulla giustizia sarà di tipo confermativo, disciplinato dall’articolo 138 della Costituzione italiana. Si tratta dunque di una consultazione che riguarda esclusivamente leggi costituzionali o di revisione costituzionale. La sua caratteristica principale è ben nota: non è previsto alcun quorum. Qualunque sia il numero dei votanti, l’esito sarà valido. A contare saranno soltanto i numeri finali: più Sì o più No alla riforma.

Le date possibili e quelle escluse

In attesa della decisione definitiva del Consiglio dei ministri, l’attenzione resta puntata soprattutto sul weekend del 22 marzo, considerato il più probabile. Sul tavolo resta anche l’ipotesi del 15 marzo, mentre il 29 marzo appare più problematico perché coincide con la Domenica delle Palme. Escluso invece l’inizio di aprile: il calendario religioso pesa, con la Pasqua fissata al 5 aprile e la Pesach ebraica dal 2 al 9 aprile, elementi che rendono impraticabile uno slittamento oltre marzo.

Nelle scorse settimane la data del referendum è stata al centro di un acceso dibattito politico. In un primo momento, infatti, era sembrato che il governo volesse accelerare i tempi, puntando a un voto già entro fine febbraio. Una scelta che avrebbe ridotto lo spazio della campagna referendaria, anche in considerazione dell’assenza del quorum.

Alla fine, però, il centrodestra ha cambiato rotta. Anche il Guardasigilli, in un’intervista al Corriere della Sera, ha confermato che si voterà “presumibilmente nella seconda metà di marzo”. La data avrebbe potuto essere fissata già nel Consiglio dei ministri di fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata.

“Più informazione, più Sì”

Respinta l’idea di una fuga in avanti per timore dei sondaggi, attualmente favorevoli al Sì. “Siamo convinti che più informiamo gli elettori sul contenuto e sull’importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, e con risultati positivi”, ha spiegato il ministro. Una tesi diametralmente opposta a quella dei sostenitori del No, secondo cui proprio l’approfondimento dei contenuti spingerebbe i cittadini a bocciare la riforma.

Il muro contro muro con l’Anm

Durissimo il confronto con l’Associazione Nazionale Magistrati. Nordio rivendica di aver chiesto un confronto diretto, “uno a uno”, incassando però una serie di rifiuti: prima dal presidente Cesare Parodi, poi dal segretario Rocco Maruotti e infine dagli altri vertici.

“Prima dicevano che non volevano buttarla in politica. Poi, siccome avevano partecipato a dibattiti con politici, hanno corretto il tiro: va bene discutere con altri politici, ma non con esponenti di governo”, accusa il ministro. La conclusione è tranchant: “Se non vengono vuol dire che hanno paura del confronto con me”. Nordio sottolinea inoltre che l’Anm ha costituito un comitato per il No, definendolo “di per sé un atto politico”, e parla di una contraddizione nel rifiutare il confronto con il ministro della Giustizia.

Il sorteggio che spaventa

Nel mirino del ministro finiscono anche le critiche più feroci. “Mi hanno dato del piduista, del mafioso, del demolitore della Costituzione”, racconta. Accuse che accetta se provengono dalla politica, meno se arrivano da magistrati. Il titolare di via Arenula chiarisce il punto politico: “Non è la separazione delle carriere che terrorizza, ma il sorteggio”. Il riferimento è al nuovo sistema di composizione del Csm, che avrebbe impedito il rinnovo dell’organo con i vecchi criteri. La riforma, insiste, “non stravolge la Costituzione” ed è “la logica conseguenza del processo penale voluto da Vassalli”.

Raccolta firme “inattesa”

Sul calendario pesa anche una variabile imprevista: una raccolta firme arrivata a circa 185mila sottoscrizioni digitali. Ne servono 500mila entro il 30 gennaio per completarla. Se l’obiettivo non verrà raggiunto, tutto resterà invariato. Se invece le firme arriveranno, il quesito dovrebbe finire alla Corte di Cassazione, chiamata a valutare la correttezza tecnica dell’iniziativa. Resta però aperta la questione cruciale: su quale testo si esprimerebbero gli elettori? Secondo Nordio, l’iniziativa è “inattesa” e “superflua”: “Il quesito non si può cambiare”, taglia corto il ministro.

Di tutt’altro avviso Enrico Grosso, costituzionalista torinese e presidente del comitato per il No lanciato dall’Anm. A suo giudizio, i promotori “hanno il diritto che la Cassazione si pronunci” per stabilire se gli italiani dovranno votare sul quesito originale o su quello nuovo. La questione è tecnica, ma dalle ricadute politiche evidenti, perché potrebbe incidere sui tempi della consultazione.

“Non è partecipazione, è rinvio”

Netta la posizione dell’Unione Camere Penali Italiane. In un comunicato, i penalisti riconoscono il valore democratico della partecipazione, favorita oggi dalle tecnologie digitali, ma mettono in discussione la finalità dell’iniziativa. Il referendum confermativo, ricordano, “esiste già: è stato richiesto ed è stato approvato”. Una nuova raccolta firme non serve a ottenerlo, ma “a rinviarlo, ad allontanare nel tempo l’appuntamento elettorale”. E non è un caso che l’iniziativa sia stata subito sposata dal leader del M5s Giuseppe Conte, inseguito a ruota dalla segretaria del Pd Elly Schlein.

Secondo l’Unione, chi sostiene questa iniziativa sa di essere oggi sfavorito nei sondaggi e punta sul fattore tempo per recuperare terreno. “Più che un’azione a favore del referendum, si tratta di una fuga dal referendum”, scrivono i penalisti, che si dicono pronti al confronto e certi che una campagna più lunga favorirebbe il Sì.

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